2008 - Vittorio Foa tra resistenza e ricostruzione del sindacato

Il 20 ottobre 2008 si spegne a 98 anni Vittorio Foa, uno dei più grandi sindacalisti e politici del novecento italiano. Un uomo che dagli esordi in Giustizia e libertà, passando per la Resistenza, la Costituente, la militanza nella Cgil ha attraversato l’intera storia della sinistra italiana. Antifascista, dopo una reclusione di 8 anni fu partigiano con i "fazzoletti verdi" delle Brigate Giustizia e Libertà. Costituente per il Partito d’Azione, darà un determinante contributo alla stesura degli art. 39 e 40 della Carta costituzionale sulla libertà di organizzazione sindacale e sul diritto di sciopero. In seguito sarà parlamentare del Partito socialista per 3 legislature. Ascrivibile ad un socialismo di sinistra di stampo libertario, radicale e operaista, ha sempre intrattenuto col Partito comunista un rapporto anche fortemente critico, ma fatto al tempo stesso di dialogo e collaborazione attiva, venendo eletto senatore nel 1987 come indipendente nelle liste del Pci. A questo proposito, scrive : “Io non sono mai stato comunista e nessuno mi ha mai chiesto di diventarlo, forse anche per il mio impermeabile individualismo piccolo-borghese che ha resistito anche a decenni di lavoro sindacale. La mia coabitazione con i comunisti è stata tutta sul versante, che ritengo dominante, della costruzione democratica”. Sul piano sindacale Foa incrocia la sua strada con quella della Cgil nel 1948. Ha un ruolo decisivo nel Piano del Lavoro presentato da Giuseppe Di Vittorio nel 1949. E’ lo storico leader della Cgil a puntare molto su Foa, che nel 1955 sarà segretario nazionale della Fiom al fianco di Agostino Novella, che alla morte di Giuseppe Di Vittorio guiderà la Cgil. All’interno della confederazione Foa è stato tra i principali interpreti di una cultura sindacale capace di coniugare la tutela delle condizioni materiali dei lavoratori con una più ampia riflessione sulla partecipazione, sulla democrazia industriale e sul “controllo operaio” dei processi produttivi. Per lui il sindacato non doveva limitarsi alla contrattazione salariale, ma rappresentare uno strumento di emancipazione; “socialismo non è soltanto l’ordinamento collettivistico della produzione”, affermerà, “socialismo è liberazione e autogoverno dei lavoratori”. Punto di riferimento costante per la Cgil, le sue riflessioni hanno accompagnato generazioni di dirigenti e delegati, alimentando una concezione del sindacato fondata sull'ascolto, sul pluralismo e sulla partecipazione democratica. La sua eredità resta ancora oggi uno dei patrimoni culturali più importanti della storia della Confederazione.

2009 - La figura di Placido Rizzotto

2009. Settembre, l’estate si disperde sopra Rocca Busambra. De poliziotti risalgono a fatica da una foiba. Hanno ritrovato uno scheletro umano. Solo nel 2012 l’esame del dna ne confermerà l’identità: è il corpo di Placido Rizzotto, segretario della Camera del lavoro e uno dei protagonisti delle lotte contadine che hanno cambiato la Sicilia del dopoguerra. Rizzotto era nato a Corleone nel 1914. Dopo l’arresto del padre, accusato di legami mafiosi, alternò il servizio militare al lavoro nei campi per aiutare la famiglia. In seguito all’8 settembre 1943 partecipò alla Resistenza nelle file partigiane di orientamento socialista: tornato in Sicilia alla fine della guerra, scelse di impegnarsi nella politica e nel sindacato. A Corleone rifiutò un incarico da campiere offertogli dalla mafia e iniziò l’attività sindacale. Divenne segretario della Camera del lavoro e uno dei principali organizzatori di quel movimento contadino che rivendicava l’applicazione dei decreti di riforma agraria e l’assegnazione delle terre incolte ai braccianti. In quegli anni la Cgil guidava in tutta la Sicilia una stagione di occupazioni simboliche dei latifondi, che mettevano in discussione equilibri sociali radicati da secoli. Rizzotto aderì al Partito socialista italiano di unità proletaria e partecipò alla vita politica locale, contribuendo alla vittoria del Fronte del Popolo alle elezioni comunali del 1946. La sua attività lo rese presto un punto di riferimento per i contadini e un bersaglio per Cosa nostra. A Corleone il boss Michele Navarra vedeva in quel giovane sindacalista una minaccia per il controllo del territorio e per gli interessi dei latifondisti. Le minacce si trasformarono presto in violenza. La sera del 10 marzo 1948 Rizzotto esce di casa per raggiungere alcuni compagni. Non arriverà mai a destinazione: rapito e ucciso dalla mafia, il suo corpo scompare in una foiba nelle campagne attorno al paese. Un giovane pastore, Giuseppe Letizia, assistette all’omicidio e riconobbe gli assassini, ma morì poco dopo in circostanze sospette nell’ospedale del paese, dove lavorava lo stesso Navarra. Le indagini furono condotte dal capitano dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa. Alcuni responsabili vennero arrestati, tra cui Luciano Liggio, ma il processo si concluse con assoluzioni per insufficienza di prove. Il corpo di Rizzotto rimase disperso per decenni. La sua vicenda resta una delle pagine più drammatiche della storia del sindacalismo italiano: la testimonianza di una stagione in cui la difesa dei diritti dei lavoratori e dei contadini si scontrava apertamente con il potere mafioso.

