Turni senza sosta, paghe irrisorie e nessun controllo reale lungo la filiera. È il quadro che emerge dall’inchiesta che ha portato il tribunale di Firenze a disporre l’amministrazione giudiziaria per un anno del gruppo Piazza Italia, marchio del low cost dell’abbigliamento con oltre 240 negozi in Italia e all’estero. Un provvedimento senza precedenti in Toscana, nel settore moda, che riaccende i riflettori sulle condizioni di lavoro nel distretto tessile pratese.

Il laboratorio al centro dell’indagine

Al centro dell’indagine c’è un laboratorio a conduzione familiare riconducibile a imprenditoria cinese, che dal 2022 avrebbe lavorato quasi esclusivamente per il marchio con sede a Nola, nel Napoletano. Qui, secondo gli accertamenti, la produzione avveniva attraverso lavoro a cottimo, sette giorni su sette, con turni di 12-13 ore e compensi inferiori ai quattro euro l’ora.

Abiti esposti nei negozi della catena Piazza Italia (facebook @piazzaitaliaofficial)

Il sistema delle esternalizzazioni

Per i giudici non si tratta di un episodio isolato, ma di un vero e proprio sistema produttivo fondato su esternalizzazioni continue e su una compressione estrema del costo del lavoro. Un meccanismo che avrebbe consentito a Piazza Italia di praticare prezzi molto bassi e di ottenere margini di guadagno fino al 300 per cento, mentre a valle della filiera i diritti venivano sistematicamente sacrificati.

La posizione della Filctem Cgil

È su questo punto che interviene con forza la Filctem Cgil. “Continuiamo a chiedere che si faccia di Prato un territorio di sperimentazione per il contrasto allo sfruttamento lavorativo, per rafforzare i protocolli in essere ed applicare le norme che già ci sono”, affermano Loris Mainardi, segretario Filctem Cgil Toscana, e Juri Meneghetti, segretario generale Filctem Prato Pistoia. “Serve però una reale volontà politica di andare in questa direzione, una direzione di dignità per i lavoratori e le lavoratrici e di salvaguardia della parte produttiva sana di quello che è, ancora oggi, il distretto tessile più importante d’Europa”.

Secondo Mainardi e Meneghetti, la richiesta di amministrazione giudiziaria rappresenta un passaggio significativo perché colpisce un marchio noto e non soltanto il singolo laboratorio. Un quadro che, sottolinea il sindacato, non è nuovo: “Ricordiamo come nei mesi scorsi anche altri importanti marchi della moda siano stati posti sotto i riflettori della Procura di Milano”.

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L’ispezione e le condizioni di lavoro

L’inchiesta è partita da un controllo ordinario nel distretto pratese. Durante l’ispezione sono stati individuati lavoratori impiegati in nero, alcuni anche privi di permesso di soggiorno. Le testimonianze raccolte parlano di paghe giornaliere fisse, nessun giorno di riposo, malattia non retribuita e ritmi produttivi incompatibili con qualsiasi contratto regolare. I documenti sequestrati hanno consentito di ricostruire volumi di produzione elevatissimi, tempi di consegna ristretti e compensi riconosciuti alle ditte appaltatrici estremamente bassi rispetto ai prezzi di vendita al dettaglio.

La responsabilità dei committenti

Secondo il tribunale, la responsabilità del marchio committente sta nell’assenza totale di vigilanza. Le commesse arrivavano via mail, senza una contrattualizzazione formale, mentre i controlli si limitavano alla qualità dei capi finiti. Nessuna verifica sulle condizioni di lavoro, nessun audit documentato, nessuna valutazione della reale capacità produttiva delle aziende coinvolte.

Oltre il caso giudiziario

Pur nel rispetto degli esiti giudiziari, la Filctem Cgil ribadisce una linea che porta avanti da anni. “Attendiamo come di consueto l’esito giudiziario di questa ennesima vicenda”, osserva Mainardi, “ma ribadiamo ancora una volta che per contrastare illegalità e sfruttamento lavorativo è necessario chiamare puntualmente in causa i committenti, quelli che danno lavoro ad aziende scorrette e che non si interessano delle reali condizioni in cui tali commesse vengono evase”. Senza questo passaggio, avvertono i sindacati, lo sfruttamento rischia di restare una componente strutturale del modello produttivo del fast fashion.