“L’obiettivo deve essere chiaro per tutti: un lavoro che non faccia ammalare”. Il grido di protesta e di denuncia arriva a metà mattinata da due lavoratori di Ascoli Piceno dell’Eurospin tirrenica, Fabio Fuso e Paride Mucciola, ed è la sintesi perfetta, lo slogan e il manifesto di una iniziativa che la Filcams Cgil ha dedicato a organizzazione del lavoro e benessere, mettendo insieme alcune interessanti relazioni di analisti del settore salute e sicurezza sul lavoro e le testimonianze di lavoratrici, lavoratori, delegati e rappresentanti della sicurezza.

E sembra davvero difficile non ammalarsi nei tanti settori difesi dalla Filcams, un caleidoscopio di lavori che spesso scontano l’erosione di diritti e di tutele –  anche riguardo alla sicurezza – svolti spesso in appalto o subappalto.

Ce n’è per tutti i gusti: reparti dimezzati per aumentare i margini di profitto, lavori notturni in solitudine, movimenti ripetuti fino a stremare muscoli e articolazioni, corsi di formazione per macellai forniti online, test del carrello. Su tutti, una pressione, che genera e moltiplica lo stress lavoro correlato, quella polpetta avvelenata di stanchezza e frustrazione che molto spesso è il primo sintomo di patologie anche gravi. Alla faccia di un macrosettore che, nei sacri libri di testo, è comunque considerato a basso rischio.

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Il professor Giovanni Finotto dell’Università Ca’ Foscari lo spiega perfettamente che cos’è dove nasce lo stress lavoro correlato: “la distanza tra le richieste avanzate e le risorse messe a disposizione, dentro a un clima feroce. Un

effetto che deriva dalla governance” eppure spesso si scarica sulla condizione di fragilità del lavoratore. “Fandonie – taglia corto il professore –: sono tutte situazioni figlie dell’organizzazione”.

Mariangela Pernici (Simona Caleo)

E sembra dialogare a distanza con alcuni dei racconti dai luoghi di lavoro. C’è Marianna Pernici, dipendente di Autogrill a Piacenza, con i suoi “monopresidi notturni”, turni notturni in solitudine, raccontati con ironia e pathos, parlando dei suoi quattro “compagni di viaggio”: l’ansia di non riuscire a far tutto, la stanchezza che ottunde i sensi dalle 4 in poi, la frustrazione di trovarsi in quella situazione e la paura, sì, pure quella, condivisa con la maggior parte delle colleghe, quasi tutte donne, moltissime over 50, che fanno quello stesso turno lungo le autostrade d’Italia. La paura delle rapine, dei tifosi in trasferta, di subire violenze, di sentirsi male lì da sola senza nessun aiuto.

Monica Spitella (Simona Caleo)

Una paura che conosce bene Monica Spitella, guardia giurata, con i suoi turni di 12 ore “a cui non si può rinunciare perché il nostro è un lavoro a chiamata. Lo stress a poco a poco scende dalla mente al corpo, somatizziamo, ma non denunciamo nulla al medico perché temiamo di perdere il porto d’armi, essenziale per il nostro lavoro”. Si sopporta tutto, anche il terrore ogni volta che il telegiornale mostra le scene di qualche porta valori assaltato con le bombe in autostrada. “Che se ti va bene ti lascia con lo stress post traumatico. Se ti va male, magari con un proiettile nella gamba che ti rende inabile al lavoro, quando ti mancano anni alla pensione”. Sennò potrebbe andare pure peggio.

Anni e anni di preoccupazione e di fatica che si annidano nel corpo, spiega il medico del lavoro Davide Renzi, perché “il lavoro non è un semplice contesto, è un vero e proprio determinante diretto di salute. Perché l’essere umano non è fatto per lavorare di notte e il suo corpo non è stato costruito per la ripetitività dei gesti”.

Eppure, nonostante le battaglie del sindacato, le denunce dei lavoratori, le evidenze dei dati che nel 2025 parlano di un aumento delle malattie professionali dell’11% – sono quasi 100 mila quelle denunciate –, molte proprio nei servizi, la situazione peggiora. Anche e soprattutto nel contesto degli appalti, cresciuto a macchia d’olio, come ci ricorda Eugenio Erario Boccafurni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro: “In questo Paese da ormai trent’anni si esternalizza tutto quel che è possibile, per questo quella della responsabilità del committente resta l’unica arma”.

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E di esternalizzazioni, di appalti, si muore, come raccontano le ultime due morti sul lavoro nei settori dei servizi, Pietro Zantonini, vigilante di 55 anni deceduto nella gelida notte dell’8 gennaio scorso a Cortina, mentre era a guardia del cantiere dello stadio del ghiaccio, un turno di 12 ore a meno 15 di temperatura, svolto interamente da solo. E Loris Costantino, 36 anni, addetto degli appalti delle pulizie all’ex Ilva di Taranto, precipitato da una passerella grigliata. Entrambi vittime dell’organizzazione del lavoro.

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Le valutazioni politiche di questo compendio di storie e di situazioni sono state affidate a una tavola rotonda nella quale hanno preso la parola Patrizio Rossi dell’Inail, Stefano Marconi dell’INL, Sara Palazzoli, Inca Cgil, Sonia Paoloni della Filcams che aveva aperto l’iniziativa ricordando la vertenza della categoria “per l’Umanità del Lavoro”, contro precarietà, lavoro povero e dumping contrattuale, per rimettere al centro la dignità della persone.

Simona Caleo

A concludere la giornata la segretaria confederale della Cgil nazionale Francesca Re David: “questo modello di fare impresa – ha detto – va cambiato. La ricerca del profitto a tutti i costi, tagliando pure sulla salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, è inaccettabile. Come Cgil continueremo a essere in prima fila in questa battaglia e al fianco dei più deboli”.

Nelle sue parole ritroviamo un’altra delle storie raccontate nella mattina. Quella di Aldo Orazi, delegato in un supermercato di Pam/Panorama a Roma. L’azienda, nel novembre del 2024, decise di cambiare, unilateralmente e senza consultare gli Rls, il Documento di Valutazione dei Rischi, modificando, verso l’alto, gli indici di riferimento, al fine di liquidare le lavoratrici e i lavoratori fragili, spesso over 50, che dopo decenni di lavoro avevano sviluppato delle patologie invalidanti. Una decisione che di fatto rese oltre 30 dipendenti di negozi tra Lazio e Toscana inidonei a svolgere il loro lavoro, dando al management la scusa per sospenderli e lasciarli senza retribuzione. “Una palese violazione delle normative in materia di salute e sicurezza – ha raccontato Aldo –. Noi ci siamo messi a studiare il Dvr per settimane, leggendolo e rileggendolo allo scopo di trovare quella crepa che lo avrebbe fatto crollare. E l’abbiamo trovata: l’azienda è stata convocata in Regione ed è stata costretta a tornare indietro. Una vittoria della solidarietà: in quelle settimane tutti vennero alle assemblee anche se si svolgevano di sera e oltre il 90% dei colleghi parteciparono agli scioperi”. Al lavoro e alla lotta, riecheggia dalla mattinata della Filcams. Per la difesa dei diritti e per rimettere al centro persone e valori calpestati ogni giorno nel nome del profitto.