2010 - La Cgil degli “anni zero”: la segreteria di Guglielmo Epifani

Il 3 novembre 2010 Guglielmo Epifani lascia la guida della Cgil. Il passaggio di consegne con Susanna Camusso chiude otto anni di segreteria e una lunga stagione di vita pubblica. Primo socialista a guidare la Confederazione dopo la ricostituzione del 1944, Epifani è stato una figura di cerniera tra culture politiche diverse, tra il sindacato del Novecento e le trasformazioni del lavoro che stavano cambiando l’Italia. Nato a Roma il 24 marzo 1950 da una famiglia di origine campana, cresce tra Milano e la capitale, nel quartiere Talenti. Dopo la laurea in filosofia alla Sapienza, con una tesi su Anna Kuliscioff, entra nella Cgil. Nel 1974 lavora alla direzione dell’Esi, la casa editrice della Confederazione; poi passa all’ufficio sindacale, dove segue le politiche contrattuali delle categorie, e all’ufficio industria. La sua carriera dirigente comincia nel 1979, nella categoria dei poligrafici e cartai. Nel 1990 entra nella segreteria confederale; tre anni dopo Bruno Trentin lo nomina segretario generale aggiunto. Dal 1994 al 2002 è il vice di Sergio Cofferati. Quando assume la guida della Cgil, il Paese è attraversato da forti tensioni. Epifani sceglie una linea fatta di autonomia, negoziato e fermezza, cercando di tenere insieme salari, contratti, stato sociale e unità del mondo del lavoro. In quegli anni prende posizione anche su uno dei nodi più controversi della politica internazionale: la guerra in Iraq. Dopo l’uccisione dell’ostaggio italiano Fabrizio Quattrocchi, definita un gesto barbaro dentro una tragedia da fermare, sostiene il ritiro delle truppe italiane. Lasciare l’Iraq, per Epifani, non significa sottrarsi alle responsabilità, ma indicare una strada diversa contro il terrorismo, sottraendogli terreno e consenso. La dissociazione dall’occupazione diventa così il segnale di un cambio di strategia, fondato sul coinvolgimento pieno delle Nazioni Unite e su un processo credibile di ricostruzione politica e sociale. Mentre il lavoro cambia e la precarietà cresce, anche la scuola diventa terreno di scontro. Di fronte alla riforma Moratti, la Cgil denuncia il rischio di un ritorno a un modello selettivo, capace di separare troppo presto i percorsi dei ragazzi e di riportare il sistema educativo a una logica da anni Cinquanta. Epifani vede in quella riforma una scuola meno unitaria e meno inclusiva, più esposta alle disuguaglianze sociali. Per questo la Confederazione promuove sit-in, assemblee, presidi davanti al Parlamento, ricorsi alla Corte costituzionale e una grande manifestazione nazionale a Roma. La battaglia è per un’istruzione pubblica come leva di emancipazione, non come anticamera di destini già segnati. Muore a Roma il 7 giugno 2021, a 71 anni, per un’embolia polmonare. Con lui scompare una figura sobria e riconoscibile della sinistra italiana: un dirigente cresciuto nel sindacato, capace di attraversare politica e istituzioni senza perdere fermezza.

2011 - Il referendum Fiat di Marchionne

Nel gennaio 2011, nei reparti torinesi della Fiat si vota un referendum destinato a pesare su tutto il sistema italiano delle relazioni industriali. L’accordo per Mirafiori promette investimenti e produzione, ma chiede in cambio nuove regole su turni, pause, organizzazione del lavoro e rappresentanza. La scelta viene presentata come un passaggio obbligato per reggere la concorrenza globale. Per molti lavoratori e per la Fiom, invece, il voto nasce sotto la pressione di un’alternativa dura: accettare quelle condizioni o vedere l’investimento andare altrove. Sergio Marchionne difende la linea della Fiat come una rottura necessaria: il contratto si fa con chi ci sta e si costruisce in fabbrica, intorno alle esigenze dell’impresa. È una prospettiva che riduce il peso dei corpi intermedi, mette in discussione il contratto nazionale e sposta il baricentro dei rapporti di lavoro dentro il perimetro aziendale. La Cgil di Susanna Camusso contesta quella impostazione. Il punto non è rifiutare il cambiamento, ma impedire che la modernizzazione diventi compressione dei diritti. Il giudizio sull’accordo è negativo e la Confederazione indica il no, mettendo al centro libertà sindacale, rappresentanza e garanzie reali su investimenti e permanenza in Italia. La Fiom di Maurizio Landini va oltre: considera il referendum illegittimo e l’accordo non firmabile. Quando lo scrutinio si chiude, dopo nove ore, il risultato è più stretto del previsto. I sì vincono con il 54,7 per cento, contro un’affluenza altissima, pari al 94,6 per cento dei circa 5.500 aventi diritto. A spostare l’esito sono soprattutto gli impiegati: durante la notte il no era andato avanti nei reparti di montaggio e lastratura, poi il voto degli uffici ribalta il testa a testa. Rispetto a Pomigliano, dove il sì aveva raggiunto il 63,4 per cento, Marchionne perde consenso proprio tra gli operai. Per Fiat e per i sindacati firmatari, dalla Fim alla Uil, il voto apre la strada allo stabilimento del futuro. Anche il governo legge il risultato come una svolta nelle grandi fabbriche. Per la Fiom e per la Cgil, invece, quel margine ridotto dimostra che non si può governare la fabbrica senza il consenso dei lavoratori. Dopo il referendum del 1995 sullo Statuto dei lavoratori, le rappresentanze sindacali aziendali spettano ai sindacati firmatari dei contratti applicati nell’unità produttiva: chi non firma rischia di essere escluso, come già successo dopo il referendum di Pomigliano del 2010. La Fiom fa ricorso per entrambi gli stabilimenti, Pomigliano e Mirafiori, e nel 2011 il giudice del lavoro di Torino respinge il ricorso Fiom contro il primo, ma riconosce alla Fiat una condotta antisindacale per via dell’estromissione di fatto dalla sede torinese compiuta nei confronti della Fiom. A settembre Marchionne comunica l’uscita da Confindustria dal primo gennaio 2012. Mirafiori diventa così uno spartiacque: da una parte l’industria che invoca flessibilità, dall’altra il sindacato che difende contratto nazionale, rappresentanza e voce dei lavoratori.

