“Convocazione a Palazzo Chigi entro febbraio, altrimenti ci auto-convochiamo per manifestare tutta la nostra contrarietà”. Ad annunciarlo sono i segretari generali di Fiom Cgil (Michele De Palma), Fim Cisl (Ferdinando Uliano) e Uilm Uil (Rocco Palombella), nel corso della conferenza stampa di oggi (giovedì 12 febbraio) organizzata per aggiornamenti rispetto al piano di vendita e di rilancio dell’ex Ilva.

“Il fatto che non ci convochino ci fa temere che sull’Ilva il governo brancoli nel buio”, denunciano le tre categorie: “Non veniamo convocati nemmeno per aggiornamenti sul piano di vendita. Il silenzio che sta accompagnando questi mesi sembra essere una rappresentazione esatta della enorme difficoltà del governo di concludere positivamente questa vertenza”.

MICHELE DE PALMA FIOM, FERDINANDO ULIANO FIM CISL E ROCCO PALOMBELLA UILM
MICHELE DE PALMA FIOM, FERDINANDO ULIANO FIM CISL E ROCCO PALOMBELLA UILM
MICHELE DE PALMA FIOM, FERDINANDO ULIANO FIM CISL E ROCCO PALOMBELLA UILM

De Palma, Fiom: “Pronti ad auto-convocarci”

“Avevamo un tavolo aperto col governo, ma le porte di Palazzo Chigi si sono chiuse”, ha spiegato il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma: “Abbiamo sollecitato formalmente a più riprese un incontro a Palazzo Chigi, a fronte di una sequela di dichiarazioni in contraddizione le une con le altre. Abbiamo atteso sin troppo. Ma vi sembra serio che dopo due anni noi dobbiamo autoconvocarci per poter incontrare il governo?”.

De Palma sottolinea la necessità “che lo Stato si assuma la responsabilità di gestire la transizione del piano di decarbonizzazione attraverso gli attuali occupati”. E considera “un grande errore aver chiuso le porte di Palazzo Chigi alle lavoratrici e ai lavoratori. È per senso di responsabilità, quindi, che noi andremo a Palazzo Chigi nel caso in cui non dovessimo essere convocati”.

Per il leader sindacale “il piano che il governo ha messo in campo, a partire dal bando, non ha prodotto risultati, come del resto noi avevamo già previsto. Sono mesi che diciamo che è necessaria una presenza dello Stato, perché è l’unico soggetto oggi in grado di gestire la fase di transizione degli impianti e di garantire l'occupazione”.

Il segretario generale Fiom evidenzia che “l'unica comunicazione formale che abbiamo ricevuto finora è quella relativa agli ammortizzatori sociali. Ma le persone debbono tornare al lavoro, il loro salario deve essere tutelato, e non si può continuare a scaricare sui lavoratori gli errori fatti nella gestione del bando di gara”.

Siamo consapevoli, prosegue De Palma, che “dobbiamo gestire una fase di transizione anche con gli ammortizzatori sociali, ma debbono servire per costruire una soluzione. Perché un conto è gestirli per una transizione, un altro è pensare di scaricare tutti i costi, senza fare le manutenzioni, per cedere poi l'azienda ad altri soggetti”.

La soluzione individuata dal governo, ossia il fondo statunitense Flacks (la cui offerta per l’acquisto dell’ex Ilva è stata ritenuta la migliore), lascia molte perplessità. “Abbiamo assistito a dichiarazioni sempre diverse e numeri sull'occupazione cambiati a ogni intervista”, conclude De Palma: “La verità è che il fondo Flacks non è un soggetto industriale. E come tutti i fondi ha una sola logica: investire, per poi rimettere sul mercato”.

Cassa integrazione: la nuova richiesta

La situazione del gruppo siderurgico ha visto un’ulteriore drammatizzazione con la richiesta di Acciaierie d’Italia (presentata al ministero del Lavoro giovedì 5 febbraio) di prorogare per un anno la cassa integrazione straordinaria per un massimo di 4.450 lavoratori (su complessivi 9.702 dipendenti), a partire dal 1° marzo prossimo.

I lavoratori coinvolti sono 3.803 nello stabilimento di Taranto (2.559 operai, 801 impiegati/quadri, 403 intermedi), 280 a Genova, 170 a Novi Ligure (Alessandria), 78 a Racconigi (Cuneo), 42 a Marghera (Venezia), 42 a Milano, 20 a Paderno Dugnano (Milano) e 15 a Legnaro (Padova).

Cassa integrazione: le motivazioni dell’azienda

“I concorrenti fattori avversi al regolare e proficuo svolgersi dell’attività produttiva e commerciale hanno provocato e via via aggravato lo squilibrio dei fattori produttivi”, ha spiegato l’ex Ilva, ricordando che questa e il relativo piano di risanamento “risultano essenziali per la stessa sopravvivenza della compagine sociale”.

La società ha rilevato che “la produzione dello stabilimento di Taranto allo stato si attesta su volumi che non superano gli 1,5-1,8 milioni di tonnellate di acciaio annue. Solo con un graduale incremento a seguito della ripartenza e contestuale marcia degli altiforni 2 e 4, si può ipotizzare una produzione che superi i 2,5 milioni di tonnellate, consentendo un progressivo incremento delle risorse occupate”.

Il 20 febbraio entrerà in produzione l'altoforno 2 (fermo dal gennaio 2024), mentre il 28 febbraio inizierà la manutenzione dell’altoforno 4, che dovrebbe durare due mesi. “Riattivato il 2 – spiega l’ex Ilva – si potrà effettuare la fermata dell’altoforno 4. Di conseguenza l’avvio dell’altoforno 2 non comporterà un innalzamento della produzione, obiettivo che potrà essere raggiunto solo con l’avvio dell’altoforno 4”. L’obiettivo dichiarato dal governo dei quattro milioni di tonnellate annui, obiettivo considerato “irrealizzabile” dai sindacati, non sarà comunque possibile prima di maggio.

La società ha così concluso: “I siti produttivi del gruppo a valle dello stabilimento di Taranto subiranno le ricadute produttive del livello di produzione di acciaio, con conseguenti ripercussioni sul livello di saturazione degli assetti di marcia degli impianti e, quindi, sulla possibilità di impiego, in modo continuativo, di tutto il personale”.