Sessanta metri. La misura esatta tra un’aula di bambine e un bersaglio strategico. Distanza irrilevante per i generali, voragine per 148 famiglie. Intanto noi aggiorniamo la pagina, mastichiamo breaking news come patatine croccanti, scorriamo tragedie con il pollice olimpico. La guerra diventa un feed, il lutto una notifica ben impaginata.

Ci appassionano gli equilibri geopolitici, le reazioni a catena, le mappe con frecce rosse che sembrano videogiochi per adulti colti. Discutiamo di deterrenza con sopracciglio alzato, di escalation come fosse un indice di Borsa. Poi, tra un’analisi e l’altra, spariscono i nomi. Restano cifre in fila, quasi decorative. Numeri composti, senza lacrime né voce.

Una scuola femminile a Minab, in Iran, sessanta metri da una base militare dichiarata altrove. Il diritto internazionale promette protezione rafforzata, le convenzioni agitano scudi di carta patinata. Le bombe invece usano coordinate precise. Contano fino a sessanta e decretano sufficiente. La guerra degli adulti entra in classe e cancella il futuro con puntualità.

Proteggerli dovrebbe essere il minimo sindacale dell’umanità. Lo ripetiamo a ogni conflitto, con dichiarazioni impeccabili e cordoglio calibrato. Le guerre hanno delle regole, si dice. Regole flessibili quando l’obiettivo diventa strategico e l’infanzia un danno collaterale da contabilizzare. Ogni operazione si definisce chirurgica, poi inciampa sui piccoli corpi.

E noi consumiamo l’orrore con disciplina da abbonati premium. Lo metabolizziamo in tempo reale, passiamo oltre con efficienza e un realismo che sa di resa. L’indignazione dura quanto un trend. Sessanta metri tra una scuola e una base. Ancora meno tra la coscienza e l’oblio.