2012 - Il contrasto all’austerity

E’ il 14 novembre 2012 e l’Europa si ferma per dire no alle politiche di austerità. La Confederazione Europea dei Sindacati ha organizzato una giornata di mobilitazione europea sotto lo slogan "Per il lavoro, la solidarietà e contro l'austerità". Alla mobilitazione partecipa la Cgil, mentre Cisl e Uil si defilano. Le manifestazioni si sono svolte in più di 85 città italiane, non senza momenti di tensione. E’ il culmine della lotta all’austerità che dopo la crisi del 2008 ha portato l'Europa ad adottare politiche di contenimento della spesa pubblica, soprattutto nei Paesi con debito pubblico alto, i famigerati PIGS, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Il disagio sociale in tutto il Continente è palese, ma la spinta conservatrice europea è orientata a contenere le spese a scapito delle fasce più deboli della società. Una situazione che rimarrà tale fino al Covid e che sta tornando reale nell’ultimo periodo. Quella del 14 novembre fu l’ultima di una serie di iniziative che i sindacati europei, con la Cgil in prima fila, hanno messo in campo sin dal 2010. Il 29 settembre 2010 fu promossa una grande Giornata di azione europea contro l'austerità. Lo slogan scelto, "No to Austerity", sintetizza una critica radicale all'indirizzo assunto dall'Unione Europea: non bastava salvaguardare la stabilità dei conti pubblici se ciò significava comprimere l'occupazione, ridurre gli investimenti e indebolire i diritti sociali. Migliaia di lavoratrici e lavoratori raggiunsero Bruxelles, dove il corteo della CES sfilò fino al Parlamento Europeo proprio mentre il presidente della Commissione José Manuel Barroso presentava il nuovo pacchetto di governance economica dell'Unione. Per la prima volta dopo molti anni, il sindacato europeo cercava di costruire una risposta comune a una crisi che aveva ormai assunto una dimensione continentale. La Cgil in quegli anni non si limitò a contestare i singoli provvedimenti economici, ma propose un diverso e antitetico modello di governance economica: un'alternativa fondata su investimenti pubblici, innovazione, crescita dell'occupazione, rafforzamento del welfare e redistribuzione della ricchezza. Sebbene le politiche di austerità abbiano continuato a caratterizzare gli anni successivi, quella mobilitazione lasciò un'eredità importante. Essa contribuì a rafforzare il coordinamento tra le organizzazioni sindacali europee e pose al centro del dibattito pubblico una questione destinata a rimanere attuale: non può esistere stabilità economica senza giustizia sociale, né crescita duratura senza lavoro di qualità.

2014 - La lotta contro il Jobs Act

25 ottobre 2014 a Roma centinaia di migliaia di persone sfilano nella capitale con lo slogan "Lavoro, dignità, uguaglianza", chiedendo il ritiro del Jobs Act e una diversa politica economica fondata sugli investimenti, sull'innovazione e sulla creazione di occupazione stabile. Lo scontro tra la Cgil, guidata da Susanna Camusso, e il Governo di Matteo Renzi sul Jobs Act segna una frattura profonda tra il Partito democratico e la Confederazione. Per la Cgil il Jobs Act rappresenta un punto di svolta nel sistema delle tutele costruito nel corso della storia repubblicana. Non si tratta soltanto di una contestazione di singole norme, ma di un confronto più ampio sul modello di sviluppo, sul ruolo del lavoro nella Costituzione e sul significato stesso dei diritti dei lavoratori nell'Italia del XXI secolo. Il contesto economico era quello di un Paese ancora profondamente segnato dalla crisi finanziaria del 2008 e dalle politiche di austerità che avevano caratterizzato gli anni precedenti. La disoccupazione aveva raggiunto livelli molto elevati, in particolare tra i giovani, mentre cresceva il numero dei contratti precari e delle forme di lavoro discontinue. Il governo Renzi presenta il Jobs Act come una riforma capace di rilanciare l'occupazione, semplificare il mercato del lavoro e rendere il sistema produttivo più competitivo. L'idea di fondo è che una maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro avrebbe favorito nuove assunzioni e attratto investimenti. La Cgil contesta fin dall'inizio questa impostazione. Il punto più controverso della riforma riguarda il contratto a tutele crescenti e il superamento, per i nuovi assunti, della tutela reintegratoria prevista dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo. Per la Cgil, quella modifica ha un forte valore simbolico oltre che giuridico. Il Governo va avanti nonostante la mobilitazione del 25 ottobre e dello sciopero generale, proclamato insieme alla Uil, il 12 dicembre. La battaglia contro il Jobs Act non si concluse con l'approvazione della legge. Negli anni successivi la Cgil prosegue la propria iniziativa promuovendo la raccolta di milioni di firme per la Carta dei diritti universali del lavoro, un progetto di riforma complessiva volto ad aggiornare lo Statuto dei lavoratori estendendo le tutele anche alle nuove forme di occupazione. Fino ad arrivare ai referendum del 2025, quando nonostante il non raggiungimento del quorum, mostra quanto sia sentita dai lavoratori la cancellazione dell’articolo 18.

