Alla fine il Leone d’oro del Festival di Venezia lo ha vinto Woman Unknown di May el-Toukhy. La regista danese compone un affresco femminile che convince la giuria, guidata da Maggie Gyllenhaal. Ma vince anche la Palestina. Il secondo classificato (Leone d’argento) è il coreano Lee Chang-dong con Possible Love.

NAZA ottiene un riconoscimento importantissimo: il Premio Speciale della Giuria, per un film che rilancia con forza la questione del genocidio palestinese. Una vittoria che, speriamo, aiuterà l’uscita nelle sale italiane nel modo più capillare possibile. Il film fiume DAU, sul regime sovietico, ottiene il Leone d’argento che significa la migliore regia. Il cinema sul lavoro porta a casa un premio: Stephane Brizé ottiene la migliore sceneggiatura per A bon petite soldat

John Malkovich vince la Coppa Volpi come migliore attore. Strepitosa la sua interpretazione nel thriller Wild Horse Nine di Martin McDonagh, che dalla proiezione è stato lodato all’unanimità.

La migliore attrice è Mathilde Arcel, protagonista sempre di Woman Unknown, che riceve la Coppa Volpi visibilmente commossa. “Dedico il premio a tutte le donne che soffrono nel mondo – ha detto dal palco –, come la donna che abbiamo messo in scena nel nostro film”.

Alba Rohrwacher “soldato” del lavoro

A parte la divisione dei premi, è stato un Festival ricco di spinte sociali e politiche. A partire dal lavoro: Stéphane Brizé torna a esplorare la brutalità delle dinamiche professionali contemporanee con Un bon petit soldat, interpretato da Alba Rohrwacher e Vincent Lindon. Il film segue le vicende di una dirigente aziendale, responsabile delle risorse umane, costretta a gestire tagli al personale e ritmi insostenibili: dovrà scegliere tra la lealtà alla dirigenza e la propria coscienza, davanti al licenziamento di una collega.

Un dramma del lavoro visto in controluce, dalla prospettiva di una donna di oggi che occupa un piano alto: il regista mostra come le logiche della produttività abbiano ormai trasformato gli spazi aziendali in campi di battaglia, dove l’etica personale soccombe alla mera sopravvivenza. E non si può contraddire il CEO, perché la logica del profitto ha sempre ragione. Un affresco amaro ma realistico, da cui partire per metterlo in discussione, vedetelo quando arriverà in sala.

A bon petite soldat di Stephane Brizé

Il ritorno di Nanni Moretti

Un momento importante della Mostra è stato il ritorno in concorso di Nanni Moretti con Succederà questa notte, tratto dal libro Eshkol Nevo e interpretato da Louis Garrel e Jasmine Trinca. Il film segue la complessa e tormentata storia d’amore tra un uomo e una donna che si incrociano ripetutamente nell’arco di diversi anni, ritrovandosi e perdendosi sempre nel momento sbagliato.

Non c’è politica stavolta nello sguardo di Moretti, colui che più ha riflettuto nel tempo sul destino triste e paradossale della sinistra. Ma il regista a 73 anni è stato chiaro: “Non volevo fare sempre lo stesso film”, ecco allora un progetto diverso che contiene comunque la sua sensibilità e umanità. Anche avere cura dell’altro, e quindi amare davvero, nell’epoca dell’immaturità sentimentale può essere un gesto politico.

NAZA: la verità sul genocidio palestinese

Straordinario il successo di NAZA. Venticinque minuti di applausi e bandiere palestinesi sono apparse in Sala Grande, ovvero alla prima per il pubblico, con gli autori molto toccati. Il film, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, è un documentario d’inchiesta che raccoglie le testimonianze dirette e anonime di soldati e ufficiali di intelligence israeliani. Girato ovviamente in segreto, il film svela dall’interno il funzionamento dei sistemi militari e dell’intelligenza artificiale utilizzati per identificare i bersagli a Gaza, analizzando il calcolo dei danni collaterali e dei civili coinvolti nei bombardamenti (il termine “NAZA” significa proprio questo: civili coinvolti). Uomini, donne e bambini uccisi senza dubbi morali anzi, confessa un militare, addirittura “con divertimento” come fosse un videogioco.

