Il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato la legge sulle aree idonee per le energie rinnovabili, con il voto compatto della maggioranza, l’astensione del Partito democratico e il voto contrario di Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Patto Civico. Un provvedimento per il quale la Cgil Lombardia, alla vigilia del voto, aveva già chiesto una serie di modifiche perché “mette all’angolo le rinnovabili e spalanca le porte senza la necessaria regolamentazione ai data center”. 

La legge sui centri per l’elaborazione dei dati, cui fa riferimento il sindacato, è però approdata in Consiglio, ma la discussione è stata rinviata al 26 maggio a causa del protrarsi della discussione sull’altro progetto di legge. Su questo capitolo anche i sindaci, principalmente del centrosinistra, avevano chiesto con una lettera alla Regione di fermarsi e coinvolgerli nella discussione del testo, giudicando che impatti negativamente sui loro Comuni.

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La Cgil Lombardia, con il segretario regionale Gabriele Rocchi, fa sapere di “prendere atto dell’esito del voto” sulle aree da destinare alle energie rinnovabili, ribadendo però le proprie preoccupazioni: “La Lombardia ha bisogno di accelerare davvero sulla produzione di energia da fonti rinnovabili, rimuovendo gli ostacoli che oggi frenano lo sviluppo del fotovoltaico e riducendo la dipendenza da gas e fonti fossili”, dice Rocchi.

Quindi il segretario prosegue: “Auspichiamo che, nella fase di definizione degli atti amministrativi e dei provvedimenti attuativi della legge, Regione Lombardia apra un confronto con le parti sociali e con il sindacato confederale, per discutere nel merito le modalità applicative e garantire che gli obiettivi di transizione energetica, tutela del territorio e sostenibilità siano realmente perseguiti”.

L’energia pulita si allontana 

“Mentre la crisi energetica diventa sempre più grave per le bollette di famiglie e imprese – hanno scritto Legambiente Lombardia, Cgil Lombardia e Associazione ambiente e lavoro –, la corsa delle installazioni nel 2025 è crollata del 30% rispetto all’anno precedente. Ciò è accaduto a causa di sempre maggiori difficoltà autorizzative, anziché accelerare in virtù del crescente vantaggio economico.

Si tratta di un dato che ci allontana dagli obiettivi di produzione energetica pulita, pacifica e a costi sostenibili. Per questo la norma chiamata a mettere ordine sulle aree idonee per le rinnovabili, ampliando le categorie definite con la legge nazionale, sarebbe l’opportunità per ridare vigore allo sviluppo di questa fonte. Peccato che la proposta di legge regionale dimezzi le ambizioni di un primo testo presentato nel 2025, che aveva fissato l’asticella a 12.000 MW rinnovabili installati entro il 2030”.

La Cgil sottolinea inoltre come la Giunta regionale lombarda, “per tener buoni gli industriali, racconti loro la storiella illusoria del nucleare: è un’ipotesi davvero irrealistica che, anche se dovesse andare in porto, difficilmente immetterebbe energia (costosa) in rete prima della fine degli anni ‘40!”.

Nelle sue dichiarazioni post-voto, Rocchi quindi conclude: “Ci auguriamo che il tempo che ci separa dalla prossima discussione in Consiglio regionale venga utilizzato dalla Regione per migliorare il testo di legge, introducendo vincoli chiari contro il consumo di nuovo suolo, criteri stringenti per il riutilizzo di aree e immobili dismessi e garanzie sulla qualità del lavoro, sui diritti e sulla sostenibilità energetica e ambientale degli insediamenti”.

Per i data data center solo un rinvio

Tornando alla legge sui data center, secondo il segretario della Cgil Lombardia “il rinvio del voto al 26 maggio conferma che anche all’interno della maggioranza esistono perplessità e criticità, condivise da molti territori e da diversi sindaci, anche di centrodestra”.

Sempre il sindacato e le due associazioni, nell’appello pubblicato il giorno prima della discussione in Consiglio, avevano dichiarato che questa legge spalancherebbe le porte alle big tech Usa e alle grandi società immobiliari senza reali regole e vincoli.

Il provvedimento, spiegavano, “serve per agevolare l’atterraggio sui suoli lombardi del cemento di nuovi immensi data center. Si tratta di una norma dotata di risibili e inefficaci disincentivi al consumo di suolo attraverso il riutilizzo di immobili dismessi; per questo motivo è destinata a trasformare i pochi campi agricoli rimasti in Lombardia in una tentacolare piattaforma europea di data center”.

Non viene messo in discussione il fatto che “si tratti di una grande opportunità per l’economia lombarda e l’occupazione, ma è anche un ulteriore elemento di preoccupazione. Infatti, oltre a consumare suolo in modo definitivo, l’uso indiscriminato dei data center aumenterà la dipendenza dall’importazione di elettricità ed energia fossile, con conseguenti costi crescenti per famiglie e imprese e con un impatto pesante sul riscaldamento climatico. È necessario inoltre definire, per gli occupati nel settore, un lavoro di qualità fatto di diritti economici e normativi”.