Gli avvocati, per difendere i cittadini e le cittadine, hanno bisogno di giudici indipendenti, cioè di giudici liberi che non hanno timore di prendere decisioni scomode. A dirlo è Enrico Grosso, professore di Diritto costituzionale ma prima di tutto avvocato, riflettendo su quali siano gli “strumenti” più adatti ad assicurare ai propri assistiti la migliore difesa possibile. Per lui, solo giudici “difesi” da un organismo che li tuteli dalle pretese dei poteri forti. Proprio per questa ragione Grosso ha deciso di impegnarsi in prima persona presiedendo il Comitato “È giusto dire No”, per difendere la Costituzione e l’uguaglianza della legge per tutti e tutte.

Professore, perché ha deciso di esporsi in prima persona assumendo la presidenza del Comitato per il No?

Perché credo profondamente nelle ragioni di questa battaglia, la difesa dei principi costituzionali. Insegno diritto costituzionale da 30 anni, credo profondamente nella necessità di difendere quotidianamente la struttura portante del nostro assetto costituzionale. Di quella struttura portante è pietra angolare il principio della separazione dei poteri: quindi, di conseguenza, il principio di autonomia e indipendenza della magistratura. Quel principio è fortemente a rischio a causa della riforma Nordio.

Quali le parti della riforma Nordio attaccano questo principio? Chi ha scritto quella legge afferma che, non cambiando nulla dell'articolo 104 della Costituzione, l'autonomia e l'indipendenza della magistratura è garantita.

Questa è un’affermazione puerile, sono stupito che ad affermarlo siano anche colleghi professori di diritto costituzionale. Perfino uno studente del primo anno sa che non basta proclamare in astratto dei princìpi, se poi non gli si costruiscono attorno regole che ne sostengano l’effettività. Che la magistratura sia indipendente è scritto in tutte le costituzioni del mondo, comprese quelle di molti regimi autocratici. Le faccio un esempio: “El poder jurisdiccional es independiente”. Sa dov’è scritto? Nell’articolo 256 della Costituzione del Venezuela. Chiedetelo ad Alberto Trentini come funziona il principio di autonomia e indipendenza della magistratura in Venezuela. Ovviamente non sto dicendo che l’Italia sia come il Venezuela, ma chi sostiene che non cambierà nulla perché il primo comma dell’articolo 104 non è stato modificato mente sapendo di mentire.

Cosa succede, allora, con questa riforma?

La riforma stravolge completamente i commi successivi dell’articolo 104 della Costituzione, che sono proprio quelli che danno sostanza ed effettività al principio di autonomia e indipendenza, costruendo un Consiglio superiore della magistratura veramente libero, indipendente, prestigioso, autorevole, eletto, che solo se ha un suo standing costituzionale può esercitare la funzione di difesa attiva della magistratura. La riforma Nordio, invece, lo indebolisce anzitutto dividendolo in due, e tutte le volte che si divide in due un organo, ovviamente si mettono i due pezzi uno contro l’altro e se ne indebolisce il prestigio. Ma poi si fa di più, perché si sorteggia la componente togata. Andatelo a dire all’estero che affidiamo una struttura di questa rilevanza a un organismo sorteggiato.

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Siamo in presenza di una contraddizione intrinseca?

Esattamente. Da un lato affidiamo questo delicatissimo ruolo di difesa della separazione dei poteri a un organo di alto rilievo costituzionale, dall’altro ne sorteggiamo i componenti, come a dire “non ce ne importa niente di chi ne fa parte”. Il sorteggio è un metodo assurdo di selezione delle persone che devono svolgere ruoli delicati, importanti e di prestigio. Viene inficiato lo standing dell’organismo. Nessuno si sognerebbe di affidare al sorteggio la scelta dei componenti di un soggetto che ha quella funzione costituzionale.

Allora perché la scelta del sorteggio dei componenti dei nuovi Csm?

Perché il vero obiettivo è indebolire la funzione di difesa dell’autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Cosa che peraltro hanno confessato: il ministro Nordio lo sta dicendo da due mesi e lo ha ribadito nel libro appena pubblicato. Ma soprattutto lo ha detto con grande trasparenza la presidente del Consiglio nella sua conferenza di inizio anno, quando ha accusato i giudici di non collaborare con il governo nell’esecuzione delle politiche di sicurezza che l’esecutivo vuole praticare. Ma il compito dei giudici non è collaborare con i governi, siano essi di qualunque colore, ma difendere lo stato di diritto, difendere i cittadini e le cittadine, anche dalle pretese della politica.

Professore, oltre a essere un docente di Diritto costituzionale è anche un avvocato. Perché anche da questo punto di vista, ossia di chi difende i cittadini, questa riforma non va bene?

Ecco, questa è una bella domanda. Continuo a non capire come mai tanti avvocati si sono improvvisamente innamorati di questa riforma. Per fortuna ce ne sono anche molti che la avversano, si è costituito un importantissimo “comitato di avvocati per il No”, perché in molti si rendono conto che questa riforma in realtà pregiudica e mette a repentaglio il lavoro degli avvocati. Gli avvocati difendono le persone, spesso utilizzando il diritto per contrastare le pretese dei poteri forti.

Di cosa hanno bisogno gli avvocati per poter ottenere giustizia, usando il diritto contro la forza del potere?

Di giudici indipendenti, cioè di giudici liberi che non hanno timore di prendere decisioni scomode. E questi giudici dove pensiamo di trovarli se non c’è un organo che li difende contro le pretese di quei poteri che possono condizionarne le decisioni? A questo servono i giudici indipendenti, a resistere alle pressioni del potere. Le costituzioni sono fatte per difendere i cittadini e le cittadine dai tentativi del potere di abusare di se stesso. Questo è ciò che anche gli avvocati dovrebbero paventare: un giudice che ha paura di prendere la decisione giusta nel momento giusto, quando le pressioni si fanno più forti, quando i poteri tentano di condizionarlo.

Dunque, dobbiamo votare No perché la giustizia rimanga uguale per tutte e tutti?

Esattamente, è proprio così. Quella frase scritta nelle aule di tutti i tribunali, “la legge è uguale per tutti”, passa da essere principio meramente declamato e scritto sui muri a regola effettiva dell’agire dei giudici soltanto se esistono regole che lo garantiscono in concreto. E queste regole sono minacciate da questa riforma.

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