Quasi quindici minuti di standing ovation col pubblico commosso e non la solita claque da festival. Lui, il giovane Abou Sangare ancora più commosso del pubblico, non trattiene le lacrime. Col volto intenso e i dreadlock a circondarlo, questo ragazzo di appena 23 anni venuto in Francia ancor più giovane dalla Guinea, ha conquistato il Festival di Cannes come protagonista de L’Hystoire de Souleymane, film potente di Boris Lojkine, il cui attore protagonista, Abou Sangaré, ha vinto il premio come miglior attore nella sezione Un certain regard.

Molto cinema documentario tra il Vietnam e l’Africa, il regista francese noto per il suo sguardo sul sociale, in questo suo terzo titolo di finzione, punta l’obiettivo su chi tra gli invisibili lo è ancora di più: i rider. L’esercito dei forzati delle consegne a domicilio che sfrecciano in bicicletta per le vie delle città. Qui siamo a Parigi ma potrebbe essere ovunque in Europa, nel mondo. Anche San Paolo in Brasile, per esempio, dove già nel 2004 la coppia di autori Elisabetta Pandimiglio e Cesar Meneghetti hanno ambientato il loro Motoboy.

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Abou nei panni di Souleymane (incontrato dal regista a seguito di lunghe ricerche e interviste) è uno di loro. E come tanti di loro è un clandestino. La maggioranza dei rider sono sans papiers. Per lavorare bastano la bici e un’identità “in prestito” con residenza e conto bancario da associare alla app. I soldi guadagnati vanno direttamente sul conto dell’amico che tante volte amico non è e non ti restituisce neanche la percentuale concordata. Come capita subito a Souleymane. È uno dei tanti business tra migranti, come la vendita “di storie” (e falsi documenti a testimoniarla) per ottenere lo status di rifugiati.

Souleymane, mentre pedala per strade e boulevard di Parigi è li che la ripete ossessivamente. Deve impararlo a memoria quel racconto di torture, arresti e persecuzioni politiche perché ha il colloquio all’ufficio preposto tra pochi giorni. La sua storia, quella di un ragazzo che dalla miseria del suo paese vuole venire fuori per aiutare la madre, scacciata dal padre, chiacchierata nel villaggio come una strana, forse una strega, non basterebbe certo a fargli ottenere il diritto d’asilo. E lui, invece, ne ha bisogno, per una vita più umana. Quella che fa da quando è arrivato in Francia non lo è.

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La forza del film, infatti, è questa: mostrarci Parigi, l’Europa con gli occhi del ragazzo. L’indifferenza dei clienti (l’unico a chiedergli il nome è un anziano solo), le loro lamentele che bastano per farti saltare il lavoro, la violenza del traffico (l’incidente è ad ogni angolo), la fretta dei ritiri e poi delle consegne. Non c’è un minuto di respiro, né tregua. Poi, quando sei sfinito, di nuovo la corsa alla metro per arrivare in periferia, alla fermata del pullman che va al dormitorio. Se lo perdi (e anche questo capita a Souleymane) passi la notte per strada. Se arrivi in tempo, invece, ti aspettano una doccia calda, un pasto, una brandina, per poi ricominciare l’indomani. È come vedono le nostre città, come ci vedono i migranti, insomma, il vero cuore del film.

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