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In Italia essere madre continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla partecipazione al mercato del lavoro. È il dato più allarmante che emerge dal rapporto Neet, giovani non invisibili: tra cura e rinuncia, una lettura di genere del fenomeno, realizzato dalla Fondazione Gi Group insieme all'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo, presentato la scorsa settimana alla Camera dei deputati. Un’analisi che fotografa un Paese nel quale oltre 1,7 milioni di giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione, con un fenomeno che colpisce soprattutto le donne.
Un fenomeno sempre più diffuso
Le donne rappresentano il 59% dei Neet e il loro tasso raggiunge il 19,1%, contro il 12,3% degli uomini. Ma il dato che racconta meglio la natura della disuguaglianza riguarda la maternità. Tra le donne tra i 30 e i 34 anni con figli, quasi una su due è Neet. Una percentuale che supera di oltre sei volte quella registrata tra i padri nella stessa fascia d'età.
Non è un problema che riguarda esclusivamente il Mezzogiorno o le aree economicamente più fragili. È una questione strutturale che attraversa il mercato del lavoro italiano e mette in luce quanto il lavoro di cura continui a gravare quasi esclusivamente sulle donne.
La cura resta un affare femminile
I dati mostrano che tra le donne Neet il motivo principale dell’inattività è rappresentato dalle responsabilità familiari e di cura. Una condizione che raramente riguarda gli uomini e che conferma come, ancora oggi, la nascita di un figlio o l’assistenza a un familiare non autosufficiente possano trasformarsi in un fattore di esclusione dal lavoro, dalla formazione e dall'autonomia economica.
Per la Cgil questa situazione è il risultato di precise scelte politiche. “Nel nostro Paese più di un milione di donne è intrappolato nella condizione di Neet, non studiano e non lavorano. E il principale fattore di esclusione continua a essere la maternità”, afferma la segretaria confederale Lara Ghiglione.
“Non si tratta di una scelta individuale – prosegue – ma è il risultato di un’organizzazione del lavoro e della società che scarica quasi interamente sulle donne il peso della cura, dei figli e dei genitori non autosufficienti, delle responsabilità familiari largamente intese”.
Cgil: “Più investimenti, meno slogan”
Per il sindacato il problema non si risolve con incentivi episodici o dichiarazioni di principio. “Finché avere un figlio significherà, per troppe donne, rinunciare al lavoro, alla formazione e all’autonomia economica, non potremo parlare di pari opportunità ma neppure di sviluppo e crescita del Paese”, sottolinea Ghiglione.
La richiesta della Cgil è quella di investire in servizi pubblici per sostenere la genitorialità, rendere il lavoro stabile e dignitoso, colmare il divario salariale e promuovere una diversa distribuzione delle responsabilità di cura. “Serve una cultura che smetta di considerare la cura una responsabilità esclusivamente femminile. Sono obiettivi perseguibili che cambierebbero la qualità della vita e del lavoro delle donne, ma servono investimenti mirati che il governo Meloni non ha intenzione di stanziare”.



























