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L'iniziativa

Per non essere privati di tutto la sanità deve rimanere pubblica

Giorgio Airaudo
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Per la Marcia della Salute, sabato 27 maggio, si sono ritrovate in corteo a Torino oltre 12.000 persone. La protesta, organizzata da 60 soggetti tra associazioni, comitati, sindacati e ordini professionali, per chiedere investimenti in sanità pubblica e assunzioni

È partita sabato 27 maggio da piazza Carducci a Torino, di fianco alle Molinette nato nel 1915, la più grande Azienda ospedaliera d’Italia, la marcia della salute promossa da circa 60 associazioni, sindacati professionali, ordini e sindacati di lavoratrici e lavoratori, costituitesi in comitato per il diritto alla tutela della salute e alle cure nel nostro Piemonte.

Questa giornata è stata preceduta da oltre 70 iniziative e azioni di denuncia che hanno attraversato la nostra regione per chiedere la ricostruzione e la difesa della sanità e l’assistenza pubblica. Un momento di partecipazione e iniziativa che si è concluso sotto il grattacielo della regione Piemonte, pensato e voluto per rompere la solitudine di chi si scontra - in uno dei momenti più delicati e fragili della vita, quello della malattia, della cura e/o della non autosufficienza per sé o per i propri affetti - con la crisi del sistema sanitario che non è più una risorsa della comunità ma spinge a risposte individuali, non è più universale, cioè per tutti, perché in Piemonte chi rinuncia a una visita specialistica è passato dall'8,7% nel 2019 al 15% nel 2021. E c’è chi rinuncia agli esami diagnostici: passa dal 5% nel 2019 al 9% nel 2021.

È un sistema che non rispetta più il principio di uguaglianza ed equità, cioè parità di accesso a uguali bisogni di salute, visto che in Piemonte il 45% delle visite specialistiche viene fatto a pagamento da chi può. Con le famiglie operaie che spendono il 30% in meno delle famiglie di dirigenti, quadri, impiegati, imprenditori, con una differenza ancor più elevata tra i pensionati. La ricostruzione della sanità e dell’assistenza pubblica in Piemonte è per noi innanzitutto la ricostruzione della comunità. In Piemonte, dal 2010 al 2020 sono stati tagliati 2.011 posti letto per acuti, meno 14%. Il tasso di occupazione di posti letto nei reparti di medicina è del 96,4%. Questo rende sempre più complicato ricoverare, vista l’assenza della medicina territoriale.

Il Piemonte è una delle regioni con la più alta percentuale di anziani; quindi, continuerà a crescere la domanda di assistenza alla non autosufficienza. In Piemonte la metà dei posti letto per malati non autosufficienti in Rsa (15mila su 30mila) non sono coperti da quota sanitaria pubblica regionale (50% della retta). I ricoverati si vedono così negato il diritto alla presa in carico sanitaria e le loro famiglie devono pagare per intero la retta (3mila euro circa al mese). Sono situazioni insostenibili, che provocano impoverimento diffuso e casi di vera e propria miseria, oltre a sofferenze familiari. Per non parlare delle liste di attesa, che vanno dai 10 mesi per una prima visita dermatologica ai 12/18 mesi per un intervento di cataratta, fino ai due anni per una mammografia di screening, due mesi per una visita di controllo cardiologica da effettuare entro 10 giorni. E di un’edilizia sanitaria che vede il 51% delle strutture sanitarie costruite prima del 1960, con il paradosso che i progetti in cantiere vedono la partecipazione di capitali privati con la certezza dell’aumento dei costi pubblici, Corte dei Conti docet.

Per invertire la tendenza all’abbandono del servizio pubblico e ricostruirlo bisogna ripartire spendendo tutto ciò che c’è già per assumere personale sanitario. Rispetto al 2009, anno del primo piano di rientro, mancano 9.000 professionisti alla sanità piemontese, a questi ne vanno aggiunti altri 2.000 per le case e gli ospedali di comunità finanziati dal PNRR. È il più grande investimento in termini economici sulla Sanità dal dopoguerra, che se non verrà supportato dalle assunzioni sarà consegnato al privato ma pagato con il denaro pubblico. Servirebbero 11.000 assunzioni per rispondere alla tutela della salute in Piemonte che potrebbero aumentare ancora se si riducesse il 1.200.000 ore di straordinario a cui sono costretti gli infermieri piemontesi e si godessero le circa 150.000 giornate ferie non fatte nel solo 2022 per coprire i turni.

Questa è la prima sfida che va proposta alla nostra regione: spendere tutte le risorse a disposizione per l’occupazione per dare tregua al personale sanitario, fermare la “fuga” e rispondere ai cittadini. Secondo noi almeno 1.200 persone potrebbero essere assunte solo con i 50 milioni destinati a questo scopo, purché non vengano usati dalle direzioni sanitarie per altro. Poi servono svolte nella politica nazionale. Va superato il tetto alle assunzioni e non vanno ridotte le risorse alla sanità come sta facendo il governo. Va invertita la politica dei tagli e delle privatizzazioni che molti governi hanno praticato, sapendo anche che esiste una correlazione tra cambiamento climatico e la salute. La salute umana, animale, alimentare e ambientale sono strettamente interconnesse. Le condizioni dell'una incidono sulle altre.

È fondamentale investire sull’analisi degli effetti innescati da virus, batteri, animali, funghi. Tra le vie di trasmissione infatti possono esserci acqua, aria, alimenti o contatto diretto. Il cambiamento climatico ci rende più vulnerabili alle malattie, perché altera le condizioni fisiche e peggiora l’esposizione ai rischi. Investire sulla prevenzione assume pertanto un ruolo fondamentale per il Servizio Sanitario Regionale. Ma chi si occupa di tutto ciò? Se l’istituto Zooprofilattico, se l'Arpa negli ultimi 15 anni vedono perdite di personale fino al 30% con riduzione di investimenti.

Per non essere privati di tutto la sanità deve rimanere pubblica.

 

Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil Piemonte