2015 - L’impegno della Cgil contro la mafia

Il 28 gennaio 2015 si conclude l'operazione Aemilia con l'arresto di 160 persone in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia. E’ la prova di qualcosa che si era intuito da anni, la criminalità organizzata, soprattutto la ‘ndrangheta si è radicata nel Nord Italia. L’operazione si è conclusa con 177 condanne per oltre 1.500 anni di carcere nell’ottobre del 2018. Un sistema svelato grazie al contributo di almeno tre collaboratori di giustizia, fondamentale per comprendere i meccanismi di radicamento della ‘ndrangheta nel territorio emiliano e la complessa rete di rapporti intessuti con imprenditori, professionisti, giornalisti, funzionari delle banche e delle poste, esponenti delle forze dell’ordine. Interi settori dell’economia sono stati penetrati e posti sotto il diretto controllo della criminalità organizzata. In modo particolare l’edilizia e i trasporti sono risultati tra i più colpiti. Prova ne sia il tentativo di entrare nei lavori della gestione dell’emergenza e della ricostruzione post-sisma del 2012. La Cgil si è costituita parte civile nel procedimento con l'obiettivo di difendere il tessuto sociale ed economico del territorio emiliano-romagnolo. L'azione legale ha puntato a evidenziare come le infiltrazioni mafiose alterino la libera concorrenza, sfruttino il lavoro nero e calpestino i contratti collettivi. Attraverso le sue sedi provinciali, il sindacato ha costantemente promosso iniziative pubbliche e seminari di approfondimento per mantenere alta l'attenzione della cittadinanza. Questa partecipazione è frutto dell’impegno che da anni la Confederazione porta avanti nel contrasto alle mafie. Insieme ad associazioni come Libera la Cgil difende l’economia sana dalle infiltrazioni criminali e lo fa usando tutti gli strumenti a disposizione: dalle scuole di legalità alle manifestazioni, dal recupero di beni sequestrati alla partecipazione a processi importanti con quello Aemilia. Perché tutelare i lavoratori per la Cgil significa liberarli anche dal giogo delle associazioni criminali che operano al di fuori della legge e dei contratti collettivi, costringendo i lavoratori a salari bassi e turni massacranti.

2016 - La Carta dei diritti universali dei lavoratori

La Carta dei diritti universali del lavoro rappresenta uno dei progetti più ambiziosi elaborati dalla Cgil nel XXI secolo. Presentata nel 2016 sotto la guida della segretaria generale Susanna Camusso, essa nasce dalla consapevolezza che il mondo del lavoro è profondamente cambiato rispetto all'epoca in cui, nel 1970, era stato approvato lo Statuto dei lavoratori. L'origine della Carta va ricercata nella lunga stagione di trasformazioni che aveva interessato il mercato del lavoro italiano dagli anni Novanta in poi. Le riforme succedutesi nel tempo, dal "pacchetto Treu" alla legge Biagi, fino al Jobs Act, avevano introdotto una molteplicità di tipologie contrattuali, ampliando le forme di flessibilità ma, secondo la Cgil, producendo anche una crescente segmentazione tra lavoratori garantiti e lavoratori privi di adeguate tutele. Per la Confederazione, il rischio è quello di una cittadinanza sociale differenziata, nella quale i diritti dipendevano non dalla persona che lavora, ma dal tipo di contratto sottoscritto. È proprio in risposta a questa evoluzione che la Cgil avviò un ampio percorso di elaborazione culturale e giuridica, coinvolgendo costituzionalisti, giuslavoristi, dirigenti sindacali e delegati. Il risultato fu un vero e proprio progetto di legge composto da oltre cento articoli, ispirato ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana e, in particolare, agli articoli che pongono il lavoro al centro della vita democratica del Paese. Dal punto di vista storico, la Carta dei diritti universali del lavoro rappresenta il tentativo più organico compiuto dalla Cgil di aggiornare l'eredità dello Statuto dei lavoratori all'epoca della globalizzazione e della rivoluzione digitale. Per la Cgil, la sfida non consisteva semplicemente nel difendere le tutele del passato, ma nel riaffermare un principio costituzionale: i diritti fondamentali devono appartenere alla persona che lavora e non essere subordinati alla forma contrattuale o all'organizzazione dell'impresa. In questa prospettiva, la Carta dei diritti universali del lavoro costituisce una delle più importanti elaborazioni culturali e politiche del sindacato italiano contemporaneo, testimoniando la volontà della Confederazione di continuare a interpretare il lavoro come fondamento della cittadinanza democratica e della coesione sociale.

2017 - La Cgil e la sfida della Gig economy

L'affermarsi della gig economy ha rappresentato una delle principali sfide che la Cgil ha dovuto affrontare nella seconda metà degli anni Dieci del XXI secolo. A partire dal 2017, la rapida diffusione delle piattaforme digitali di consegna, trasporto e servizi ha reso evidente l'emergere di un nuovo modello di organizzazione del lavoro, fondato sulla gestione algoritmica delle prestazioni, sull'impiego di lavoratori formalmente autonomi e sulla frammentazione dei rapporti di lavoro. Per la Confederazione, non si trattava soltanto di una trasformazione tecnologica, ma di un cambiamento che rischiava di mettere in discussione principi consolidati del diritto del lavoro e della rappresentanza sindacale. La Cgil interpretò fin da subito la gig economy come un fenomeno che richiedeva strumenti nuovi, senza rinunciare ai valori storici del sindacato. L'obiettivo non era ostacolare l'innovazione digitale, ma impedire che l'innovazione diventasse il terreno sul quale aggirare tutele, salari e diritti conquistati in decenni di lotte sindacali. In questa prospettiva si inserì il lavoro di elaborazione già avviato con la Carta dei diritti universali del lavoro, presentata nel 2016, che proponeva un sistema di garanzie fondato sulla persona che lavora e non sulla natura giuridica del contratto. Un passaggio significativo fu la partecipazione della Confederazione al confronto che portò, nel 2019, all'approvazione della legge di tutela del lavoro tramite piattaforma digitale, primo intervento normativo nazionale dedicato ai rider. Pur giudicando quella disciplina ancora insufficiente, la Cgil la considera un primo riconoscimento della necessità di sottrarre il lavoro digitale a una condizione di vuoto normativo. Negli anni successivi il sindacato rafforza inoltre il proprio impegno a livello europeo, sostenendo le iniziative della Confederazione Europea dei Sindacati per una direttiva capace di contrastare il falso lavoro autonomo e di garantire maggiore trasparenza nella gestione algoritmica del lavoro. La risposta della Cgil alla gig economy rappresenta un momento di continuità nella propria tradizione. Come negli anni Settanta il sindacato aveva adattato la propria azione alle trasformazioni della grande industria, così, di fronte al capitalismo delle piattaforme, ha cercato di estendere i principi costituzionali del lavoro a realtà produttive inedite. Più che contrapporsi alla tecnologia, la Confederazione ha rivendicato la necessità di governarla, riaffermando un principio che attraversa tutta la sua storia: ogni innovazione può dirsi realmente progresso soltanto se migliora le condizioni di chi lavora e non se ne riduce i diritti.

