Antonio Cederna è stato uno dei primi italiani ad aver dedicato la propria esistenza alla difesa del patrimonio ambientale e artistico del nostro Paese, attraverso lo studio e la produzione di numerosi testi, in particolare migliaia di articoli pubblicati tra gli anni Cinquanta e Ottanta, che nel corso del tempo si sono interessati anche agli spazi aperti da tutelare a favore dei minori nelle grandi città, messe a confronto con le capitali europee e internazionali.

A trent’anni dalla sua scomparsa, Donzelli Editore pubblica nella collana di saggi “Storia e scienze sociali” una raccolta di trenta articoli dal titolo Nella polvere e negli sputi. Crescere nell’Italia del boom e altri scritti sulla città dei ragazzi (pp. 272, euro 26, prefazione di Lorenzo Cantatore), curata dal figlio Giulio Cederna, direttore della Fondazione Paolo Bulgari, ideatore e curatore per dieci anni dell’Atlante dell’infanzia (a rischio) di Save The Children, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Chi è stato Antonio Cederna per lo sviluppo di una coscienza ambientale nel nostro Paese?
Direi un giornalista, di formazione archeologo, che all’inizio degli anni Cinquanta ha iniziato a scrivere per Il Mondo di Mario Pannunzio, per poi passare al Corriere della Sera e infine a Repubblica. Da principio  ha denunciato la distruzione delle ville storiche di Roma, in particolare nell’Appia Antica deturpata dal degrado urbanistico, con uno sguardo al paesaggio e alle bellezze artistiche minacciate. Uno sguardo molto curioso, che dagli anni Sessanta si occupa di parchi naturali nazionali, di ecologia, e negli anni Settanta amplia ancora la sua ricerca, come mostra l’intervista al grande ecologista americano Barry Commoner: l’attenzione alle energie rinnovabili, il movimento sul nucleare, quindi anche ai centri storici, alle città minacciate, il rapporto tra città e periferie. Da qui l’interesse per le condizioni di vita dei bambini, dei ragazzini dei nuovi quartieri nell’edilizia di rapina degli anni Settanta, senza spazi pubblici, campi sportivi. Gli anni in cui diceva “ci siamo dimenticati dei bambini”.

Attraverso quale criterio sono stati selezionati gli scritti raccolti in questo volume?
Il tentativo è stato proprio quello di ragionare sugli spazi per i bambini. Partendo da un articolo da preparare per la rivista Micromega, mi sono detto: “fammi vedere dove e quando si parla di bambini negli articoli di mio padre”. Ed è così che mi sono imbattuto in quella cartolina di Stoccolma di cui parlo nell’introduzione al libro, raffigurante un bellissimo parco-giochi, e dietro la sua scritta rivolta a me: “Ti piacerebbe?”. Rivedendola, una cartolina un po’ sadica… Ecco, non ci avevo mai riflettuto prima. Così ho iniziato a fare questa ricerca, rileggendo molti articoli di mio padre, trovandone poco meno di 60 con riferimenti a bambini. Non pochi. Di questi ne ho selezionati trenta per questo libro.

Dove sono conservati?
Naturalmente è stato utilissimo l’Archivio Antonio Cederna nel Complesso Capo di Bove, oltre il sito web a lui dedicato, caratterizzato da una navigazione familiare e immediata per gli utenti. Ho intrapreso in questo modo un percorso, in particolare consultando i suoi articoli sul verde pubblico, o sullo sport, e altro ancora. Per me è stata una rilettura avventurosa, ho scoperto cose che non sapevo, anche di noi, di me e miei fratelli Giuseppe e Camilla. Ed è così che allo scrittore austero, di cui si è sempre parlato, si è affiancata una sua soggettività di padre, in cerca di spazi anche per i propri figli. Per me è stato un viaggio di scoperta, e forse ho capito perché faccio il lavoro che faccio.

Il libro è suddiviso in quattro sezioni. Oltre all’attenzione particolare dedicata alla città di Roma, si trovano confronti in tema di spazi ambientali con altre realtà europee quali Londra, Stoccolma, Zurigo, Aarhus in Danimarca. E si notano profonde differenze. Siamo ancora a questo punto, o è stato fatto qualche passo in avanti?
Bisognerebbe fare una seria analisi su questo, ci vorrebbe un movimento di riflessione culturale complessiva, riguardante per esempio lo sport, in generale il bisogno di spazi. In alcune regioni del nord dell’Italia, come L’Emilia-Romagna, o la Lombardia, è aumentata la dotazione sia di parchi giochi, sia di spazi sportivi. Ma si deve continuare a lavorare su questo, ci sono ancora molti limiti, perché è prevalsa la forma del luogo recintato, dove il bambino è confinato all’interno di uno spazio. Bisogna guardare meglio a certe esigenze, non basta isolare delle zone, anche se in questo senso c’è stata una crescita.

Di che tipo?
Penso al piano regolatore di Roma, allo standard urbanistico nei nuovi quartieri, almeno in teoria, perché poi non è stato fatto dappertutto, molti luoghi di periferia restano abbandonati, come Tor Bella Monaca, e altri. Nelle zone di frontiera troppo spesso manca la cura per un’incapacità di gestione, malgrado dopo gli anni Settanta siano state fatte leggi importanti, come la 285, riguardante le “disposizioni per la promozione di diritti e opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”. C’è una maggiore attenzione nelle città principali per i centri aggregativi, ma nel complesso siamo ancora un po’ indietro. Poi si tratta di una notazione soggettiva, è una mia sensazione e, ripeto, in alcune regioni siamo avanti. Ma se avanziamo, lo facciamo a macchia di leopardo.

L’attenzione verso i più piccoli diventa dunque nel libro il centro della riflessione. Quanto questa specificità ha riguardato anche voi come figli?
Non ci rendevamo conto ancora di questo, eravamo ancora piccoli. Papà ci portava fuori a vedere i musei, o alla pineta di Castel Fusano, al Parco di Veio, o nei grandi spazi aperti dell’Appia Antica. D’altra parte quando eravamo piccoli i parchi giochi praticamente non esistevano, erano piuttosto “gabbie”, scrive mio padre… Il primo fatto secondo principi più moderni fu realizzato nel 1968 al Villaggio Olimpico dalla architetta del paesaggio VIttoria Calzolari, come si può leggere in uno degli articoli del libro.

Raccogliere un’eredità di questo tipo, da un punto di vista sociale, e anche politico, non è certamente facile. Come si porta avanti il lavoro lasciato da Antonio Cederna?
Cerco di farlo in maniera molto semplice, favorendo il più possibile la diffusione, lasciando parlare i suoi articoli, resi ora molto più accessibili, in modo che ciascuno possa farsi una sua idea. Adesso, dopo 30 anni dalla sua morte, ho pensato a questo libro, proponendo un itinerario più personale di lettura, guardando non soltanto alla figura di Antonio Cederna “protezionista”, legata a Italia Nostra. Penso alla grande amicizia con il giornalista Giuliano Prasca, inventore della marcia “Corri per il Verde” e presidente Uisp Roma negli anni Settanta; penso anche alla sua grande attenzione sociale, alle borgate e alla vita di borgata, come nella risposta a Cesare Brandi in difesa del film Le mani sulla città di Francesco Rosi. Antonio Cederna è stato anche questo.