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La liberazione di Alberto Trentini viene già venduta come trofeo geopolitico. Telefonate risolutive, regie invisibili, uomini forti che parlano a uomini forti. Trump di qua, Meloni di là, il mondo che gira come deve. Una narrazione virile, compatta, autoassolutoria. Peccato che sia una favola. E pure scritta male.
Alberto è libero grazie a sua madre. Punto. Mamma Armanda Trentini ha fatto ciò che questo governo detesta. Ha insistito. Ha chiesto conto. Ha reso il privato pubblico. Nessuna posa, nessuna prudenza strategica. Solo caparbietà. Quella che nei comunicati viene derubricata a emotività, mentre nei fatti diventa l’unico motore che si muove.
Il governo Meloni le ha offerto il solito repertorio. Attesa, discrezione, fiducia. Il vocabolario dell’inefficienza elegante. Armanda ha capito in fretta che il tempo, in questi casi, serve a spegnere le storie. Così ha scelto l’atto più sovversivo possibile. Restare. Parlare. Disturbare. Trasformare l’amore materno in pressione politica.
Senza quella presenza ostinata Alberto sarebbe rimasto una pratica sensibile, una cautela diplomatica, un nome da proteggere evitando di pronunciarlo. Invisibile, come piace al potere quando non sa agire. Altro che cabina di regia. Qui la regia è stata una madre che non ha accettato il copione.
La libertà, quando arriva sul serio, ha spesso questo volto. Scomposto, tenace, irriducibile. Non chiede permesso e non ringrazia per inerzia. Mamma Armanda è stata una scocciatura. Ed è per questo che ha funzionato. Tutto il resto è solo stucchevole propaganda.






















