Pubblichiamo un’ampia sintesi del documento “Analisi sullo stato dell’industria metalmeccanica in Europa e in Italia”, a cura di Matteo Gaddi del centro studi della Fiom Cgil nazionale. Lo studio è stato presentato nel corso dell’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati dell’industria metalmeccanica in corso a Bari

L’economia mondiale è attualmente segnata dal progressivo rallentamento della crescita rispetto agli standard storici. E le prospettive non sono incoraggianti: l’aumento dei dazi e delle barriere non tariffarie, la riorganizzazione delle catene globali di produzione, i tassi d’interesse elevati (che rendono più costoso finanziare gli investimenti), le politiche governative di austerità per “stabilizzare” i conti pubblici, il forte aumento dei prezzi di energia e fertilizzanti (dovuti a guerre e tensioni geopolitiche), lasciano presagire un ulteriore rallentamento.

All’interno di questo quadro, già preoccupante, l’Europa mostra evidenti fragilità. La crescita è nettamente inferiore rispetto a quella delle principali economie mondiali, sia avanzate sia emergenti (come Stati Uniti, Cina e India). Per di più, il principale contributo alla crescita proviene dai servizi (74,1% del totale), mentre la quota della manifattura all’interno della struttura produttiva europea è in continuo calo (18,8% del totale).

Va poi considerato il rapporto tra inflazione e salari. L’inflazione europea nel 2025 si è mantenuta intorno al 2%, ma la Bce prevede per quest’anno un balzo al 2,6%, dovuto alle conseguenze economiche della guerra in Medio Oriente. La crescita dei salari è invece scesa dal 4,5% del 2024 al 3,9% del 2025. Le retribuzioni rischiano di non tenere il passo con i prezzi, deprimendo ulteriormente la domanda interna.

Emerge con chiarezza, dunque, il problema strutturale dell’economia europea: una crescita debole, fortemente dipendente dai servizi, accompagnata dall’indebolimento della base industriale e aggravata da una strategia economica ancora fondata sull’illusione del modello export-led growth (crescita trainata dalle esportazioni), sulla moderazione salariale e sui vincoli fiscali restrittivi.

L’industria europea

I dati mostrano una riduzione del peso della manifattura e un aumento della dipendenza dalle importazioni, favorita dalle delocalizzazioni verso aree a basso costo del lavoro e dalla frammentazione internazionale delle catene di produzione. Questo processo ha indebolito la base industriale, accrescendo la vulnerabilità dell’economia europea rispetto agli shock geopolitici, energetici e commerciali.

Un primo elemento critico riguarda la progressiva perdita di capacità produttiva in comparti fondamentali. È il caso della siderurgia: i dati mostrano una riduzione della produzione, accompagnata dall’aumento delle importazioni e dalla conseguente diminuzione del grado di autosufficienza interna. L’acciaio è un bene “di base” essenziale: l’indebolimento della produzione segnala quindi un deterioramento della capacità autonoma di riproduzione dell’intero sistema industriale.

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Una dinamica analoga emerge nel settore dei semiconduttori, tecnologie fondamentali per numerose attività produttive. I dati mostrano una crescita della produzione tra il 2014 e il 2024 (+109,7%), accompagnata però da un aumento ancora più rapido delle importazioni (+158,4%). Ciò significa che la crescita della domanda interna europea di semiconduttori viene soddisfatta sempre più dalle produzioni esterne all’Unione.

La dipendenza dall’estero del sistema industriale europeo, e quindi la sua vulnerabilità, si mostrano plasticamente nella cosiddetta “doppia transizione”, ecologica e digitale. L’Unione Europea promuove obiettivi molto ambiziosi in materia di decarbonizzazione e innovazione tecnologica, senza però disporre della capacità produttiva necessaria a realizzare le tecnologie richieste.

Nel caso della transizione digitale, l’industria europea produce solo il 45,5% degli apparati per le telecomunicazioni che impiega (nel 2014 produceva il 79%). Cifra che crolla al 22,3% del fabbisogno interno qualora si tenesse conto anche degli smartphone. Tradotto: l’Unione dipende per il 78% dalle importazioni dall’estero.

Critica è anche la situazione nella transizione ecologica. La produzione di impianti fotovoltaici è pari solo all’8% degli impieghi (la dipendenza dall’estero è pari al 91% del fabbisogno), quella delle batterie al litio è pari al 54% (la dipendenza dall’estero è pari al 46%). E ancora: tra il 2018 e il 2023 la produzione interna di turbine eoliche è cresciuta del 14% a fronte di un incremento delle importazioni del 117,1%; nel medesimo periodo quella delle pompe di calore è cresciuta del 161%, a fronte di un aumento delle importazioni del 380%.

