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“Mentre il Paese affronta pressioni demografiche e l’evoluzione della domanda nel mercato del lavoro, politiche di integrazione efficaci saranno cruciali per garantire una crescita sostenibile e una società equa”. È questa la conclusione del rapporto sullo Stato dell’integrazione dei migranti – Italia pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), realizzato con il supporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e presentato ieri (23 febbraio) a Roma nel corso dell’evento “Migrazioni, lavoro e integrazione in Italia”.
Il report ci restituisce un Paese in cui la presenza straniera è strutturale: 6,4 milioni di immigrati, pari al 10% della popolazione. Tuttavia, la crescita nell’ultimo decennio è stata contenuta (+13%), molto meno che in Germania, Spagna o Francia. La metà degli ingressi permanenti tra il 2013 e il 2023, tra l'altro, è avvenuta per motivi familiari, una quota superiore a quella registrata negli altri Paesi di confronto.
Una forza lavoro giovane, sottoutilizzata
Gli immigrati in Italia sono in larga parte in età attiva: 9 su 10 hanno tra i 15 e i 64 anni, contro il 60% dei nati in Italia. In un Paese segnato dall’invecchiamento e dal calo della popolazione in età lavorativa, il loro contributo è quindi decisivo.
Eppure, l’integrazione nel mercato del lavoro appare ambivalente. Se da un lato i tassi di occupazione sono relativamente elevati, dall’altro i rendimenti dell’istruzione sono limitati e le competenze spesso sottoutilizzate, soprattutto tra le donne. Un immigrato su quattro svolge un lavoro meno qualificato rispetto a quello esercitato prima della migrazione. Tra i cittadini non Ue con titolo di studio elevato, il tasso di occupazione è del 69%, inferiore a quello osservato in molti altri Paesi europei Ocse.
La concentrazione in occupazioni a bassa qualifica resta marcata, in particolare nei settori agricolo, manifatturiero, dell’assistenza e della ristorazione. Anche tra i migranti umanitari, circa uno su quattro lavora in occupazioni non qualificate e oltre la metà è impiegata in pochi comparti: manifattura (25%), alloggio e ristorazione (11%), costruzioni (11%), commercio (10%).
Istruzione: progressi tra i giovani, fragilità per gli adulti
Sul piano educativo, il rapporto evidenzia una doppia dinamica. Da un lato, il profilo dei nuovi arrivati è migliorato e i figli degli immigrati mostrano risultati incoraggianti. A 15 anni, gli studenti con genitori nati all’estero registrano nei test Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell'allievo ndr) un punteggio in lettura inferiore di soli 22 punti rispetto ai coetanei con genitori nati in Italia, un divario contenuto rispetto alla media europea e molto più basso che in Francia, Belgio o Austria.
La partecipazione all’educazione della prima infanzia tra i bambini con madre immigrata è addirittura superiore a quella dei figli di madri nate in Italia, un dato raro nel panorama Ocse. D'altro canto, persistono criticità profonde. Circa il 50% degli immigrati nati fuori dall’Ue non ha completato un livello di istruzione superiore alla secondaria inferiore, una delle percentuali più alte nell’area Ocse. I percorsi di formazione continua sono limitati e pochi adulti immigrati intraprendono studi formali dopo l’arrivo. Inoltre, il sistema scolastico italiano, con una differenziazione precoce tra percorsi liceali e professionali, tende a indirizzare in modo sproporzionato i figli di migranti verso canali meno qualificanti.
Meno di un giovane su quattro tra i figli di immigrati accede a occupazioni altamente qualificate, con un divario di 12 punti percentuali rispetto ai coetanei con genitori nati in Italia. A questo si aggiunge una dimensione soggettiva: il 20% degli studenti con background migratorio dichiara di sentirsi a disagio o fuori posto a scuola, oltre 5 punti percentuali in più rispetto agli altri.
Povertà, casa e cittadinanza: barriere strutturali
Il rapporto segnala poi livelli elevati di vulnerabilità sociale. Un immigrato su tre vive in condizioni di povertà. La povertà lavorativa raggiunge il 22%, tra le più alte dell’Ocse: sebbene gli immigrati rappresentino il 15% degli occupati, costituiscono il 31% dei lavoratori poveri. I costi abitativi appaiono moderati, ma ciò riflette spesso situazioni di sovraffollamento e condizioni inadeguate.
Particolarmente critico è il nodo della cittadinanza. Solo il 40% degli immigrati con almeno dieci anni di residenza ha ottenuto la cittadinanza italiana. Tra i giovani 15-34 anni nati in Italia da genitori stranieri, quasi due su cinque non sono cittadini italiani. Nel 2023, appena il 38% dei giovani nati all’estero e arrivati prima dei 15 anni possedeva la cittadinanza. Le regole restrittive di naturalizzazione continuano quindi a ritardare l’inclusione civica di lungo periodo.
Migranti umanitari: integrazione ostacolata
Il rapporto dedica anche attenzione anche ai migranti per motivi umanitari. Dopo cinque anni di permanenza, i loro tassi di occupazione superano quelli dei migranti familiari e perfino quelli dei nati in Italia. Tuttavia, le fasi iniziali sono segnate da ostacoli: capacità limitata dei centri di accoglienza, ritardi procedurali, accesso insufficiente alla formazione linguistica. Il ricorso a strutture emergenziali e insediamenti informali rischia di compromettere l’integrazione di lungo periodo.
Un potenziale ancora inespresso
“L’Italia è da tempo una destinazione importante per i migranti – conclude il rapporto -, ma i risultati di integrazione non sempre sono all’altezza del potenziale”. Gli immigrati contribuiscono in modo significativo alla forza lavoro e compensano il declino demografico; i loro figli mostrano buoni livelli di alfabetizzazione e un avvio scolastico relativamente solido. Tuttavia, bassi rendimenti dell’istruzione, concentrazione in lavori poco qualificati, povertà elevata e barriere alla cittadinanza delineano un sistema che fatica a trasformare il contributo demografico in piena inclusione sociale.
In un Paese segnato dall’invecchiamento e da una domanda di lavoro in trasformazione, l’Ocse indica con chiarezza la direzione: senza politiche di integrazione più efficaci e inclusive, il rischio è quello di sprecare capitale umano prezioso.



























