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Di pensioni si è parlato molto negli ultimi anni. Dalla promessa di superare la legge Fornero agli annunci di una maggiore flessibilità in uscita, fino all’impegno di realizzare una riforma complessiva del sistema previdenziale. Ma cosa raccontano realmente i dati? Per rispondere a questa domanda la Cgil ha elaborato i dati degli ultimi quattro Osservatori Inps sui flussi di pensionamento, confrontando l'andamento delle pensioni liquidate nel primo semestre dal 2023 al 2026.
“Abbiamo voluto analizzare i dati senza fermarci agli annunci – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale –. I flussi di pensionamento rappresentano uno degli indicatori più affidabili per comprendere come stia cambiando concretamente il sistema previdenziale. E il quadro che emerge è piuttosto chiaro: negli ultimi anni si è progressivamente ridotta la flessibilità in uscita e sempre più lavoratrici e lavoratori arrivano alla pensione attraverso il canale ordinario della vecchiaia”.
Si ribalta il modello di pensionamento
Il dato più significativo riguarda il rapporto tra pensioni di vecchiaia e pensioni anticipate. Nel giro di tre anni il modello di accesso alla pensione cambia completamente.
Nel primo semestre del 2023 le pensioni anticipate erano ancora superiori a quelle di vecchiaia. Già nel 2024 i due canali risultano sostanzialmente equivalenti, mentre nel 2025 e nel 2026 il divario si amplia rapidamente a favore della pensione di vecchiaia.
“Questa tabella fotografa meglio di qualsiasi altra il cambiamento avvenuto negli ultimi anni – commenta Cigna –. Nel 2023 le pensioni anticipate erano ancora superiori a quelle di vecchiaia. Nel giro di tre anni il rapporto si è completamente ribaltato. Non siamo di fronte a una semplice oscillazione dei flussi, ma al progressivo venir meno della flessibilità in uscita. Le misure sperimentali sono state via via ridimensionate, mentre la riforma annunciata non è mai arrivata. Il risultato è che un numero crescente di lavoratrici e lavoratori accede oggi alla pensione soltanto al raggiungimento dell'età di vecchiaia”.
Sempre meno pensioni anticipate
La riduzione delle pensioni anticipate rappresenta uno degli elementi più evidenti emersi dall’Osservatorio.
Tra il 2023 e il 2026 le pensioni anticipate diminuiscono di oltre ottomila unità (-7,5%). Per la Cgil il dato va letto nel contesto delle scelte compiute negli ultimi anni. La progressiva restrizione e poi cancellazione di Opzione Donna, la trasformazione di Quota 103 in una misura sempre meno conveniente, fino al suo azzeramento e, nel pubblico impiego, gli interventi sulle aliquote di rendimento hanno progressivamente ridotto gli spazi di flessibilità promessi dal governo.
“Non diciamo che ogni variazione dipenda da una singola norma – precisa Cigna –. Diciamo però che i dati sono pienamente coerenti con un quadro nel quale, anno dopo anno, si sono ridotte le possibilità di anticipare l’uscita dal lavoro. È esattamente l’opposto di quanto era stato promesso”.
Crescono le pensioni di vecchiaia
Parallelamente aumenta in modo costante il ricorso alla pensione di vecchiaia.
Nel giro di tre anni le pensioni di vecchiaia aumentano di oltre 38 mila unità, con una crescita superiore al 40%. “L’aumento della pensione di vecchiaia è la conseguenza più evidente della riduzione della flessibilità – osserva sempre Cigna –. Se diminuiscono gli strumenti che consentono di lasciare il lavoro prima, aumenta inevitabilmente il numero di chi arriva alla pensione solo al compimento dei 67 anni”.
Le donne continuano a pagare il prezzo più alto
L’Osservatorio conferma inoltre come le differenze di genere continuino a caratterizzare il sistema previdenziale. Le donne risultano fortemente concentrate nelle pensioni di vecchiaia, mentre gli uomini continuano a rappresentare la quota prevalente delle pensioni anticipate. È il riflesso di carriere lavorative più discontinue, salari mediamente inferiori, maggiore diffusione del part-time e del peso del lavoro di cura.
Per la Cigna, la progressiva riduzione degli strumenti di flessibilità ha inciso in modo ancora più pesante sulle lavoratrici, proprio perché colpisce chi presenta percorsi lavorativi più frammentati. “Le disuguaglianze che accompagnano tutta la vita lavorativa non scompaiono al momento della pensione. Al contrario, continuano a produrre effetti anche nell'accesso ai diversi canali pensionistici”.
Il caso della Gestione Dipendenti Pubblici
Tra gli elementi che emergono con maggiore evidenza dall’Osservatorio vi è l’andamento della Gestione Dipendenti Pubblici (GDP), dove anche qui nel primo semestre 2026 si registra una significativa crescita delle pensioni di vecchiaia accompagnata, al contrario, da una riduzione delle pensioni anticipate.
Il dato rappresenta una delle trasformazioni più significative osservate nell’intero periodo analizzato. In soli tre anni la Gestione Dipendenti Pubblici passa da una netta prevalenza delle pensioni anticipate a una situazione in cui prevalgono le pensioni di vecchiaia.
