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È davvero tempo di fare i conti. Mancano pochi giorni alla scadenza del 30 giugno, data entro la quale andranno spese le risorse del Pnrr, quelle che non risulteranno impiegate andranno restituite a Bruxelles. E se al ministero della Salute si cerca di capire come far partire le case e gli ospedali di comunità (quelli realizzati, perché anche qui ne mancano all’appello), visto che il decreto mai presentato sulla riforma della medicina di territorio e i medici di medicina generale è stato definitivamente ritirato, e si susseguono gli incontri online tra i funzionari del dicastero, le Regioni, i sindacati e le associazioni dei medici, sul fronte altrettanto importante dell’istruzione e degli asili nido la situazione è forse peggiore.
Un focus interessante
A fare il bilancio è un focus della Fondazione Agnelli, che lascia davvero interdetti. Secondo gli ultimi dati resi pubblici dal governo (risalenti al 26 febbraio scorso), rispetto al finanziamento assegnato ai capitoli servizi per l’infanzia, scuola e università, ne risulta effettivamente speso solo il 45,6 per cento. Certo, si dirà, rispetto alla precedente rilevazione si è migliorato di ben nove punti. Resta il fatto che manca una settimana alla scadenza e, benché da febbraio a oggi si sarà certamente andati avanti, il divario da colmare è davvero elevato.
I nodi vengono al pettine
“La Fondazione Agnelli evidenzia tre questioni che noi denunciamo da tempo”, commenta la segretaria nazionale Cgil Daniela Barbaresi: “La scarsa disponibilità di posti nei nidi, le forti diseguaglianze tra i territori e i pesanti ritardi nella realizzazione dei progetti previsti dal Pnrr, nonostante la rimodulazione di due anni fa che, di fatto, si è tradotta nel taglio di oltre 100 mila posti da realizzare”.
Un Pnrr cambiato
Il capitolo dell’istruzione, insieme a quello della salute, qualificava il Piano originario: doveva infatti servire a “costruire” quelle infrastrutture sociali indispensabili a ridurre i divari territoriali e non solo, fine ultimo di Next Generation Eu. Allora è bene ricordare che rispetto al Piano iniziale, redatto non da Meloni e che certo a lei sembrava non piacere, visto che passando da una revisione all’altra è riuscita a snaturarne almeno in parte l’impianto, gli investimenti in asili nido e istruzione, così come è accaduto per case e ospedali di comunità, si sono notevolmente ridotti.
Numeri ridotti
E i numeri non mentono, leggiamo infatti nel focus: “Il Piano per asili nido, scuole dell'infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia era in origine il più importante, per ambizione degli obiettivi ed entità dei finanziamenti. Dopo le diverse revisioni del piano, le risorse Pnrr dai 4,6 miliardi originari sono scese oggi a poco meno di 3,8 miliardi, mentre i nuovi posti da creare sono passati da 264 mila a 150.480, quasi tutti concentrati nella fascia 0-2”. D’altra parte questo governo non lo dice, ma lo lascia capire, s’ispira a un modello di donna moglie e madre, che sta a casa a occuparsi dei figli e che sarebbe bene ne procreasse numerosi. Allora, a cosa servono i nidi e le scuole dell’infanzia?
Aumentati ma troppo poco
Da ottobre in poi la corsa è cominciato e in quei quattro mesi “la percentuale di finanziamento per progetti in chiusura o già conclusi è cresciuta significativamente a livello nazionale, arrivando al 34 per cento, con un incremento di 21 punti percentuali”. Peccato che a fine febbraio il 62 per cento delle risorse Pnrr assegnate ai nidi e alle scuole dell’infanzia riguarda progetti ancora in fase di affidamento ed esecuzione.
Divari non colmati
Se le risorse stanziate da Bruxelles dovevano servire a colmare i divari territoriali, l’obbiettivo è fallito. Si legge, purtroppo, nel focus: “Regioni come Sicilia e Campania, tuttavia, pur arrivando rispettivamente al 24 e al 25 per cento di copertura, resterebbero in ogni caso nettamente sotto la media nazionale e l’obiettivo del 33 per cento. Le Regioni del Centro-Nord, che già avevano livelli di copertura più elevati e talvolta superiori all’obiettivo nazionale, registrerebbero aumenti più contenuti, ma comunque oltre l’obiettivo nazionale”.
