Per quale ragione la destra vorrebbe cambiare la disciplina costituzionale sulla magistratura? Ecco una rassegna delle ragioni a sostegno.

Lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in un organo per i giudici e uno per i pubblici ministeri sarebbe necessario per “completare” la trasformazione del giudizio penale da inquisitorio ad accusatorio realizzata nel 1989 e poi sancita dalla riforma dell’articolo 111 della Costituzione nel 1999 (dunque, sino a questo momento abbiamo vissuto nell’incostituzionalità del sistema giudiziario?) in modo che il giudice sia finalmente collocato in una posizione di terzietà tra l’accusa e la difesa.

Non è così. Intanto, perché l’articolo 111 riguarda lo svolgimento del processo penale (interviene sul piano funzionale), mentre la separazione delle carriere investe l’organizzazione della magistratura (interviene sul piano strutturale). E poi perché il pm non è la controparte speculare dell’avvocato difensore, dal momento che il primo ha per obiettivo, come il giudice, la ricostruzione della verità dei fatti (dunque, a seconda delle prove, chiederà la condanna o l’assoluzione dell’accusato), mentre il secondo lavora esclusivamente per l’assoluzione del proprio cliente.

Pericoli 

Si può dire di più: un pm che fosse realmente la controparte speculare dell’avvocato difensore sarebbe persino pericoloso, perché l’accusa, avendo a disposizione gli apparati dello Stato, potrebbe far conto su mezzi incomparabilmente più incisivi di quelli a disposizione della difesa. Vista in questa prospettiva, la posizione delle Camere penali a favore della riforma risulta incomprensibilmente autolesionista.

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Per i fautori della riforma, lo sdoppiamento del Csm avrebbe, inoltre, il benefico effetto di evitare che il giudice sia indotto a dare quasi sempre ragione al pm per motivi di “colleganza”. Si tratta di una fantasia clamorosamente smentita dai dati, che attestano, oltre all’archiviazione di circa la metà delle notizie di reato giunta a conoscenza del pm, il fatto che un processo penale ordinario su due si conclude con l’assoluzione dell’imputato.

D’altro canto, se il ragionamento dei sostenitori del Sì fosse fondato, bisognerebbe a maggior ragione separare le carriere dei giudici di primo grado, di appello e di Cassazione: la circostanza che nessuno sostenga che i giudici dei diversi gradi di giudizio sono indotti a darsi ragione l’un l’altro ulteriormente dimostra, anche sul piano teorico, quanto infondata sia la posizione di chi invoca la separazione tra giudici e pm.

Il sorteggio

Quanto al sorteggio, secondo il fronte del Sì servirebbe a stroncare le nefaste “correnti” della magistratura. Peccato che, essendo quasi tutti i magistrati iscritti all’Associazione nazionale magistrati (Anm) e molti a un’associazione (il nome corretto delle “correnti”), ed essendo quella di associazione una libertà costituzionale che vale anche per i magistrati, qualunque giudice o pm fosse sorteggiato sarebbe appartenente all’Anm o a un’associazione. Ma c’è di più.

Le associazioni servono a consentire ai magistrati di discutere pubblicamente le questioni inerenti alla organizzazione o al funzionamento della giustizia, assumendosi apertamente la responsabilità delle proprie idee. Le oscure trame di potere che tanto scandalo hanno giustamente creato in passato sono sempre avvenute per iniziative di singoli soggetti operanti al riparo dai riflettori pubblici.

Il sorteggio alimenterebbe tale opacità, perché i membri del Csm diventerebbero tali a titolo personale e non dovrebbero rendere conto a nessuno del loro operato. Il rischio di maneggi aumenterebbe, unitamente a quello di inefficienza del sistema, dal momento che la sorte potrebbe affidare la gestione di funzioni delicatissime a persone inidonee (se la tesi per cui chi può comminare un ergastolo può far parte del Csm fosse fondata, allora bisognerebbe altresì ammettere che un medico che sia un bravo chirurgo per ciò solo potrebbe assumere la direzione generale di un’Asl).

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Errori giudiziari

Infine, la sottrazione del potere disciplinare al Csm e la sua attribuzione a un’apposita Alta Corte è giustificata con l’esigenza di punire i magistrati responsabili di un abnorme numero di errori giudiziari. Anche questa è una falsità. Anzitutto, gli errori giudiziari accertati come tali sono in Italia in numero inferiore a quello dei sistemi a noi paragonabili per dimensione (in particolare, Francia e Regno Unito). La ragione è semplice: poiché in quei sistemi il pm è essenzialmente orientato all’accusa – così come i sostenitori del Sì vorrebbero avvenisse in Italia – è più facile che, nel dubbio, prema sul giudice per la condanna anziché per l’assoluzione.

Quanto, poi, ai procedimenti disciplinari, ancora i dati comparati attestano la maggiore severità del sistema disciplinare italiano rispetto a quelli di altri Stati, dovuta al fatto che il 40 per cento dei giudizi disciplinari nei confronti dei magistrati si conclude con una condanna. E chi obietta che non dovrebbero essere i magistrati a esprimersi sui giudizi disciplinari riguardanti i magistrati dovrebbe ricordare che è così per tutte le professioni: gli avvocati sono giudicati da avvocati, i medici da medici, gli ingegneri da ingegneri, e via dicendo.

Argomenti della disperazione

Non rimangono al Sì che gli argomenti della disperazione: con la riforma i processi saranno più veloci, l’arretrato sarà smaltito, non ci saranno più errori giudiziari, … Vere e proprie corbellerie, atte a nascondere che il solo modo per migliorare l’efficienza della giustizia sarebbe investire risorse economiche in personale, strutture, attrezzature. Quelle stesse risorse che, con la riforma, sarebbero invece sprecate per pagare gli oneri di funzionamento di tre organi (i due Csm e l’Alta Corte disciplinare) al posto dell’unico oggi esistente.

Non una delle ragioni portate dai fautori del Sì regge, insomma, all’esame dei fatti: quella da loro proposta è, letteralmente, una riforma irragionevole.

Francesco Pallante, Università degli Studi di Torino

Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No

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