2018 - Il nuovo Piano del Lavoro

Nel 2018, alla vigilia del XVIII Congresso della Cgil, il Piano del Lavoro proposto da Susanna Camusso diventa un’indicazione politica: non accettare che la crisi venga governata restringendo il perimetro pubblico, comprimendo i diritti e affidando tutto all’austerità. Le fratture prodotte dalla riforma delle pensioni, dal Jobs Act e dalla Buona Scuola segnano una stagione in cui la legge ha spesso sottratto al lavoro ciò che la contrattazione cercava di difendere. Il Piano, arricchito da quello straordinario per l’occupazione giovanile e femminile e da Laboratorio Sud, viene legato da Camusso a un’idea più ampia di società. La Carta dei Diritti Universali del Lavoro, sostenuta anche da una consultazione straordinaria degli iscritti, rimette al centro la persona che lavora, indipendentemente dal contratto. È una risposta alla precarietà e alla disintermediazione, ma anche un progetto di cittadinanza: stessi diritti fondamentali, più partecipazione, più democrazia, più rappresentanza nei luoghi di lavoro e nei territori. Il Piano del Lavoro è anche un modo per affrontare le trasformazioni che arrivano: digitalizzazione, cambiamenti demografici, migrazioni, nuove forme di impresa, crisi ambientale. La risposta non può essere subire l’innovazione, ma contrattarla. Da qui l’insistenza sulla contrattazione inclusiva, sociale e territoriale, capace di rappresentare chi è più esposto, chi non ha voce, chi lavora in filiere, appalti, piattaforme e percorsi discontinui. Nel 2018 il quadro politico è segnato dalla rottura tra lavoro e rappresentanza, dalla sconfitta della sinistra, dall’affermazione del Movimento 5 Stelle e dal rafforzamento di nuove destre. Per la Cgil questo rende ancora più necessaria l’autonomia del sindacato confederale. Non basta difendere ciò che resta: occorre ricostruire legami collettivi dove la crisi ha prodotto isolamento, paure, competizione tra poveri, razzismo e pulsioni neofasciste. Antifascismo, laicità, solidarietà e differenza di genere diventano parte della stessa battaglia per l’uguaglianza. La storia sindacale della segretaria aiuta a leggere questa impostazione. Entrata nel sindacato negli anni Settanta, dopo l’esperienza nei corsi delle 150 ore dei metalmeccanici milanesi, Camusso cresce nella Fiom, poi nella Flai, guida la Cgil Lombardia e nel 2010 diventa segretaria generale della Confederazione, succedendo a Guglielmo Epifani. Porta con sé una cultura costruita nelle fabbriche, nei settori produttivi, nell’agroindustria, nella dimensione confederale e nel movimento delle donne, da Usciamo dal Silenzio a Se non ora, quando?

2019 - La segreteria di Maurizio Landini

E’ il 24 gennaio 2019 quando a Bari viene eletto il nuovo segretario generale della Cgil. La scelta ricade su Maurizio Landini, che tra il 2010 e il 2017 ha guidato la Fiom Cgil. Anni in cui le battaglie con i vertici Fiat sono state molto cruente e spesso solitarie. In questi anni di segreteria di Maurizio Landini, la Cgil si è confrontata con trasformazioni e vicissitudini. Da un lato la transizione ecologica e quella digitale, che tutt’ora la politica non sta governando appieno e che hanno generato diverse criticità nel mondo del lavoro, con trasformazioni e perdita di occupazione di valore. Dall’altra parte ci sono state le vicissitudini che hanno sconvolto il mondo: il Covid in primis che ha portato la Cgil a trasformare la sua azione, le guerre, i dazi, le tensioni geo-politiche. In questi anni il mondo è cambiato profondamente e le crisi si sono susseguite, ma la Cgil ha continuato a stare dalla parte dei lavoratori portando in ogni tavolo di trattativa soluzioni per cercare di arginare il lavoro povero, i licenziamenti e le crisi aziendali. Ma la confederazione, in quanto tale è scesa in campo anche per sostenere i diritti di tutti, per la pace, per l’uguaglianza e in difesa della Costituzione. E’ proprio la difesa della Costituzione che nel 2026 ha portato ai seggi un numero di elettori inaspettato che ha scelto di bocciare la riforma proposta dal Governo e difendere lo spirito della Carta costituzionale. Anche i referendum sul lavoro del 2025, che seppur non hanno raggiunto l’affluenza necessaria per revocare leggi inique per i lavoratori, hanno dimostrato che la strada intrapresa dalla Cgil è quella giusta. Ma in questi anni di segreteria Landini è cambiata anche la Cgil stessa. È stato modificato il modo di comunicare ed ha introdotto mezzi tecnologici per riunirsi e difendere al meglio i diritti dei lavoratori. Quella di Maurizio Landini è una segreteria importante nella storia della Cgil, arrivata in un periodo in cui il lavoro è cambiato e continua a cambiare come non era mai successo nella storia.