Nell’arco di 80 minuti l’opera analizza la disumanizzazione e la macchina della morte di Israele, diventando così una testimonianza fondamentale sull’uso della tecnologia nella guerra allo scopo di uccidere più palestinesi possibile. Difficile per il governo israeliano negare o minimizzare dopo un’inchiesta visiva del genere. E il film rilancia con forza il grido della Palestina, mentre Gaza brucia ancora, come ha ricordato l’impegno di Venice4Palestina ancora una volta al Festival.

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L’affresco potente di Woman Unknown

Diretto dalla regista danese May el-Toukhy, il Leone d’oro Woman Unknown è uno dei pochi film girati da una regista (l’altra in concorso è proprio Rachel Szor). Ambientato nel dopoguerra, il racconto segue una donna accusata ingiustamente di collaborazionismo che tenta di ricostruire la propria vita sotto una falsa identità, mentre qualcuno cerca di smascherarla. La protagonista incarna il rifiuto della vittimizzazione dentro un sistema patriarcale, in cui il corpo e il passato della donna diventano terreno di giudizio pubblico e di sottomissione.

Una donna di oggi secondo Guédiguian

Robert Guédiguian ha portato al Lido Une femme aujourd'hui (A Woman Today), sezione Giornate degli Autori. La protagonista è Juliette, incarnata da una magnifica Marilou Aussilloux, una brillante trentacinquenne di Marsiglia con una carriera di successo nella finanza. La sua vita indipendente e le sue certezze crollano improvvisamente quando subisce un’aggressione da parte di un collega durante un evento aziendale. Si innesca così una sorta di decrescita, nel senso che Juliette si rende conto che lavorare 80 ore a settimana, nel gorgo del turbocapitalismo, forse non è più opportuno.

Allo stesso tempo dovrà superare il trauma della violenza subita, che non denuncia perché la donna viene sempre colpevolizzata. C’è poco da dire: un grande Guédiguian come sempre, tra i pochi ormai a rappresentare così esattamente le ferite del presente con uno sguardo davvero umanista. Avrebbe meritato il concorso principale.

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DAU, il regime sovietico e la bomba atomica

Il film fluviale della kermesse è DAU del russo Ilya Khrzhanovsky. La storia segue la vita quotidiana di DAU, lo scienziato che nell’Unione Sovietica viene incaricato di realizzare la bomba atomica, una sorta di Oppenheimer nell’URSS; insieme a lui un gruppo di scienziati all'interno di un istituto di ricerca sovietico segreto negli anni Cinquanta, dove gli esperimenti scientifici sfociano progressivamente nel controllo psicologico e nell'epurazione politica.

Un’opera-mondo totalizzante, che dura tre ore e mezzo, e per interposto personaggio racconta la progressiva degradazione del regime sovietico, che si può applicare a ogni dittatura.

Il fuoco che ti porti dentro e la grande prova di Vanessa Scalera

Il premio Bookciak è andato a Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, adattamento dell’omonimo romanzo di Antonio Franchini. Il riconoscimento riguarda il miglior film da opera letteraria. Il premio, nato nel 2025, è il coronamento delle molteplici attività della filiera Bookciak, diretta da Gabriella Gallozzi, volta a valorizzare la fortunata relazione tra cinema e letteratura. Allo stesso tempo, quest’anno, serve a incoronare anche una grande attrice che interpreta una figura di donna difficile: Vanessa Scalera, protagonista del film.

Lo afferma chiaramente la motivazione: “Concentrando in questo Natale a casa Franchini l’intera azione, il film trasmette potenziati il nero e il grottesco del racconto. Regalando al cinema la figura memorabile di questa madre-flagello, illuminata da una magnifica e debordante Vanessa Scalera”.

Insomma, anche quest’anno è stata un’edizione importante, di resistenza del cinema davanti alle miserie del presente, tra guerre, emergenza climatica e diritti delle donne. Si può correggere qualcosa, come inserire più registe in competizione, ma la Mostra resta un momento fondamentale per leggere il mondo contemporaneo, affrontare i problemi e i drammi riflettendoli nello specchio dello schermo.

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