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C’è un western che si gira ormai sui social, con duelli all’alba e pistole cariche di like. Stavolta parte da Matera e arriva fino a Montecitorio, senza cavalli ma con molta bava. In scena un deputato che discute di Gaza evocando le SS e inciampa su un volto, scambiando la politica per un concorso di bellezza al contrario.
Luigi Marattin, paladino liberaldemocratico, perde il filo del discorso e sceglie l’argomento finale di chi resta a secco. Il corpo dell’altro. La faccia come terreno di scontro, la deformità come appiglio retorico. Un gesto antico e vigliacco, travestito da battuta social, che riduce il Parlamento a un bar sport con stipendio pubblico.
Antonio Esposito risponde da cittadino adulto. Niente piagnistei, zero vittimismo. Parla di etica, di potere, di decadenza. Spiega che la bellezza evapora e la miseria morale resta. In poche righe fa ciò che un eletto dovrebbe saper fare sempre. Argomentare. Tenere la schiena dritta. Restituire peso alle parole.
Poi arrivano le scuse, tardive e stonate, condite da birra offerta e paternalismo da gita fuori porta. Il classico ravvedimento operoso di chi scopre il problema solo dopo aver colpito. Come se la dignità avesse bisogno di certificati, come se l’insulto diventasse lecito in assenza di cartelle cliniche.
Il punto resta lì, nudo e imbarazzante. Quando il confronto si fa duro, una parte della politica scivola nello sfottò da cortile. Il brutto vero emerge allora, senza filtri. Sta nei toni, nel ruolo dimenticato, nell’idea che il potere autorizzi la ferita. E quello, purtroppo, sfregia tutti.