2020 - La Cgil durante il Covid-19

Con l’arrivo del Covid-19, difendere il lavoro significa prima di tutto difendere la vita di chi lavora. La pandemia costringe il sindacato a misurarsi con un rischio nuovo, capace di trasformare in poche settimane fabbriche, uffici, servizi, scuole, ospedali e spazi pubblici in luoghi potenzialmente pericolosi. Dalla fine di febbraio 2020, con i primi focolai e le zone rosse nel Nord Italia, il Paese entra in una sequenza di decreti, chiusure, sospensioni e ripartenze. Quali attività devono restare aperte, e a quali condizioni? Nei confronti con il governo, la Cgil e gli altri sindacati chiedono di ridurre l’elenco dei settori considerati essenziali, di limitare le deroghe affidate alle prefetture e di coinvolgere le strutture sindacali territoriali nelle decisioni sulle imprese funzionali alle filiere indispensabili. La tutela della salute non può dipendere dalla sola autocertificazione aziendale. Il passaggio decisivo arriva con i Protocolli interconfederali del 14 marzo e del 24 aprile 2020, poi assunti come riferimento quasi normativo. Da lì nasce una fitta contrattazione nei luoghi di lavoro, nei territori e nei settori. Anche nel periodo più duro, tra febbraio e settembre, non conosce un lockdown totale: cambia forma, priorità e linguaggio. In quei mesi il sindacato agisce dentro condizioni difficili: assemblee limitate, incontri a distanza, mobilitazioni condizionate dalle restrizioni, relazioni industriali spostate su terreni instabili. Al centro c’è la sicurezza. Gestire distanziamenti, ingressi scaglionati, turni, sanificazioni, dispositivi di protezione, limitazione degli spostamenti interni e gestione degli spazi comuni che ridisegnano il lavoro quotidiano. I Comitati per l’applicazione e la verifica dei protocolli diventano uno snodo essenziale: luoghi di controllo, ma anche di partecipazione, dove delegati e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza trasformano indicazioni generali in misure salvavita. La pandemia cambia anche tempo e spazio del lavoro. Lo smart working, introdotto spesso in emergenza e con procedure semplificate, esplode in pochi mesi e interroga la Cgil su come evitare che il lavoro agile diventi isolamento, disponibilità continua o arretramento dei diritti. La contrattazione prova a governarlo, affiancando una dimensione collettiva a uno strumento nato come individuale. L’obiettivo è tenere insieme due principi che qualcuno avrebbe voluto contrapporre: continuità produttiva e salute, diritto al lavoro e diritto a non ammalarsi.

2021 - Assalto alla Cgil: la necessità di un nuovo antifascismo

L'assalto alla sede nazionale della Cgil del 9 ottobre 2021 rappresenta uno degli episodi più gravi di violenza politica verificatisi in Italia dalla fine della stagione del terrorismo. Nel corso della manifestazione organizzata a Roma contro il Green Pass, gruppi riconducibili a Forza Nuova e ad altri ambienti dell'estrema destra guidarono una parte dei manifestanti verso Corso d'Italia, dove la sede della Confederazione fu presa d'assalto e devastata. L'edificio, simbolo della rappresentanza del lavoro organizzato, venne deliberatamente scelto come bersaglio, trasformando una protesta contro le misure sanitarie in un attacco diretto a una delle principali istituzioni democratiche del Paese. Colpire la Cgil significava colpire una delle organizzazioni che hanno contribuito alla costruzione della Repubblica democratica e all'attuazione della Costituzione, nata dall'esperienza della Resistenza. Per questo il sindacato interpretò immediatamente l'assalto non come un gesto di vandalismo isolato, ma come un'aggressione ai valori dell'antifascismo, della libertà di associazione e della partecipazione democratica. La risposta più significativa arrivò una settimana dopo. Il 16 ottobre 2021 Cgil, CISL e UIL promossero a Roma la manifestazione nazionale "Mai più fascismi. Per il lavoro, la partecipazione e la democrazia", alla quale parteciparono decine di migliaia di persone. L'iniziativa trasformò un episodio di violenza in un momento di riaffermazione dei principi costituzionali, ricostruendo un'ampia unità tra il movimento sindacale, le istituzioni democratiche, il mondo dell'associazionismo e della cultura. Il messaggio era chiaro: la risposta alla violenza non poteva che essere il rafforzamento della democrazia e della partecipazione. Sul piano giudiziario, la Cgil si costituì parte civile in tutti i procedimenti contro gli assalitori. Le indagini della Procura individuarono il ruolo centrale svolto da esponenti di Forza Nuova nell'organizzazione e nella direzione dell'attacco. I processi portarono a numerose condanne, riconoscendo la particolare gravità dei fatti e qualificando l'azione come devastazione e assalto organizzato contro una sede sindacale. Negli anni successivi, le condanne sono state in larga parte confermate nei successivi gradi di giudizio, consolidando l'accertamento delle responsabilità penali. A distanza di anni, l'assalto alla sede della Cgil appare come un episodio che ha riattualizzato il legame storico tra il sindacato e i valori fondativi della Repubblica. Così come nel secondo dopoguerra la Confederazione contribuì alla ricostruzione democratica del Paese, anche nel 2021 essa ha rivendicato il proprio ruolo di difesa delle libertà costituzionali, riaffermando che la tutela del lavoro, la partecipazione collettiva e la democrazia sono principi inscindibili.

2022 - La Cgil e la rete Europe for Peace

L'invasione russa dell'Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, ha posto la Cgil di fronte a una delle più complesse sfide della propria storia recente: coniugare la ferma condanna dell'aggressione militare con la tradizione pacifista e internazionalista che da sempre caratterizza il sindacato. La Confederazione condannò immediatamente l'attacco della Federazione Russa come una violazione del diritto internazionale e della sovranità di uno Stato indipendente, esprimendo al tempo stesso piena solidarietà al popolo ucraino e chiedendo un'immediata cessazione delle ostilità. Da questa impostazione nasce l'impegno della Cgil nella rete Europe for Peace, un ampio coordinamento che riunisce sindacati, associazioni, organizzazioni del volontariato, movimenti pacifisti e realtà del terzo settore con l'obiettivo di costruire una mobilitazione unitaria per il cessate il fuoco e l'apertura di un negoziato. L'adesione alla rete non significa equidistanza tra aggressore e aggredito: la piattaforma comune condanna esplicitamente l'invasione russa, riconosce il diritto della popolazione ucraina a resistere e chiede contestualmente che l'Italia, l'Unione Europea e le Nazioni Unite promuovano con urgenza una soluzione diplomatica capace di fermare l'escalation del conflitto. La prima grande iniziativa è stata la manifestazione nazionale del 5 marzo 2022 a Roma, promossa dalla Cgil insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo e a decine di organizzazioni della società civile. Poche settimane dopo l'inizio della guerra, decine di migliaia di persone sfilarono nella capitale per chiedere "cessate il fuoco" e "pace subito", riaffermando il ripudio della guerra sancito dall'articolo 11 della Costituzione italiana. L'impegno proseguì nei mesi successivi con iniziative territoriali e culmina nella grande manifestazione del 5 novembre 2022, quando la rete Europe for Peace porta nuovamente migliaia di persone nelle strade di Roma sotto lo slogan "Cessate il fuoco subito, negoziato per la pace". La piattaforma della manifestazione denunciava le conseguenze umanitarie, economiche e ambientali della guerra, chiedeva il bando delle armi nucleari e rilanciava la prospettiva di una conferenza internazionale di pace fondata sul principio della sicurezza comune e condivisa. L'esperienza di Europe for Peace rappresenta una delle più significative espressioni dell'internazionalismo sindacale contemporaneo. Attraverso manifestazioni, campagne di sensibilizzazione e interventi di cooperazione, la Cgil ha riaffermato una concezione della pace non come semplice assenza di guerra, ma come condizione fondata sul rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e della giustizia sociale. In questa prospettiva, l'aiuto al popolo ucraino e la richiesta di una soluzione negoziale sono stati considerati due aspetti complementari di un unico impegno: difendere la dignità delle persone colpite dal conflitto e costruire le condizioni per una pace giusta e duratura.

