Due disegni di legge delega (sul Servizio sanitario nazionale e sulla farmaceutica), un decreto di riforma dei medici di medicina generale e nessuna chiarezza. Questo è ciò che bolle nella pentola del ministero della Salute, ma condivisione dei provvedimenti davvero poca. Anzi, sia sui ddl delega sia sul decreto di riforma dei medici il disaccordo è ampio. Tanto che la Conferenza delle Regioni ha chiesto lo stop dell’iter di approvazione della delega sul Servizio sanitario nazionale.

L’unico fino conduttore che lega i diversi provvedimenti, oltre alla scarsa condivisione, è la critica dei diversi soggetti interessati: poco o per nulla coinvolti. Una delle caratteristiche del governo in carica è quella di non confrontarsi con nessuno, tanto meno con le organizzazioni sindacali, ma quando sono delle istituzioni – le Regioni – a lamentare lo stesso problema, l’atteggiamento dovrebbe cambiare.

La riforma del Ssn

A fine febbraio il ministro della Salute Orazio Schillaci ha presentato in Parlamento un disegno di legge delega di riforma del Servizio sanitario nazionale. Come tutte le deleghe, prevede che vengano poi emanati i decreti attuativi e tutto questo, approvazione della delega ed emanazione dei decreti, dovrebbe avvenire entro il 31 dicembre 2026. Siamo a maggio e l’esame della delega in Commissione Salute della Camera è cominciato da poche settimane, ma la Conferenza delle Regioni ne ha ufficialmente chiesto lo stop e la Cgil ne ha chiesto il ritiro.

I contenuti della delega

Mentre il Covid avrebbe dovuto insegnarci la necessità della sanità di territorio, Schillaci vorrebbe accentuare la natura ospedalocentrica del Ssn istituendo gli ospedali di terzo livello ad alta specializzazione e a carattere nazionale e sovranazionale, incentivando così la mobilità dei pazienti tra le regioni.

Verranno poi istituiti degli “ospedali elettivi, corrispondenti alle strutture per acuti prive di pronto soccorso”. Nella relazione che accompagna la delega, si legge che “si prevede di valorizzare il ruolo della medicina generale e dei pediatri di libera scelta nell’ambito dell’assistenza territoriale”, ma non si specifica come. Così come si legge che è previsto un aggiornamento dei servizi di salute mentale, ma il come e il perché non sono indicati.

Cosa proprio non c’è è un riferimento, seppur piccolo, alla salute territoriale così come previsto dal decreto ministeriale 77 del 2022. Nessun accenno alle Case della salute nè agli ospedali di comunità.

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DANIELA BARBARESI SEGRETARIO CONFEDERALE CGIL NAZIONALE (IMAGOECONOMICA)

Barbaresi, Cgil: “Delega generica e vaga”

“Preoccupa la genericità e vaghezza dei principi contenuti nella delega, che attribuiscono al governo una discrezionalità tanto ampia da esautorare, di fatto, il Parlamento della sua funzione legislativa”, commenta la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi: “Se da un lato vengono richiamati i principi di equità e continuità del percorso assistenziale, dall’altro non vi è alcun esplicito riferimento ai principi fondanti di universalità, uguaglianza e globalità del Ssn”.

Il ritorno indietro

La verità è che a questo governo la logica che ispirò la riforma del 1978 firmata da Tina Anselmi e che al Senato vide come relatore Giovanni Berlinguer, quella di una sanità pubblica e universale fondata su tre pilasti della prevenzione, della cura e della riabilitazione, proprio non piace. Al pubblico preferiscono il privato, al territorio preferiscono l’ospedale, si disinteressano della prevenzione mentre la riabilitazione è tutta da affidare al mercato.

“Nei fatti si afferma la centralità dell’ospedale nelle politiche sanitarie a scapito dell’assistenza territoriale”, aggiunge Barbaresi: “Si afferma un modello ospedalocentrico che torna a essere dominante, mentre il territorio, così come l’integrazione socio-sanitaria, sono solo evocati. Per non parlare della prevenzione che risulta non pervenuta. Sostanzialmente si configura il ritorno a una cultura precedente all’adozione della legge 833 del 1978”.

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Le Regioni dicono no

Come previsto dalle norme, la Conferenza delle Regioni ha provveduto a elaborare un parere sulla delega. A leggerlo si rimane sconcertati, e non sola per la richiesta conclusiva, dove “si chiede di procedere alla sospensione dell’iter procedurale in corso”. Ma anche per i titoli dei primi due capitoli che compongono il documento: “Violazione del principio di leale collaborazione tra Stato ed enti territoriali” e “Mancata piena comprensibilità degli obiettivi del disegno di legge delega”. Insomma, parrebbe davvero una bocciatura.

La questione delle risorse

Da quel che si capisce, secondo l’estensore della delega tutto quello lì scritto si dovrebbe fare senza aumenti delle poste di bilancio che, com’è purtroppo noto, sono davvero scarse, visto che si aggirano attorno al 6,3 per cento del pil e sono destinate a scendere ancora nei prossimi anni. Ma se è così, per far funzionare davvero i nuovi centri di eccellenza da qualche parte i soldi andranno presi. Dove? Verosimilmente dalla già tanto vituperata sanità di territorio.

Il vero obiettivo della legge delega

“Le disposizioni finanziarie indicate all’articolo 3, con il principio della ‘neutralità finanziaria’, rivelano le vere intenzioni del disegno di legge”, argomenta Barbaresi: “Si sottraggono risorse al territorio per spostarle sugli ospedali e si spostano risorse dal pubblico verso il privato. Le risorse destinate agli ospedali di terzo livello sono decise dal ministero della Salute e sottratte alle Regioni, mentre l’integrazione sociosanitaria, la salute mentale e le cure primarie non trovano concretezza”.

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La legge di iniziativa popolare

Quello del governo è un disegno di legge pericoloso, sbagliato e che deve essere ritirato. Ma un’alternativa al declino del Ssn e alla sua privatizzazione esiste. È la proposta di legge d’iniziativa popolare promossa dalla Cgil assieme a un’ampia rete di associazioni, avente a oggetto “Disposizioni per rendere effettivo il diritto alla salute mediante il rafforzamento del Servizio sanitario nazionale e la valorizzazione del personale”.

La raccolta firme parte il 15-16 maggio sia on line (nella pagina dedicata sul sito del ministero della Giustizia) sia nelle centinaia di banchetti diffusi in ogni Comune. “È importante – conclude Barbaresi - che l’iniziativa possa raccogliere il più ampio consenso possibile nell’ambito di una straordinaria campagna di partecipazione popolare”.

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