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Mentre noi rovesciavamo le uova di cioccolata sulle tavole imbandite, nel mare si rovesciava l’ennesima bagnarola provocando l’ennesima strage. “Siamo partiti in 110”. Così parlano i trentadue riemersi, consegnati a molo Favarolo come un resto di umanità. Ottanta, forse più, inghiottiti prima che arrivasse la motovedetta e i soccorsi, puntuali solo nel certificare l’irreparabile.
Una barca di legno, dodici metri scarsi, due motori stanchi, partita dalle coste libiche nella notte. Quindici ore di acqua che entra, di peso che cresce, di equilibrio che cede. Poi il capovolgimento. Fotografie aeree immortalano l’istante in cui la speranza si torce e scompare, come se bastasse un’inquadratura per archiviare il dolore dentro un file.
Le nazionalità si allineano come merci in transito: Bangladesh, Pakistan, Egitto. Trentuno uomini e un minore salvati per contingenza. Due cadaveri recuperati per procedura. Gli altri dispersi, parola elegante per dire cancellati. Corpi rimasti ore in acqua, aggrappati a un’idea fragile di approdo.
Dal 2014 quasi trentacinquemila morti o scomparsi. Quest’anno già centinaia. Numeri che scorrono come sottopancia, mentre la politica lima vocaboli e alleggerisce colpe. Il soccorso resta intermittente, affidato a rotte casuali e decisioni occasionali, più gesto che sistema.
Si continua a evocare emergenze come se fossero temporali estivi. Si invoca il controllo, si coltiva l’oblio. Intanto il Mediterraneo affina la sua funzione: cimitero liquido con vista sull’indifferenza. E noi, disciplinati, torniamo a rompere uova.






