2023 - La Via maestra

Nel 2023 La via maestra diventa il nome di un’alleanza nata per rimettere la Costituzione al centro della vita pubblica. Attorno alla Cgil si ritrovano più di cento organizzazioni, movimenti, associazioni e realtà del civismo attivo. Mondi diversi che scelgono di camminare insieme perché riconoscono la stessa urgenza: difendere i diritti fondamentali, contrastare le disuguaglianze, restituire voce al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla pace, all’ambiente e alla democrazia. Le radici del percorso affondano nell’ottobre 2021, con la Giornata della Partecipazione, quando si comincia a costruire uno spazio comune tra soggetti sociali, sindacali e civici. È il tentativo di non lasciare isolate le battaglie che attraversano il Paese: quella di chi chiede un lavoro stabile, libero e di qualità; di chi difende il Servizio sanitario nazionale pubblico, universale e solidale; di chi denuncia povertà, precarietà, divari territoriali e crisi climatica; di chi vede nella pace una condizione essenziale di giustizia. Nel 2023 questo lavoro prende corpo nella manifestazione nazionale del 7 ottobre a Roma, “La Via Maestra. Insieme per la Costituzione”. Piazza San Giovanni diventa il luogo in cui storie diverse si riconoscono in una direzione comune. È l’avvio di un’opposizione sociale che vuole essere stabile, orizzontale e partecipata. Mentre in Italia restano aperte le ferite della sanità, della scuola, del lavoro povero, della libertà di dissentire e manifestare, l’Europa rischia di smarrire la propria funzione di pace e progresso: le guerre si moltiplicano, la corsa al riarmo occupa spazio nel dibattito pubblico. Nel 2024 La Via maestra torna in piazza a Napoli, il 25 maggio, con l’appello “Per un’Italia capace di futuro. Per un’Europa giusta e solidale”. L’alleanza prova a darsi continuità. Si organizza in gruppi di lavoro su welfare, ambiente e lavoro, democrazia e istituzioni. Sul no all’autonomia differenziata costruisce un impegno condiviso, perché la frammentazione dei diritti rischia di colpire soprattutto chi vive nei territori più fragili. Non basta difendere singole conquiste, bisogna ricostruire il terreno comune su cui renderle esigibili per tutte e tutti. Il precario che non arriva a fine mese, la persona anziana che perde l’accesso alle cure, il giovane che teme il collasso climatico, chi chiede pace, accoglienza, lavoro dignitoso e libertà democratiche non abitano lotte separate. Stanno dentro la stessa domanda di futuro. In anni segnati da muri, solitudini e piccole patrie, la via maestra è il tentativo di stare con le differenze senza cancellarle, con la Costituzione a guidare la strada. Percorrerla significa scegliere da che parte stare: con chi si rassegna alle disuguaglianze o con chi prova, insieme, a cambiarne il corso.

2024 - Friday’s for future

Nel 2024 la collaborazione tra Cgil e Fridays for Future entra in una fase nuova. A cinque anni dal primo grande sciopero globale per il clima, la mobilitazione del 19 aprile riporta in piazza una parola che tiene insieme generazioni e impegno sui territori: convergenza. La crisi climatica non è più un tema separato dalla condizione materiale delle persone. Entra nei salari, nella salute, nelle fabbriche, nelle scuole, nei trasporti, nei quartieri più esposti al caldo, all’inquinamento e alla precarietà. Fridays for Future nasce dall’azione solitaria di Greta Thunberg davanti al Parlamento svedese nell’agosto 2018, dopo un’estate segnata da caldo anomalo e incendi. In pochi mesi quello sciopero scolastico diventa un movimento mondiale. Il 15 marzo 2019 oltre un milione di giovani manifesta in centinaia di città, anche in Italia; a settembre dello stesso anno la Climate Action Week porta in piazza milioni di persone e prova ad allargare la mobilitazione oltre le scuole. Prima della manifestazione in Piazza del Popolo, Greta Thunberg viene accolta nella sede nazionale della Cgil da Maurizio Landini e dalla segreteria confederale. Alla giovane attivista svedese, diventata il volto più riconoscibile della mobilitazione climatica mondiale, viene consegnata la tessera onoraria del sindacato. È un gesto rivolto a lei e, attraverso di lei, alle ragazze e ai ragazzi che hanno riportato il clima nello spazio pubblico, chiedendo agli adulti coerenza e responsabilità. La Cgil, dal canto suo, porta in quel confronto la propria idea di giusta transizione: propone una trasformazione governata democraticamente, capace di riconvertire produzioni e consumi, ridurre le emissioni, creare lavoro stabile e di qualità, e proteggere chi rischia di pagare il prezzo più alto del cambiamento. Negli anni successivi il movimento attraversa la pandemia, sperimenta gli scioperi digitali, torna nelle piazze e continua a chiedere giustizia climatica e sociale. Nel 2024 questa convergenza si rafforza in un contesto internazionale segnato da guerre, corsa al riarmo e promesse mancate dei governi sul clima. La Cgil denuncia il rischio che la transizione venga sacrificata o svuotata, mentre crescono disuguaglianze e insicurezza sociale. Nel 2025 il rapporto fa un passo ulteriore con la piattaforma comune “Per il clima, il lavoro e la pace”, sottoscritta in vista del Global Climate Strike dell’11 aprile. Al centro ci sono la lotta alla disinformazione contro la transizione ecologica, la difesa del Green Deal e del Fit for 55, il rifiuto di un’economia europea riconvertita alla guerra e i diritti al lavoro di qualità e ben retribuito. Accanto a Fridays for Future, il sindacato riconosce che il lavoro non ha futuro dentro un modello che consuma ambiente, corpi e territori.

