Il tasso di occupazione dei giovani tra i 20 e i 29 anni nell’Unione europea ha raggiunto il 65,6 per cento nel 2025. Un dato molto incoraggiante, che ha registrato un progresso di 6,3 punti rispetto a dieci anni fa: quello che si dice un miglioramento strutturale significativo.

Peccato per l’Italia, che è all’ultimo posto nella classifica stilata da Eurostat: appena il 47,6 per cento dei giovani nella fascia 20-29 anni risulta occupato, il dato peggiore e in netta controtendenza rispetto alla media comunitaria.

Distanze e divari

Non basta. Stando ai numeri, siamo distanti dagli altri Paesi in fondo alla classifica, dove risalendo troviamo Macedonia del Nord (50,2), Romania (52), Bulgaria (52,7), Serbia (55,2) e Grecia (56,2). Insomma, in Italia i giovani lavorano meno che in qualsiasi altro Paese della Ue a 27 e il distacco dai leader è netto: nei Paesi Bassi si supera l’84 per cento, a Malta sono all’82,1 per cento, in Germania si arriva al 77, mentre economie come Francia (67,1) e Spagna (58,2) fanno meglio.

Anche i divari territoriali in Italia sono marcati. Ai primi cinque posti per occupazione giovanile troviamo il Nord: Bolzano (66,5 per cento), Trento (61,5), Valle d’Aosta (59,8), Veneto (58,5), Lombardia (57,9). Chiude la classifica il Sud: Calabria con 28,4, Campania, 31,3, Sicilia, 32,9 per cento.

Bassa occupazione

Le statistiche generali europee sull’occupazione sono sovrapponibili a quelle sui giovani. Sempre dall’Eurostat: nel 2025 il 76,1 per cento dei cittadini della Ue di età compresa tra i 20 e i 64 anni risulta avere un lavoro. Il tasso per gli uomini è dell'80,9 e per le donne del 71,3.⁠ I tassi più bassi si registrano in Italia (67,6 per cento), Romania (69), Grecia (71). I più elevati?⁠ Malta (83,6)⁠, Paesi Bassi (83,4)⁠, Repubblica Ceca (82,9)⁠.

Aumentano gli over 50

I dati Istat confermano i problemi nazionali. Nel corso di un ventennio gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono scesi da 7,3 milioni a 5,2 milioni. Nel frattempo sono raddoppiati quelli con più di 50 anni. E mentre si prolunga la vita lavorativa, l'accesso alle pensioni è sempre più un miraggio e per i giovani ci sono meno posizioni attive. I sostanza, pesanti difficoltà di inserimento e di stabilizzazione nel mercato del lavoro per i giovani italiani, e una forte distanza dalle medie e dalle tutele degli altri Paesi membri.

Problema Neet

D’altra parte rimaniamo il secondo Paese Ue con la più alta percentuale di Neet, Not in Education, Employment or Training, giovani tra i 15 e i 29 anni che vivono senza studiare, lavorare o seguire un corso di formazione. Persone che in pratica si trovano in un limbo.

La percentuale italiana è pari al 15,2 per cento, siamo subito dopo la Romania, al primo posto con una percentuale del 19,4, e prima di Lituania (14,7 per cento) e Grecia (14,2). La condizione migliore? Si registra nel Nord e Centro Europa, in testa Olanda e Svezia, dove il tasso di Neet è il più basso.

La vulnerabilità dei giovani

La principale causa di questa condizione occupazionale giovanile è l’alta vulnerabilità. Difficoltà di inserimento e di permanenza nel mercato del lavoro, forme contrattuali che non garantiscono rapporti di lungo periodo e avanzamenti di carriera più lenti e meno appaganti di quelli delle generazioni precedenti.

La quota di dipendenti con contratto a termine è infatti molto più alta tra la popolazione giovane, maggiore è anche la percentuale di quanti lavorano a tempo parziale per mancanza di occasioni a tempo pieno.

Penalizzazioni anche nei rapporti di forza tra le generazioni all’interno della stessa azienda, sia in termini salariali che di avanzamento di carriera: i neoassunti occupano spesso posizioni sempre più marginali rispetto alle generazioni più anziane e con stipendi più bassi. Se l’accesso e la permanenza nel mondo del lavoro sono difficili, risulta quindi ancora più complesso per i giovani raggiungere una vera e propria indipendenza economica.