Un’indagine sull’eredità del Pc, un atto d’amore per il cinema militante. Si potrebbe racchiuderlo in questa frase il film di Giovanni Piperno, presentato all’ultimo Torino Film festival. Tracce di vita che si intrecciano a una storia collettiva per raccontarla, riviverla, capirla. Con la nostalgia di chi la sente irrimediabilmente persa. Ma anche - e questo è sicuramente vero per il regista – con l’ottimismo di chi la considera un patrimonio di valori da riscoprire nel presente e nel futuro.

Giovanni Piperno, il film si apre con Occhetto che annuncia la fine di un’epoca e di un cambiamento che sembrava inevitabile. E invece - come lei stesso si chiede, in qualità di voce narrante soggettiva – forse andare contro mano sarebbe stato meglio?

All’epoca io non ero neanche iscritto al Pci. Ero un ragazzo che guardava a un partito con radici antiche e che pensava che fosse giusto cambiare. Quella fase mi sembrava “un nuovo corso”. Allora, però, non mi rendevo conto che una delle cose più importanti che il Pci era riuscito a fare era essere un partito di massa ma al tempo stesso parlare con il mondo della cultura. Essere il partito degli ultimi della società e il partito degli intellettuali. Tutto quel patrimonio lì, quel modo di fare politica, forse avrebbe dovuto essere preservato. Quando si decise di cambiare il nome, tutto il mondo intorno stava cambiando. E invece, forse, quella storia si sarebbe dovuta preservare, perché significava mantenere un’identità salda, mantenere quel tipo di rapporto con le persone. Poi chi lo sa come sarebbe andata, è facile fare la storia quando è già avvenuta.

Come lei, molti altri registi hanno sentito l’esigenza di raccontare cosa sia stato il partito comunista in Italia. Perché? Cosa manca di più, oggi, di quella storia?

Quello che è successo sarebbe stato difficile da arginare, è stato un processo inevitabile, come dicevo. Nel caso specifico di questo documentario è stato per me lo spunto retorico, il dispositivo narrativo da cui partire. In un momento storico in cui non facciamo che specchiarci nei nostri telefonini, ho sentito l’esigenza di raccontare quell’emozione lì. Quella del lavoro collettivo, delle riunioni fatte in presenza, invece che da remoto su zoom.

A proposito di quanto si diceva rispetto al rapporto con gli intellettuali. In quegli anni il mondo della cultura e quello della politica si parlavano, si confrontavano. C’era un costante bisogno di interpretarsi a vicenda. Oggi questo dialogo sembra irrimediabilmente spezzato.

Sì, ma è per questo che bisogna ripartire dal basso, cioè da quelle ragazze e quei ragazzi che si pongono il problema del cambiamento climatico e che cominciano a mettere in discussione il modello capitalistico a monte. È da loro che bisogna partire. Questi ragazzi che oggi fanno politica sono ragazzi che studiano, vanno all’università, fanno parte del ceto medio e hanno gli strumenti, la preparazione culturale. Non c’è altro modo che ripartire da loro, ormai i politici vivono in un universo autoreferenziale che si autoregola solo sulla televisione e sui sondaggi. Che si nutre di un rapporto populista fatto di annunci che colpiscono la pancia delle masse. Quindi bisogna ripartire, ricostruire. Come dice Luciana Castellina nel film, ci vuole una piccola rivoluzione pacifica non armata. Ci vogliono giornate come è stata quella del 25 novembre scorso. Finalmente migliaia di ragazzi e di adulti insieme, contro la violenza sulle donne. Solo così il pianeta sopravvive, solo così si salva l’umanità.

Questi giovani, guardando il film, potrebbero riconoscervi la stessa scintilla che oggi li spinge a fare politica, nel senso più etimologico del termine. Chi, invece, giovane lo è stato negli anni novanta e nei primi dieci del duemila, guardandolo prova una sorta di pessoana “nostalgia di ciò che non è mai stato”. Una generazione di mezzo, orfana di ideali e di ideologie.

Il mio non vuole essere un film nostalgico. Anzi, avere Luciana significa avere una persona che vive ancora nel presente in maniera attiva, che continua a fare politica con ottimismo, da vera comunista. Io mi auguro che il mio film non faccia deprimere, ma faccia reagire. Mi auguro che questo valga soprattutto per le ragazze e i ragazzi che sentono che stiamo rischiando l’apocalisse. Insomma, ce l’ho messa tutta per non fare un film nostalgico.