Nel caso dell’automotive, il forte carattere export-led è una scelta precisa dei costruttori: la produzione si è specializzata in auto di segmento elevato, mentre la produzione di auto di massa, accessibili alle classi lavoratrici, è affidata all’Europa Orientale e al Nord Africa. Al tempo stesso cresce l’importazione di parti e componenti: tra il 2014 e il 2024 la produzione interna è aumentata di quasi il 35,5%, ma le importazioni sono aumentate del 159%.

I limiti delle politiche industriali europee

L’Europa riconosce oggi la necessità di una politica industriale, ma continua a concepirla come un correttivo del mercato, non come uno strumento per subordinare il mercato a obiettivi sociali, produttivi e territoriali definiti politicamente. Anche quando individua settori strategici, non costruisce una vera pianificazione delle filiere, non introduce un controllo pubblico sugli investimenti, non definisce una strategia di reinternalizzazione delle produzioni.

Un primo nodo critico è il primato attribuito alla competitività. Produttività e competitività continuano a essere assunte come criteri guida delle politiche economiche europee, ma non si tratta di categorie neutrali. Esse orientano l’intervento pubblico verso il sostegno alla redditività del capitale privato e all’adattamento competitivo sui mercati internazionali, invece che verso la ricostruzione della capacità produttiva, la piena occupazione, la riduzione delle dipendenze esterne e la soddisfazione dei bisogni sociali.

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Le politiche europee, poi, continuano a ragionare per singoli segmenti, non per sistemi produttivi. L’Unione individua di volta in volta l’auto elettrica, le batterie, i semiconduttori o l’acciaio verde, ma non affronta il problema decisivo: disporre internamente delle capacità produttive che rendono possibile quelle produzioni. La conseguenza? Molte misure finiscono per sostenere la diffusione di determinate tecnologie senza costruire la base industriale necessaria a produrle in Europa.

Più in generale, l’approccio europeo resta prevalentemente orizzontale: si mira a creare un ambiente favorevole alle imprese, lasciando però al capitale privato le decisioni fondamentali su cosa produrre, dove produrlo, in quali quantità e con quali ricadute occupazionali e territoriali. In questo modo, la politica industriale rinuncia a esercitare una funzione di indirizzo effettivo.

Un terzo limite riguarda la subordinazione della politica industriale alla logica del mercato unico. L’industrializzazione, la sicurezza economica e l’occupazione non vengono poste come fini cui subordinare il mercato, bensì lo sviluppo industriale viene collocato al servizio del funzionamento del mercato interno. Le decisioni vengono centralizzate non per pianificare, ma per proteggere il mercato interno e, in ultima istanza, la profittabilità delle imprese.

Un quarto limite riguarda il cosiddetto “contenuto locale”. L’Unione dichiara di voler ridurre le dipendenze strategiche, ma introduce criteri riconducibili al “made in Europe” in forme estremamente deboli. La Commissione ricorre al concetto di “origine”: è quindi sufficiente che l’ultima trasformazione sostanziale avvenga nella Ue perché un prodotto possa essere considerato europeo, anche se incorpora componenti e fasi produttive realizzati all’estero.

Un quinto limite concerne il rapporto tra decarbonizzazione e industria. Le politiche europee trattano la decarbonizzazione come un problema di regolazione, incentivi e “condizioni abilitanti”. La riconversione richiede risorse enormi, tempi lunghi e profitti incerti: condizioni che rendono insufficiente l’affidamento al solo capitale privato. Servirebbe un intervento pubblico diretto: nell’impostazione europea, invece, il problema della trasformazione produttiva viene spesso sostituito da procedure autorizzative accelerate e meccanismi di mercato.

Il sesto limite riguarda la natura stessa dell’intervento pubblico. Le politiche industriali della Ue non concepiscono lo Stato o il settore pubblico come produttore, investitore e pianificatore, ma come facilitatore, regolatore, garante della concorrenza e sussidiatore delle imprese private. Ma senza un intervento pubblico diretto nella proprietà e negli investimenti, anche eventuali processi di consolidamento industriale rischiano di tradursi in rafforzamento di oligopoli privati, nuove delocalizzazioni o aumento delle importazioni.

Le politiche industriali europee esprimono una contraddizione. Da un lato riconoscono problemi reali, come il declino della manifattura, la dipendenza dalle importazioni, la debolezza dei settori strategici; dall’altro, gli strumenti adottati restano quelli di sempre: competitività, attrazione d’investimenti, incentivi, semplificazioni autorizzative. Il limite non sta nell’assenza di consapevolezza dei problemi, ma nell’incapacità di trarne le conseguenze.

