PHOTO
Nel 2025 il tessile brianzolo ha perso altri due marchi, in un contesto segnato da una crisi profonda e strutturale. In un settore schiacciato dalla concorrenza globale e dalla caduta delle commesse, la riconversione verso il comparto militare viene indicata come una delle poche vie di sopravvivenza, in un quadro di crescita della spesa per la difesa.
Rosanna Tremola, componente della segreteria della Filctem Cgil Monza Brianza, in un’intervista al quotidiano Il Giorno ripercorre la crisi della Rossi Lorenzo e figli di Villasanta, seguita dal sindacato dal 2019, quando già emergevano le prime difficoltà legate alla riduzione degli ordini. L’azienda ha tentato di proseguire l’attività grazie agli ammortizzatori sociali, ricorrendo alla cassa integrazione ordinaria, ma alla fine è stata travolta dalla pressione del mercato orientale.
Crisi tessile, altre chiusure in Brianza
Nel corso del 2025 hanno cessato l’attività anche la Fabbrica tessuti elastici di Besana Brianza e la Manifattura Cantù di Bernareggio, per il progressivo deterioramento delle condizioni produttive. “Il tessile in provincia di Monza e Brianza, come in tutta Italia, subisce una crisi nella crisi – osserva la sindacalista – in particolare da aprile 2024, con una perdita di fatturato del 25-30% all’anno. Ad oggi sono tante le richieste di cassa integrazione per le aziende che producono tessuti, fanno colorazioni, candeggio, nastri, cerniere, dove i margini di guadagno sono sempre più risicati.
I competitor asiatici producono gli stessi componenti a prezzi molto inferiori, ma hanno anche imparato a farli di buona qualità. L’unica possibilità per sopravvivere, che però non piace a nessuno, è quella di fare componentistica per le divise dell’esercito. La legge di bilancio ha lasciato spazio per la spesa nel settore militare e quindi anche il tessile non ha che da rivolgersi a quel mondo”.
Lusso e riciclo: due velocità della filiera
Il segmento del lusso continua a reggere, seppure con criticità. “I brand prestigiosi, quando sono in crisi non ne parlano, ma scaricano la perdita sul cliente finale, aumentando il valore del prodotto finito che diventa status symbol e marchio di riconoscimento sociale tra coloro che lo portano”. Alcune aziende utilizzano risorse interne per il riciclo e la rielaborazione dei prodotti, ma solo chi dispone di capitali rilevanti può permettersi questo tipo di strategie.
“Per tutti gli altri – sottolinea la sindacalista – occorrerebbe un piano industriale per rilanciare capacità ed esperienza: linee guida nazionali, in base alle quali sviluppare protocolli locali”.






