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Sarà che chi parla prova una grande invidia per non aver vissuto quella stagione di mobilitazione, sia politica che culturale. Pensiamo al cinema, a quanto fosse prolifico, sia nella finzione che nel racconto quotidiano della realtà. Nel tuo, che è un film di archivio, si susseguono i documenti preziosi girati da Gregoretti, Zavattini, Maselli. Oggi il cinema non scende più per strada, non bussa più alla porta di casa.

No, non penso sia così. Penso che la differenza fondamentale stia nel fatto che in quegli anni anche i registi che facevano il cinema commerciale poi facevano il cinema d’autore, o il cinema del reale. Gregoretti, Monicelli, Bertolucci, erano registi mainstream. Oggi, invece, c’è una separazione netta: ci sono i registi mainstream e poi centinaia di documentaristi bravissimi e semisconosciuti, che raccontano l’Italia, che fanno fatica a essere visti perché non interessano alle piattaforme, non interessano alla Rai. Rimangono confinati ai cinema e ai festival d’essai. Però è pieno di registi che vanno per strada e si sporcano le mani.

E che il sistema produttivo non aiuta.

Neanche all'epoca, per intenderci. Però i film di Scola, per esempio, li proiettavano nelle case del popolo, il partito comunista dialogava con i registi, affidava loro il compito di collaborare con le proprie commissioni cultura, per costruire un racconto della realtà. I registi erano molto liberi e questo ha permesso loro di sperimentare, di fare avanguardia. Non andavano solo con il microfono a raccogliere la “vox populi”. Facevano anche un lavoro molto, molto più sofisticato. Pensiamo a Ugo Gregoretti, che riunisce dei militanti del pc e poi ricrea delle situazioni domestiche. Per esempio la scena, ripresa anche nel mio film, in cui una famiglia di comunisti è seduta a tavola e la moglie chiede al marito di lavare i piatti. Lì è Gregoretti a suggerirle di fare questa domanda. Questo è un tipo di lavoro che oggi fanno Minervini, Ferrente, che a volte faccio anche io. Un lavoro molto raffinato. In quegli anni lì, i registi ne approfittavano per sperimentare. Pensiamo ad Antonello Branca, che andava con un fonico di presa diretta a prendere le voci degli operai all’uscita della fabbrica, in anni in cui quasi nessuno lavorava con la presa diretta in Italia. Chiamavano i professionisti dalla Francia.

E infatti, pur rivedendoli oggi dopo decenni, quei lavori mantengono una freschezza e un’attualità incredibile.

All’epoca c’erano i Visconti, gli Antonioni, i Fellini e quasi quasi questi altri, che sperimentavano nel documentario, sembravano dei registi minori. Ma non erano minori per niente, erano dei geni.

E ci hanno trasmesso un patrimonio storico audio-visivo dal valore incommensurabile. Come inestimabile è il lavoro di memoria storica fatto dall’Aamod, grazie all’intuizione che ebbe Paola Scarnati. A questo proposito non si può non spendere una parola sul cinema d’archivio, di cui il suo film è un egregio esempio.

In una prima fase ancora non sapevamo se avremmo trovato le risorse per il film. Contemporaneamente avevo conosciuto Luciana con cui, durante la pandemia, avevo fatto delle lunghe chiacchierate su zoom, per un altro progetto cinematografico. Proprio grazie a questo incontro, mi sono appassionato sempre di più e decisi che sarei andato avanti, anche senza fondi. Era il settembre del 2021, mi chiusi per una settimana in una casa di campagna di famiglia, immerso da mattina a sera nelle immagini di archivio. Ho scoperto molte cose belle, guardando quei filmati. Pezzi della mia storia personale che non immaginavo in alcun modo si potessero trovare lì. Ho lavorato spesso con gli archivi, quindi so come lasciarsi perdere per poi ritrovarsi, ma quello che ho trovato stavolta sono pezzi della mia vita, persone della mia vita, che salivano su un tram a Roma, per esempio. Da qui la scelta di mettere anche la mia voce narrante, che è stata un’idea del produttore Luca Ricciardi. E così sono diventato un personaggio anche io.