È passato poco più di un mese dal settantesimo anniversario della strage di Marcinelle, una delle tragedie più grandi che la storia annoveri, ancora oggi, tra gli incidenti sul lavoro. Su RaiPlay c’è un bel documentario che prova a cucire insieme passato e presente. Il fiore delle terre nere – Marcinelle 70 anni dopo, prodotto da Pandataria Film per Rai Documentari e scritto e diretto da Salvatore Braca, non è il primo che prova a mettere a fuoco la memoria di quei giorni, ma lo fa dando voce anche a figli, mogli, nipoti.

Charleroi e l’eredità italiana

Oggi la regione di Charleroi è un insieme di borghi e cittadine belghe dove l’influenza della cultura italiana è profondamente radicata, grazie all’eredità che le famiglie emigrate qui negli anni cinquanta continuano a mantenere viva. Il volto multietnico della cittadina industriale si è trasformato nel corso dei decenni, ma è rimasto una caratteristica fondamentale di quei luoghi, come il documentario riesce bene a raccontare.

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La voce di Urbano

Immancabile, tra le voci raccolte, quella di Urbano Ciacci, unico minatore del Bois du Cazier ancora in vita e memoria vivente della miniera, dove tutt’ora accompagna i visitatori provenienti da tutto il mondo. Urbano è vivo per uno scherzo del destino: il viaggio di nozze in Italia per cui era partito poco prima della tragedia. Nel documentario racconta di come, appresa la notizia della tragedia dai giornali, fece di tutto per tenerla nascosta alla giovane sposa, temendo che se lo avesse saputo non avrebbe mai più voluto fare ritorno in Belgio. Il documentario ci accompagna in un viaggio nel tempo che va dagli anni cinquanta ad oggi, ma anche un viaggio nello spazio, dai sobborghi intorno a Bois du Cazier fino all’Abruzzo, terra di provenienza di gran parte dei minatori italiani che furono “oggetto” del celebre scambio “uomo-carbone”.

La musica di Lara Molino

Ad accompagnarci nel borgo abruzzese di Manoppello, è Lara Molino, cantautrice che quella terra la conosce a menadito per nascita. Attraverso il suo infaticabile impegno di recupero dei brani della tradizione, che studia da anni, continua a lavorare per contaminazione tra le sonorità del passato e quelle del presente. L’artista, infatti, ha sempre dedicato una parte importante della propria ricerca artistica alla riscoperta della storia e della memoria dell’Abruzzo.

Il brano “8 Agosto 1956“

Nel docufilm interpreta il suo brano 8 Agosto 1956, accompagnata tra i vicoli di Manoppello dai musicisti Giuseppe Di Falco alla fisarmonica e Maria Aurelia Del Casale alle percussioni. La sua canzone nasce da un interesse personale per la tragedia di Marcinelle, che l’ha portata a studiare la vicenda nel dettaglio, per poi tradurla in musica e parole. La cantautrice ha parlato della grande emozione provata nell’interpretare questo pezzo, a cui è molto legata, soprattutto per le riprese inserite nel documentario. A Manoppello ha conosciuto la vedova di uno dei minatori che persero la vita a Marcinelle: “Un’esperienza unica – ha raccontato Molino – ho cantato con un nodo alla gola per l’emozione immensa”.

Da “Le terre nere” a “Marcinelle, le 56 minutes”

La sua canzone 8 Agosto 1956 è diventata un vero e proprio manifesto della tragedia di Marcinelle, perché è stata scelta come colonna sonora anche di un altro documentario recentemente uscito. Si tratta della produzione belga Marcinelle, le 56 minutes, nata dalla collaborazione tra Bois du Cazier e Sonuma, realtà impegnata nella conservazione e valorizzazione degli archivi audiovisivi della comunità francese del Belgio. Il racconto si sviluppa attraverso filmati d’epoca, immagini, testimonianze e documenti sonori provenienti dagli archivi, ricostruendo la storia dell’emigrazione dei lavoratori verso le miniere e il dramma dell’8 agosto 1956. “Ho scritto questa canzone perché quelle persone, le loro vite e i loro sacrifici non venissero dimenticati. - ha raccontato Lara Molino - Vederla oggi entrare in un nuovo racconto dedicato a Marcinelle è una grande emozione”.

Bois du Cazier patrimonio industriale

Oggi Marcinelle è ancora il simbolo tragico dell'emigrazione italiana del dopoguerra e degli incidenti sul lavoro, e le Bois du Cazier è diventato un sito protetto in quanto patrimonio industriale, dove ogni giorno decine di visitatori si recano per conoscerne la storia e incontrare Urbano, l’unico superstite. Sono passati settant’anni dalla tragedia della miniera Belga e la memoria orale diretta dei protagonisti si affievolisce sempre di più. Per fortuna è ancora vivo il ricordo tramandato a figli e nipoti, che sentono forte il senso dell’appartenenza a una comunità italiana molto radicata nel territorio belga. Le loro voci sono forse l’elemento più significativo e commovente del documentario “Il fiore delle terre nere”, accanto alla testimonianza della vedova, ancora oggi vestita di nero, rappresentazione plastica del lutto.

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