Gli esclusi
Ma i numeri dicono che a rimanere fuori dai nidi saranno in tante e in tanti. In Italia ci sono 1,2 milioni di bambini e bambine con un’età da zero a due anni, a fronte dei quali sono solo 354 mila i posti disponibili nei nidi, micronidi o sezioni primavera, pubblici o privati.
Ciò significa che solo il 29,6 per cento dei bambini e bambine, meno di uno su tre, può usufruirne, mentre oltre 800 mila sono esclusi. “Uno scenario preoccupante – riprende Barbaresi - perché i nidi rappresentano una fondamentale occasione educativa e di socialità”.
La segretaria nazionale Cgil evidenzia che il dato, peraltro, è “notevolmente inferiore a quello di altri Paesi europei, che vede l’Italia ancora lontana dal raggiungimento degli obiettivi Ue. Un numero assolutamente insufficiente rispetto al potenziale bacino di utenza e ancora molto lontano dal nuovo obiettivo che l’Unione Europea si è data di garantire un tasso di partecipazione del 45 per cento dei bambini e bambine sotto i tre anni da raggiungere entro il 2030”.
Il nodo delle risorse
Quello che il Pnrr non prevede è l’assunzione di operatrici e operatori, il pagamento delle utenze, insomma la gestione ordinaria dei nidi – cosi come per le case di comunità – che, una volta costruiti, vanno anche fatti funzionare. Secondo Barbaresi, per raggiungere “l'obiettivo del 45 per cento (Barcellona 2030) non solo vanno attivati almeno 165 mila posti in più rispetto ai 354 mila attuali, ma per garantirne la gestione diretta da parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all'anno per la spesa corrente e almeno 37 mila educatrici ed educatori in più”.
Mancano operatrici e operatori
Il richiama arriva forte dalla Fp Cgil, precisamente da Tatiana Cazzanica, che prima dell’impegno sindacale era operatrice in asilo nido. “I numeri forniti dalla Fondazione Agnelli destano, allo stesso tempo, amarezza e rabbia”, commenta: “Amarezza perché il nostro Paese avrebbe potuto fare grandi passi avanti su una priorità strategica per bambine, bambini e famiglie; rabbia perché noi da tempo denunciamo lentezze e miopie politiche, rivendicando l’assoluta necessità di fare presto e bene per allineare l’Italia ai migliori standard europei. Rilanciamo quindi con forza la nostra proposta di riconoscere il nido come un diritto fondamentale e non più un servizio a domanda individuale a carico delle famiglie”.
Per Cazzaniza serve subito una svolta. “Se vogliamo dare un futuro alla nostra società dobbiamo partire subito con un investimento forte”, prosegue l’esponente sindacale: “Per troppo tempo la prospettiva dei governi non ha guardato all’investimento su bambine e bambini. Per fare questo servono strutture, ma soprattutto personale: in Italia abbiamo una carenza di circa 29 mila educatrici ed educatori. Bisogna investire aumentando l’attrattività della professione e costruendo un percorso di maggiore sostegno alle famiglie, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale”.
La legge di bilancio
Non un euro di spesa corrente aggiuntiva è stato previsto nell’ultima legge di bilancio, anzi, sono state tagliate risorse agli enti locali. “Dunque – conclude la dirigente Cgil - non solo è necessario garantire la realizzazione di tutti gli investimenti previsti dal Pnrr, ma non basta costruire strutture se non le si mette nelle condizioni di essere operative ed efficienti con il personale necessario a garantirne il funzionamento. È dunque indispensabile garantire ai Comuni le risorse necessarie alla gestione corrente dei nidi, per valorizzare il personale e promuovere la qualità dell’offerta educativa”.

























