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L'analisi

Perché aumentano le dimissioni volontarie?

Foto: Zaniele (da Flickr)
Fulvio Fammoni
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Nel secondo trimestre del 2021 hanno riguardato mezzo milione di lavoratori e lavoratrici. Alcune ipotesi su questa dinamica. Ricordando, come ha detto Mattarella, che il lavoro è la componente essenziale per la dignità di ciascuno

Nel secondo trimestre del 2021, tramite i dati delle comunicazioni obbligatorie, si osserva una forte ripresa del numero di dimissioni volontarie, pari a circa mezzo milione di persone: 292 mila lavoratori e 191 mila lavoratrici. L’incremento c’è, anche se in termini percentuali è molto diversificato in relazione al periodo preso a riferimento per il confronto. Infatti rispetto al secondo trimestre del 2020 è del +85%, ma è un confronto difficilmente utilizzabile perché fa riferimento ad uno dei momenti più drammatici della pandemia in cui si è registrato un crollo delle dimissioni. Più credibile è il confronto con il primo trimestre 2021, rispetto al quale l’incremento è sempre alto ma inferiore (+37,8%). È però sconsigliabile fare un confronto fra trimestri che hanno peculiarità diverse, e che comunque sono entrambi del periodo pandemico.

Nel confronto invece con il periodo pre-pandemico (secondo trimestre 2019), si osserva un incremento molto più contenuto (+10,1%). È probabilmente questo il riferimento più realistico, tenendo conto che delle dinamiche di crescita delle dimissioni erano già in atto anche precedentemente: nel 2018, sempre in riferimento al secondo trimestre, si registrava un +14,8% rispetto al 2017. Come sempre, un solo trimestre non può segnare una tendenza e quindi occorrerà aspettare le successive rilevazioni, così come al momento sono ancora troppo generici i dati sulle motivazioni dietro le dimissioni dei lavoratori.

Si può dunque, in attesa di approfondimenti più robusti, indicare soltanto alcune possibili ipotesi. La prima, e forse la più ovvia, è quella che le dimissioni possono riguardare diversi aspetti che la pandemia ha prodotto, sia dal punto di vista psicologico che della mobilità delle persone. Era dunque lecito aspettarsi nel 2021 un rimbalzo successivo al blocco e, per altri aspetti, anche il fatto che la pandemia abbia prospettato alle persone la necessità di scegliere attività che garantiscano una maggiore sicurezza sanitaria.

La seconda ipotesi può essere, invece, legata al meccanismo del blocco dei licenziamenti, che nel 2° trimestre del 2020 era ancora totalmente in vigore, e a possibili incentivi all’uscita da parte delle imprese. Un’ulteriore ipotesi, la terza, forse la più consistente, è legata all’intensità della ripresa economica in atto nel 2021 e della conseguente ricerca da parte delle aziende di professionalità mancanti. Visto dal lato dei lavoratori questo aspetto potrebbe segnalare, almeno in parte, la possibilità di ricollocarsi da imprese in difficoltà o con gli ammortizzatori in scadenza verso posti di lavoro considerati più sicuri.

Probabilmente, il dato totale sulle dimissioni è un misto di tutto questo ma potremmo verificarlo solo sulla base di dati che, ad oggi, non sono ancora disponibili. Quello che personalmente, invece, convince meno, sia pure probabilmente anch’esso in quota parte presente, è che questo consistente aumento delle dimissioni rappresenti l’indicatore di un mercato del lavoro in salute. Le transizioni da un lavoro all’altro tendono ad aumentare quando riparte la domanda di lavoro e, dopo il grande freddo pandemico, la domanda è ripartita ma in modo così distorto che certo non fa pensare ad un nuovo e dinamico mercato del lavoro.

Nel 2021 l’occupazione è, infatti, cresciuta ma resta ancora distante dai livelli pre-Covid, soprattutto per quanto riguarda i dipendenti permanenti, mentre è fortemente cresciuta l’occupazione precaria che è già ritornata ai livelli del 2019. Questo potrebbe far propendere per un’ulteriore tesi che, però, come tutte le altre sono da verificare e che riguarderebbe una polarizzazione del mercato del lavoro e del sistema produttivo. Il possibile fenomeno può essere determinato da una parte del settore produttivo, che è ripartito (così come mostrano i dati del Pil) come quantità di attività e con un consolidamento della sua qualità e che offre condizioni di lavoro mediamente più interessanti sia dal punto di vista professionale, remunerativo che per le condizioni di futura stabilità.

È possibile in questo caso ipotizzare che singole imprese cerchino anche tra gli attuali occupati, così come che la ricerca venga fatta anche da singoli lavoratori. La percentuale ampia di rapide ricollocazioni osservate in alcune realtà può essere un ulteriore elemento di conferma di questo fenomeno. Di converso, un’altra parte del sistema produttivo continua ad essere in difficoltà e ha problemi di prospettiva e invece di scommettere sull’innovazione continua a puntare sulla competizione di costo. In quest’ultimo caso, le condizioni del lavoro sono un fattore troppo spesso utilizzato e ciò spiegherebbe una parte della grande ripresa di lavoro precario, prevalentemente in basse qualifiche e per tempi di attività molto brevi.

Una polarizzazione pericolosa che presuppone un possibile ulteriore restringimento della base produttiva, una differenziazione importante tra imprese che dovranno competere sulla specifica produzione rispetto alle novità tecnologiche, energetiche, ambientali e sanitarie che si proporranno; un’ulteriore estensione di lavoro povero e una crescita non adeguata del nostro tasso di occupazione già fra i più bassi della media dell’eurozona.

Una lettura pessimistica? Forse, ma come altre citate possibile, da verificare e, se confermata, assolutamente da evitare. Per questo, l’attuazione del Pnrr, non può fare riferimento solo all’effettiva capacità di spesa e agli specifici progetti ma, anche alla quantità e qualità del lavoro che produce. A questo proposito il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dichiarato nel suo intervento in occasione della cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro che “Il lavoro sarà anche la misura del successo del Pnrr”.

Le sue parole valgono meglio di qualsiasi altra considerazione quando afferma che “il lavoro è tutt’altro che un fattore esclusivamente economico. Non c’è dubbio che il lavoro sia motore dell’economia, ma è altresì elemento che sorregge il funzionamento della società: rappresenta esso stesso un valore su cui si basa la coesione di una comunità. Per questo, merita riconoscimento e tutela: è una componente essenziale della dignità di ciascuno”. E ancora: “La ricchezza di un Paese si misura sulle opportunità di lavoro che sa offrire ai suoi cittadini. Il prodotto nazionale lordo della Repubblica è frutto del lavoro, non di astratte alchimie finanziarie.” “Bisogna evitare che si accentuino quei caratteri critici del nostro mercato del lavoro... la precarietà e frammentarietà dei contratti aumenta infatti le diseguaglianze, traducendosi spesso in retribuzioni insufficienti e in un allargamento della platea dei poveri da lavoro, con salari bassi, lavori intermittenti a part-time involontari”.

Fulvio Fammoni è presidente della Fondazione Di Vittorio