2025 - La campagna referendaria del Job Acts

Lunedì 9 giugno 2025: intorno alle tre del pomeriggio si capisce che il quorum, per abrogare quattro leggi sul lavoro fortemente penalizzanti per i lavoratori, non è stato raggiunto. L’affluenza si ferma al 30,58%, ma oltre 14 milioni di persone partecipano al voto e nei quattro quesiti sul lavoro i sì prevalgono nettamente. I giovani sono andati a votare in massa, il quorum è raggiunto considerando gli under 35. La partita impossibile non è stata vinta, ma il seme della partecipazione e della voglia di diritti è stato piantato. Per Maurizio Landini non è una vittoria, ma nemmeno una fine. Nei mesi precedenti il segretario generale della Cgil e tutti i dirigenti della Confederazione hanno girato l’Italia. Piazze, mercati, strade, fabbriche in ogni luogo si è discusso di lavoro. L’interesse è stato tanto e l’affluenza, seppur insufficiente, ha dimostrato che in tanti hanno a cuore i diritti dei lavoratori. Tutto questo mentre il Governo ha tentato in tutti i modi prima di offuscare il referendum e poi di affossare la partecipazione con una scelta di date che non facevano presagire nulla di buono. Allo stesso tempo anche il centro-sinistra ha accolto con freddezza i quesiti, seppur supportando la battaglia della Cgil. Questo supporto si è manifestato quasi esclusivamente nella manifestazione di Piazza Vittorio a due settimane dal voto, un supporto sincero ma non sufficiente di fronte alla battaglia referendaria. D'altra parte negli ultimi 30 anni, solo il referendum contro la privatizzazione dell’acqua ha raggiunto il quorum. La campagna ha rimesso al centro contratti precari, subappalti, licenziamenti, sicurezza e democrazia, costruendo relazioni nei territori e soprattutto con le nuove generazioni. Il referendum è stato un esercizio di partecipazione. Anche senza quorum, resta una base sociale larga da cui ripartire per cambiare leggi sbagliate, ridurre la ricattabilità, restituire dignità al lavoro e difendere la democrazia dove comincia, nei rapporti concreti tra chi lavora e chi decide. Le immagini che ha lasciato la campagna referendaria hanno mostrato che c’è ancora voglia di partecipazione, una voglia che in questi anni sembra intercettare solo la Cgil. Voglia che meno di un anno dopo porterà i comitati referendaria a difesa della Costituzione a portare alle urne più di 28 milioni di elettori che hanno bocciato la riforma Meloni-Nordio.

2026 - La vittoria del Referendum sulla riforma Nordio

Nel 2026 la vittoria del No al referendum sulla riforma Nordio diventa, per la Cgil, una pagina di difesa costituzionale e partecipazione democratica. Il voto del 22 e 23 marzo respinge la modifica dell’ordinamento della magistratura e ferma una riforma che, secondo il sindacato, avrebbe alterato l’equilibrio tra i poteri dello Stato, indebolendo autonomia e indipendenza della giurisdizione. Il No prevale con il 53,7%, mentre l’affluenza sfiora il 59%: è il segno di un Paese che torna alle urne su una questione decisiva e sceglie di non consegnare la giustizia al controllo della politica. La campagna della Cgil nasce da questa lettura. La riforma Nordio non riguarda soltanto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma il rischio di ridurre il ruolo del Consiglio superiore della magistratura e di costruire un assetto meno capace di garantire uguaglianza davanti alla legge. Per la Confederazione, l’autonomia della magistratura non è un privilegio di una categoria, ma una garanzia per tutti, a partire da chi ha meno potere. Nei mesi precedenti il voto la Cgil si mobilita per rendere il referendum un’occasione di discussione diffusa sul rapporto tra Costituzione, diritti e democrazia. La campagna non resta confinata al linguaggio giuridico. Parla di lavoro, legalità, sfruttamento, caporalato, corruzione, sicurezza. Senza una giustizia autonoma e credibile, anche i diritti sociali diventano più fragili. La notte della vittoria, da Roma a Palermo, da Genova a Napoli, da Firenze a Modena, il fronte del No scende in piazza. A Napoli il risultato arriva al 75,5%, il dato più alto d’Italia. In molte regioni del Mezzogiorno il voto assume un significato ulteriore: difendere la Costituzione vuol dire anche difendere la possibilità di riscatto in territori segnati da disuguaglianze, corruzione, mafia e carenze strutturali. Il voto parla anche alle giovani generazioni. In diversi territori la partecipazione dei ragazzi e delle ragazze viene indicata come uno degli elementi più importanti della campagna. Non è un dettaglio: dopo anni di astensione e sfiducia, l’esito del referendum ha dimostrato che i giovani hanno ancora a cuore la Costituzione e sono pronti a scendere in campo per difenderla. Il No alla riforma Nordio non chiude una battaglia, ma conferma un orientamento: difendere l’equilibrio dei poteri, la partecipazione e la legalità significa difendere anche la dignità di chi lavora. Perché dove la giustizia è meno indipendente, i diritti diventano più esposti; e dove la Costituzione viene preservata, resta aperto lo spazio per cambiare in meglio la vita delle persone.