Questo andamento deve essere letto nel contesto delle politiche adottate nei confronti del lavoro pubblico negli ultimi anni. “Il pubblico impiego rappresenta probabilmente il caso più emblematico – osserva Ezio Cigna –. Alle lavoratrici e ai lavoratori pubblici non è stato chiesto soltanto di permanere più a lungo in servizio. Negli ultimi anni si sono susseguiti interventi che hanno reso sempre meno conveniente l'accesso alla pensione anticipata, aggravando una situazione già caratterizzata da forti penalizzazioni”.
Il riferimento è innanzitutto alla legge di bilancio 2024, che ha modificato le aliquote di rendimento per gli iscritti alle gestioni CPDEL, CPS, CPI e CPUG, determinando una riduzione dell’importo pensionistico per chi accede alla pensione anticipata con determinati requisiti. Un intervento che ha inevitabilmente inciso sulle valutazioni di molti lavoratori, inducendoli a rinviare l'uscita fino alla pensione di vecchiaia per evitare una penalizzazione economica.
Ma non è l’unico elemento. “A questo si aggiunge – prosegue Cigna – una disciplina profondamente penalizzante sul pagamento del Tfs e del Tfr. I dipendenti pubblici continuano a essere gli unici lavoratori che, una volta cessato il rapporto di lavoro, sono costretti ad attendere anche diversi anni per ricevere quanto hanno già maturato. Se si sommano il differimento del trattamento di fine servizio, le modifiche alle aliquote di rendimento introdotte dalla legge di bilancio 2024 e l’assenza di una vera flessibilità in uscita, emerge un quadro di progressivo irrigidimento delle condizioni di pensionamento nel pubblico impiego”.
L’Osservatorio evidenzia inoltre che anche nella Gestione Dipendenti Pubblici permane un marcato divario di genere. Le donne risultano maggiormente concentrate nelle pensioni di vecchiaia, mentre gli uomini continuano a ricorrere con maggiore frequenza alla pensione anticipata. Un dato che riflette carriere lavorative differenziate, ma anche l'effetto che la riduzione degli strumenti di flessibilità produce sulle lavoratrici.
“Serve una vera riforma previdenziale”
Per la Cgil, i dati dell'Osservatorio restituiscono un quadro molto diverso rispetto alle promesse che hanno accompagnato il dibattito previdenziale degli ultimi anni. “I numeri dell’Inps ci dicono che la flessibilità in uscita è stata di fatto azzerata – conclude Ezio Cigna –. Sempre più lavoratrici e lavoratori sono costretti ad arrivare alla pensione di vecchiaia perché gli strumenti che consentivano un’uscita anticipata sono stati progressivamente ridotti o resi sempre meno accessibili. E tutto questo è avvenuto senza che il governo abbia mai aperto un vero confronto con le organizzazioni sindacali su un tema che riguarda milioni di persone”. L’ultimo incontro con le parti sociali sulla riforma delle pensioni risale addirittura al 18 settembre 2023. Da allora, nessun tavolo di confronto, nessuna discussione di merito, nessuna proposta strutturale.
Nel frattempo si è continuato ad alimentare aspettative che non hanno trovato alcun riscontro nella realtà. È difficile immaginare che lavoratrici e lavoratori possano credere ancora a promesse come quella della pensione con 41 anni di contributi per tutti, quando i dati e la normativa raccontano una storia completamente diversa. Dal 2028 non basteranno più neppure 43 anni di contributi per accedere alla pensione anticipata – nessun blocco dell’adeguamento dei requisiti pensionistici legato all’attesa di vita. E non basteranno più nemmeno 67 anni di età per la pensione di vecchiaia, visto che il requisito salirà a 67 anni e 3 mesi, per poi continuare ad aumentare, con i successivi adeguamenti biennali.
Serve una vera riforma previdenziale
Per la Cgil è arrivato il momento di archiviare gli slogan e aprire finalmente un confronto vero sulla riforma del sistema previdenziale, partendo dal lavoro. Perché la migliore riforma delle pensioni comincia dall’aumento dell'occupazione stabile, dalla crescita dei salari e dal contrasto alla precarietà. In un sistema sempre più contributivo, la qualità del lavoro determina inevitabilmente anche la qualità delle pensioni future. Se si continua a lavorare in modo discontinuo, con retribuzioni basse e carriere frammentate, soprattutto per giovani e donne, il risultato sarà un progressivo impoverimento delle pensioni.
Per questo sarebbe necessaria una riforma complessiva che introduca una flessibilità strutturale di accesso alla pensione, senza penalizzazioni economiche, che riconosca il valore del lavoro di cura, rafforzi le tutele per chi svolge lavori gravosi e affronti finalmente il tema della pensione contributiva di garanzia. Una misura indispensabile per assicurare alle nuove generazioni, e a chi ha avuto carriere discontinue e basse retribuzioni, un trattamento pensionistico dignitoso e adeguato.






































