“Globalizzazione, shock, resilienza: il Sud oggi, una piccola industria ma tenace”: questo il titolo della relazione che il vicepresidente Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) Stefano Prezioso ha presentato oggi all’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati Fiom Cgil dell’industria metalmeccanica in corso a Bari.

Lo Svimez rileva che l’industria manifatturiera meridionale oggi è sempre “piccola” rispetto alle necessità della popolazione. Gli addetti per abitante sono appena 3,2 contro la media italiana di 6,5. Il valore aggiunto realizzato dalle imprese rappresenta solo il 12% di quello nazionale, mentre le unità locali sono il 24,8% di quelle nazionali. Le esportazioni (al netto degli energetici), infine, ammontano all’8,9% di quelle nazionali.

Le imprese del Sud: restringimento e metamorfosi

Negli ultimi 25 anni la specializzazione produttiva è rimasta sostanzialmente invariata al Sud, mentre si è modificata in misura modesta al Nord con la crescita delle produzioni medium-high tech (essenzialmente meccanica specializzata). Nel Sud rimane significativa la presenza di attività low-technology. Resta la marginalità, in entrambe le macro-aree, dei settori high-tech, a più rapida crescita.

Il “restringimento” della base produttiva si è concentrato essenzialmente nei sette anni della lunga crisi (dal 2008 al 2014). Quel che è rimasto, però, non si è fermato: il sistema industriale ha infatti vissuto una “metamorfosi”. Il riscontro più evidente è lo spostamento di quote di produzione, e soprattutto di export, verso le imprese maggiormente strutturate (multinazionali italiane o straniere; gruppi domestici) a scapito delle imprese singole, numericamente prevalenti, specie al Sud.

Le imprese insediate al Sud sono in larga prevalenza imprese singole, ossia non appartenenti a multinazionali o gruppi: sono il 22,9% del totale italiano, rappresentando il 4,3% dell’intero fatturato nazionale. Le multinazionali straniere sono lo 0,2% del totale italiano (rappresentando il 4% dell’intero fatturato), le multinazionali italiane sono lo 0,2% (il fatturato è il 3%), i gruppi domestici italiani sono l’1,5% (il fatturato è il 2,7%). Le differenze tra imprese “strutturate” e non esplodono nell’export: nel Mezzogiorno le prime, infatti, assorbono l’85,3% delle vendite all’estero complessive.

La “questione salariale”

Lo Svimez segnala la presenza di una “questione salariale” in Italia, che si acutizza nel Mezzogiorno. A fronte di margini italiani sostanzialmente simili (in media) a quelli di Francia e Germania, l’Italia ha un’incidenza del costo del personale sul fatturato di 2 punti inferiore alla Francia e di circa 3,5 rispetto alla Germania. Per allineare i margini alla media europea si tende a comprimere la quota del costo del lavoro: in 20 anni, evidenzia lo Svimez, le retribuzioni reali per dipendente nella manifattura meridionale non hanno mai superato il 76% di quelle del Centro-Nord.

Energia e fonti rinnovabili

Un vantaggio competitivo per il Mezzogiorno è legato alla crescita delle fonti rinnovabili e all’impatto sui prezzi dell’energia elettrica. I progetti Fer (relativi ad attività di pianificazione, installazione e gestione di impianti alimentati da fonti energetiche rinnovabili) in fase avanzata sono pari a 80 gigawatt: il potenziale raddoppio della capacità installata nazionale è guidato dal Mezzogiorno dove si concentra l’88% dei progetti (71 gigawatt, di cui 41,3 solare e 26 eolico).

Il target Pniec (Piano nazionale integrato energia e clima) prevede 80 gigawatt addizionali tra il 2021 e il 2030. Al febbraio scorso erano stati realizzati 26 gigawatt: di quelli mancanti, 27 gigawatt sono nel Mezzogiorno. Il raggiungimento del target Pniec al 2030 e il passaggio a prezzi zonali determineranno il calo generalizzato dei prezzi energetici e un significativo vantaggio localizzativo nel Mezzogiorno per le imprese.

Il fondo “Cresci al Sud”

Per sostenere la crescita dimensionale e la competitività delle piccole e medie imprese (pmi) è attivo il fondo “Cresci al Sud”, istituito con la legge di bilancio 2020 e gestito da Invitalia. L’obiettivo del fondo è acquisire partecipazioni (perlopiù di minoranza) nel capitale di rischio delle pmi; stimolare le operazioni di private equity e quotazione; apportare competenze in tema di governance, finanza straordinaria, acquisizioni e gestione del passaggio generazionale. Il fondo ha una durata di 12 anni e una dotazione finanziaria di 250 milioni di euro. Al 31 gennaio scorso erano state acquisite 13 partecipazioni, mentre l’ammontare investito era pari a 52,9 milioni.

I contratti di sviluppo

I contratti di sviluppo sono uno strumento negoziale per programmi di sviluppo strategici e innovativi per imprese di tutte le dimensioni italiane e estere, anche in rete. Gli importi minimi vanno da 7,5 milioni (per progetti di trasformazione agricola e turistici) ai 50 milioni (i cosiddetti “accordi di sviluppo”), che possono essere contributi a fondo perduto o finanziamenti agevolati. Dal 2012 al 2025 sono stati attivati investimenti per 23,8 miliardi di euro, di cui il 65% al Sud.