Una fetta delle famiglie italiane, il 10,9 per cento, che è ufficialmente povera (Istat, 2024). E un’altra fetta, l’8,2 per cento, che è quasi povera, cioè è appena sopra la soglia. I numeri sono contenuti nel nuovo rapporto dell’Alleanza contro la povertà, a cui aderisce tra gli altri la Cgil, presentato oggi (5 febbraio) a Roma, che denuncia: siamo di fronte a un fenomeno che non è marginale o emergenziale, ma è una condizione strutturale, stratificata e sempre più normalizzata, che attraversa ampi segmenti della popolazione e si radica nel quotidiano.

Fenomeno multidimensionale

Nel complesso quasi il 20 per cento delle famiglie gravita attorno alla linea di povertà, esposta a un rischio costante di cadute improvvise legate a eventi ordinari della vita. Una percentuale che è stabile da quindici anni. Il rapporto evidenzia anche i limiti delle misurazioni statistiche, che non considerano solo alcune dimensioni: la durata nel tempo, l’intensità differenziata, il costo nascosto della deprivazione, il ruolo delle reti familiari e le zone grigie tra autosufficienza e bisogno. Condizioni intermedie che sono parzialmente intercettate dai numeri.

“La povertà in Italia è una condizione che colpisce milioni di persone e di famiglie in modo sempre più diffuso e strutturale – commenta Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil -, maggiormente le famiglie numerose e con figli minori, le famiglie operaie, quelle del Mezzogiorno, quelle in affitto, i migranti, certificando le pesanti diseguaglianze nel nostro Paese. I dati che attestano che si è poveri pur lavorando quando le condizioni retributive e di lavoro sono inadeguate, tanto che un quarto dei lavoratori dipendenti percepisce una retribuzione lorda annua inferiore a 10 mila euro”.

Poveri pur lavorando

Il dato sui lavoratori è significativo: nel 2024 oltre il 10 per cento degli occupati è a rischio povertà. Stiamo parlando di circa 2,3-2,4 milioni di persone, un valore superiore alla media europea. L’incidenza della povertà è poi particolarmente elevata tra le famiglie che hanno come persona di riferimento un operaio (15,6 per cento) e tra i lavoratori indipendenti più deboli.

Il lavoro quindi non garantisce più automaticamente un reddito sufficiente ad avere una vita dignitosa e non rappresenta più una garanzia di inclusione sociale. E anche se una parte rilevante delle persone a basso reddito ha un impiego e mantiene reti relazionali attive, questa integrazione è fragile e instabile.

Il forte calo dei salari reali conferma la tendenza: meno 7,5 per cento tra il 2021 e il 2025, il risultato peggiore tra i principali Paesi Ocse. Le stesse reti associative che operano sul territorio confermano che è cambiato il profilo delle persone che chiedono aiuto: crescono i lavoratori poveri e diminuisce in proporzione il numero di chi è completamente escluso dal mercato del lavoro.

Pagano i minori

Il rapporto mostra come l’Italia sia diventata un Paese sfavorevole per le famiglie giovani con figli. La povertà assoluta dei minori ha raggiunto nel 2024 il valore più alto degli ultimi dieci anni: oltre 1,29 milioni di bambini e ragazzi vivono in famiglie povere. La nascita di un figlio continua a rappresentare in Italia un fattore di rischio di impoverimento molto più elevato rispetto alla media europea. Quali sono le conseguenze di questa situazione? I costi per la casa e l’energia e la compressione delle spese alimentari incidono profondamente sulla qualità della vita e sulle traiettorie future dei minori, sebbene questi elementi emergano solo parzialmente nelle statistiche.

"La povertà è una condizione che cresce e si consolida quando non viene contrastata con politiche adeguate e strutturali – prosegue Barbaresi -. Dietro alla povertà e all’esclusione sociale non ci sono solo i numeri di fredde statistiche ma c’è la vita delle persone alle prese con insormontabili difficoltà quotidiane che non possono essere vissute solo nella dimensione dei singoli individui: contrastare e superare quelle condizioni è una responsabilità collettiva che chiama in causa le istituzioni”.

Strumento per i decisori

“Questa pubblicazione ci restituisce la fotografia di un’Italia in cui le povertà crescono e chiamano con urgenza una serie di soggetti a precise responsabilità – dichiara il portavoce nazionale dell’Alleanza Antonio Russo –. Questa è la ragione per la quale periodicamente intendiamo produrre e offrire ai decisori politici, agli operatori pubblici e ai soggetti sociali, studi e proposte che promuovano un serio programma di contrasto e di lotta alla povertà. Le attuali misure adottate, però, si rivelano inadeguate e insufficienti rispetto al bisogno reale. Il nostro auspicio è che la lotta alla povertà nel nostro Paese possa compiere un necessario e decisivo passo avanti”.

Misure e proposte

L’analisi delle misure di contrasto alla povertà effettuato dal rapporto, in particolare l’assegno di inclusione e il supporto per la formazione e il lavoro, evidenzia criticità strutturali nell’impianto e nell’attuazione: forte disomogeneità territoriale, difficoltà di presa in carico personalizzata, scollamento tra disegno normativo e condizioni reali delle persone.

Da qui le proposte dell’Alleanza: ripensare le misure, investire su lavoro dignitoso, salari adeguati e politiche familiari, promuovere un racconto pubblico più responsabile, superare la visione riduttiva della povertà e rafforzare e integrare i sistemi di misurazione.

“Occorrono politiche forti e strutturali chiamate a superare diseguaglianze – conclude Barbaresi -, a ricomporre fratture sociali e che mettano al centro i bisogni delle persone e delle famiglie, a partire da quelle con più difficoltà. Proprio quello che il governo Meloni non fa”.