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Eppur si muove: sì, qualcosa si muove nel panorama della sanità pubblica. Il ministro della Salute Schillaci ha presentato un disegno di legge delega di riforma dei medici di medicina generale, che accoglie alcune delle richieste che da tempo la Fp Cgil aveva avanzato. Due soprattutto i punti importanti: da un lato il ddl apre alla dipendenza diretta dal sistema sanitario nazionale. Dovrebbe valere per i medici che sceglieranno di andare a prestare la propria opera nelle case della salute e sarà attuata in via sperimentale. Il secondo punto, forse ancora più importante, è che finalmente anche i medici di famiglia avranno una specializzazione universitaria e non più i corsi professionalizzanti tenuti dalle Regioni.
Il giudizio della Fp Cgil non poteva che esser positivo: “Assistenza territoriale, medicina generale e Case della comunità: aperture importanti del ministro Schillaci, che con la proposta di dipendenza e scuola di specializzazione per i medici di medicina generale va nella direzione da noi sempre auspicata, ma servono garanzie su risorse, tutele e standard nazionali”.
Lo ricordiamo: i medici di medicina generale sono la porta di apertura del servizio sanitario nazionale, senza di loro nessun cittadino o cittadina può accedere ai servizi sanitari. Ma loro sono operatori privati che con il servizio sanitario nazionale hanno un rapporto di convenzione, sono pagati per numero di pazienti registrati e non per le ore di lavoro che svolgono: se si ammalano, vanno in ferie o decidono di aver un figlio devono pagare di tasca propria un sostituto (di solito assai difficile da trovare). Senza sostituto si deve necessariamente essere in servizio, lo studio non può chiudere nemmeno d’estate. Per di più, lo dicevamo, pur svolgendo una funzione delicatissima è l’unico profilo medico a non avere una specializzazione propria.
Per questo già il solo pensare a una riforma è un fatto da salutare con favore: tanto più se nello scrivere la bozza di legge delega il governo sembra dare attenzione a proposte sindacali. Aggiunge infatti la nota della Fp Cgil: “Il decreto apre finalmente a temi non più rinviabili: dal progetto di istituire una scuola di specializzazione universitaria per la medicina generale, al progressivo superamento della remunerazione fondata prevalentemente sulla quota capitaria, in favore di una componente fissa oraria, integrata per obiettivi. Su questo punto, tuttavia – osserva Fp Cgil – occorre massima attenzione: gli obiettivi devono essere clinicamente fondati, misurabili e orientati alla qualità della cura, non al semplice contenimento della spesa".
Ma, come è giusto che sia, bando agli entusiasmi eccessivi e piedi per terra: “Uno spiraglio di apertura importante, che va nella direzione da noi auspicata da anni, è certamente quello del possibile passaggio al ruolo della dirigenza anche per i medici di medicina generale. Una prospettiva che, se correttamente attuata, potrebbe garantire maggiori tutele professionali: maternità, congedi parentali, malattia, infortunio, ferie retribuite, coperture previdenziali. Siamo favorevoli anche ad un passaggio intermedio – si legge nella nota di Fp Cgil – che nella giusta direzione preveda un doppio binario tra i professionisti che sceglieranno di continuare a lavorare in convenzione e quelli che nelle case di comunità devono essere inquadrati come dirigenti, ma restiamo contrari agli ibridi previsti dal ruolo unico dell'attuale Acn, che in realtà non fa che appesantire di nuovi oneri i già sovraccaricati medici di medicina generale".
Ma non tutto quello che fa luce è davvero luminoso. Anche nella bozza di delega che non riguarda solo i medici di medicina generale, ma l’intero corpus della medicina territoriale e delle cure primarie, rimangono delle ombre.
Afferma ancora la Fp Cgil: “La direzione verso modelli multiprofessionali rappresenta un passaggio indispensabile per superare un modello frammentato e costruire una sanità territoriale realmente prossima ai bisogni delle persone”. Secondo la categoria permangono, però, “criticità significative: le Case della comunità risultano insufficienti a garantire una capillarità effettiva del servizio. Preoccupa l’assenza di coperture finanziarie adeguate. Rimane aperto il nodo delle diseguaglianze regionali. Particolare attenzione merita l’ipotesi di futuri interventi sull’accreditamento di soggetti erogatori privati nell’assistenza primaria territoriale: una scelta di questo tipo aprirebbe a un ulteriore inaccettabile canale di privatizzazione, indebolendo il ruolo del servizio pubblico”.
Uno degli elementi che certamente non va: al nuovo regime di dipendenza dal servizio sanitario dovrebbero poter accedere solo medici di famiglia oltre al corso di formazione regionale abbiano anche ottenuta una specializzazione in altro. Così non va bene.
Fp Cgil, infine, contesta “la limitazione dell’accesso al nuovo regime contrattuale solo per chi possiede ulteriori specializzazioni. È necessario definire da subito criteri chiari di equiparazione del percorso formativo della medicina generale alle specialità”.




