La metalmeccanica italiana: lavoro e produzione

Una prima considerazione riguarda il carattere fragile e incompiuto della ripresa occupazionale. Nonostante un recupero rispetto al minimo toccato dopo la crisi, nel 2024 il livello degli addetti resta inferiore di circa 100 mila unità rispetto al 2008. Questo dato segnala una perdita di capacità produttiva: non una semplice fluttuazione ciclica, ma una rottura strutturale nel percorso di sviluppo del settore.

A confermare questa lettura intervengono anche i dati sulla cassa integrazione: l’equivalente di oltre 148 mila occupati full-time al mese evita il licenziamento grazie agli ammortizzatori sociali. Nei primi mesi del 2026 questo numero si è leggermente abbassato a oltre 132 mila. La tenuta occupazionale si realizza tramite strumenti di sostegno al reddito, non per una dinamica autonoma di crescita industriale.

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Il problema dell’industria metalmeccanica, dunque, sta nell’incapacità di ricostruire un percorso espansivo dopo la crisi del 2007-2008. La stessa indicazione emerge dall’andamento della produzione industriale, che tra il 1995 e il 2025 si riduce in tutti i principali comparti: gravi sono le contrazioni nei veicoli e nelle apparecchiature elettriche, rilevanti anche le cadute nell’elettronica/ottica e nella metallurgia.

Il 2009 rappresenta uno spartiacque. Con la sola eccezione degli altri mezzi di trasporto, nessun comparto è tornato stabilmente sui livelli pre-crisi. Questo dato è coerente con quanto osservato sul piano occupazionale: la metalmeccanica italiana non ha semplicemente attraversato una fase negativa, ma ha subito un ridimensionamento strutturale.

La metalmeccanica italiana: le debolezze strutturali

Il primo elemento è la struttura dimensionale media, che è significativamente inferiore a quella europea. Questo comporta bassa capacità di investimento, soprattutto in tecnologie che necessitano di una notevole spesa in conto capitale; dipendenza dalle grandi imprese capofila e dalle catene globali del valore; difficoltà di carattere finanziario e patrimoniale, che spesso conducono a crisi che possono sfociare nel fallimento e nella scomparsa dell’attività.

Il secondo nodo è l’incompletezza delle filiere nei settori strategici. Nel caso dell’acciaio, ad esempio, l’Italia ha perso oltre nove milioni di tonnellate di produzione tra il 2011 e il 2024, con una caduta vicina al 34%. Ne deriva una crescente dipendenza dalle importazioni: in molte filiere, oggi quasi la metà dell’acciaio impiegato è di origine estera. L’Italia, dunque, sta perdendo capacità produttiva nei settori fondamentali della struttura industriale.

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Il terzo limite riguarda l’inadeguatezza della capacità produttiva rispetto alla doppia transizione ecologica e digitale. La situazione è particolarmente grave nel caso della transizione digitale: la produzione domestica di apparati per l’Ict (come i server) copre solo il 16% del fabbisogno nazionale, se si aggiungono anche i personal computer scende all’11,7%. La transizione rischia quindi di tradursi in nuova domanda rivolta all’estero, anziché in sviluppo industriale interno.

Il quarto elemento è costituto dal crollo dei settori legati ai beni di consumo di massa, in particolare automotive ed elettrodomestici. La produzione di automobili è calata dal 2000 al 2025 di ben l’83%, mettendo a rischio anche la tenuta della produzione di componentistica. Nel calo dell’elettrodomestico si registrano, tra il 2014 e il 2024, cali di produzione altrettanto impressionanti: - 662 mila frigoriferi; - 2,3 milioni di lavatrici; - 3,9 milioni di cappe.

Il quinto limite è il basso livello degli investimenti. Tra il 2000 e il 2023 quelli in macchinari e impianti in rapporto al pil sono rimasti fermi attorno al 2,5%. L’Italia si colloca così tra le economie industrializzate con minore propensione all’investimento. Questo spiega anche la crescente dipendenza della produzione italiana di macchinari dalla domanda estera: il settore resta relativamente forte, ma vende sempre più a sistemi industriali che investono altrove.

Il sesto nodo è la doppia dipendenza dall’estero. Da un lato, l’incompletezza della struttura produttiva rende l’Italia dipendente dalle importazioni di input, componenti e tecnologie; dall’altro, la debolezza della domanda interna rende molte produzioni dipendenti dalle esportazioni e quindi dalla domanda estera. Questa dipendenza è una vulnerabilità: non è un semplice dato commerciale, ma riguarda la capacità stessa di riprodurre, espandere e orientare il sistema produttivo nel lungo periodo.