Come anticipato da Collettiva, da oggi (1°luglio) parte una novità che segna una piccola rivoluzione per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti: nel settore privato, per tutti i nuovi rapporti di lavoro scatterà l’adesione automatica alla previdenza complementare.

L’effetto concreto è presto detto: chi viene assunto per la prima volta, viene iscritto automaticamente al fondo pensione previsto dal suo contratto collettivo. Di conseguenza, il Tfr verrà versato nella posizione individuale del lavoratore o della lavoratrice, che potrà consultare liberamente il proprio risparmio previdenziale accedendo con spid o con le credenziali che gli saranno fornite dal fondo. Automatismo a parte, l’adesione comunque conviene perché produce un vantaggio economico. Vediamo perché.

Il contributo del datore di lavoro

Ricordiamo innanzitutto che, insieme al Tfr, nel fondo confluirà anche un contributo aggiuntivo, a carico del datore di lavoro. L’importo di questo contributo equivale in genere a una percentuale tra l’1 e il 2% della retribuzione lorda: per conoscerne con esattezza l’importo, è necessario consultare il proprio contratto collettivo. Il contributo datoriale esiste già da anni, ma la novità è la sua attivazione automatica per i nuovi assunti. Va precisato, tuttavia, che chi ha già un rapporto di lavoro, ma non ha ancora un fondo pensione, può aderire in qualunque momento: scegliendo il fondo negoziale, quello previsto dal proprio Ccnl, riceverà anche il contributo datoriale.

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Un diritto che però, come hanno evidenziato congiuntamente sindacati e associazioni datoriali alcune settimane fa, attraverso un Avviso comune, viene meno qualora si decida di lasciare il fondo negoziale per trasferirsi in un fondo aperto o in un Pip. Il contributo datoriale è infatti istituito (e regolamentato) dal contratto collettivo, che pone dei vincoli rispetto alla sua portabilità.

Nel fondo confluisce anche un contributo versato dal lavoratore stesso, in base a quanto previsto dal contratto collettivo. Il contributo del lavoratore viene versato anch’esso nella posizione individuale, e beneficia della deduzione fiscale, permettendo di conseguire un risparmio fiscale.

I lavoratori il cui reddito non raggiunge l’importo equivalente all’assegno sociale non sono tenuti a versare il loro contributo, ma riceveranno ugualmente il contributo del datore, oltre al conferimento al fondo pensione del loro Tfr.

Perché la previdenza complementare conviene

La scelta di aderire a un fondo pensione negoziale non significa soltanto decidere dove destinare il proprio Tfr. Grazie all’effetto combinato del contributo del datore di lavoro, dei rendimenti della gestione finanziaria e dei vantaggi fiscali previsti dalla normativa, si ottengono dei vantaggi economici.

Facciamo un esempio: una simulazione elaborata utilizzando i dati di rendimento di un fondo pensione negoziale, riferita a un lavoratore con oltre 26 anni di contribuzione, evidenzia con chiarezza gli effetti di questa scelta. Utilizzando gli stessi parametri salariali, l’aderente al fondo pensione arriva al pensionamento con una posizione individuale di 106.293 euro, mentre chi lascia il Tfr in azienda accumula 77.422 euro. La differenza è di 28.871 euro, pari a circa il 37% di risorse in più.

A determinare questo risultato non è soltanto il conferimento del Tfr. Un ruolo decisivo è svolto proprio dal contributo del datore di lavoro, previsto dalla contrattazione collettiva, che nella simulazione ammonta a 10.285 euro.

A questo si aggiungono i rendimenti maturati nel tempo: nella simulazione il patrimonio investito nel fondo genera 35.605 euro, mentre il Tfr lasciato in azienda si rivaluta di 16.606 euro. Una differenza di quasi 19.000 euro. Va poi sommato il beneficio derivante dal regime fiscale agevolato previsto per la previdenza complementare, che permette di risparmiare diverse migliaia di euro di tasse. Infatti, la liquidazione del proprio montante nei fondi pensione viene tassata con un’aliquota che va dal 9% al 15%, in base agli anni di adesione. Una tassazione molto più bassa del Tfr lasciato in azienda o nel fondo di tesoreria Inps.

Questi dati dimostrano come il valore della previdenza complementare non dipenda esclusivamente dal Tfr, ma dalla combinazione di più fattori: il contributo datoriale conquistato attraverso la contrattazione collettiva, la gestione finanziaria di lungo periodo, la capitalizzazione dei rendimenti e il trattamento fiscale favorevole. È anche per questo che la Cgil continua a considerare i fondi pensione negoziali uno strumento importante per rafforzare la tutela previdenziale di lavoratori e lavoratrici e valorizzare il ruolo della contrattazione collettiva.

Lo speciale previdenza complementare di Cgil e Collettiva