PHOTO
Si conclude al ministero del Lavoro la vertenza Altuglas, una delle più emblematiche della crisi industriale che attraversa il settore chimico italiano. L’intesa raggiunta tra le parti mette in campo strumenti per attenuare l’impatto sociale della decisione aziendale, ma non cambia la sostanza: gli stabilimenti di Porto Marghera e Rho chiudono. E con loro si perde un altro pezzo di capacità produttiva.
L’accordo prevede percorsi di accompagnamento, ricollocazione, formazione e incentivi all’uscita. Misure necessarie, costruite in mesi di confronto serrato. Ma non sufficienti a ribaltare il segno di una vicenda che resta, nei fatti, una sconfitta collettiva.
Lavoratori e territorio: una doppia perdita
A pagare il prezzo più alto sono le lavoratrici e i lavoratori. Per anni hanno garantito continuità produttiva, competenze, qualità. Oggi si trovano a fare i conti con la perdita del posto e con un futuro incerto, affidato a strumenti di transizione che non sempre garantiscono stabilità.
Ma la ferita non riguarda solo l’occupazione. Colpisce il territorio e l’intero sistema industriale. Porto Marghera, per decenni uno dei poli chimici più rilevanti d’Europa, continua a perdere pezzi. La chiusura di Altuglas si inserisce in una traiettoria più ampia: un lento ma costante arretramento della chimica italiana.
Il nodo delle multinazionali
C’è poi un elemento che si ripete. Ancora una volta, sottolinea la Filctem Cgil, si assiste alla dinamica di una multinazionale straniera che acquisisce attività industriali e, nel giro di pochi anni, decide di dismetterle. Il risultato è sempre lo stesso: lavoratori in difficoltà e territori impoveriti. Un modello che solleva interrogativi profondi sulla capacità del Paese di difendere e rilanciare il proprio tessuto produttivo. E che mette in evidenza l’assenza di una strategia industriale capace di governare queste trasformazioni.
Il sindacato rivendica il lavoro fatto: l’obiettivo era ridurre l’impatto sociale della chiusura, e su questo terreno risultati sono arrivati. Ma ora si apre una fase decisiva. Senza un progetto concreto di reindustrializzazione, il rischio è quello di assistere a un progressivo smantellamento. Serve un intervento forte delle istituzioni, nazionali e locali. Non solo per gestire l’emergenza, ma per costruire nuove prospettive industriali. Porto Marghera resta un’area con competenze, infrastrutture e potenzialità. Lasciarla scivolare sarebbe una scelta politica, non una fatalità.
La vertenza Altuglas si chiude formalmente, ma lascia aperta una questione più grande: il futuro industriale del Paese. La Filctem Cgil annuncia che continuerà a vigilare sull’applicazione degli impegni e a tenere alta l’attenzione su Porto Marghera. Il punto non è solo gestire le chiusure. È decidere se l’Italia vuole ancora essere un Paese industriale.


























