PHOTO
Cinquecentomila firme in meno di un mese. Un mezzo milione di persone che decidono di alzarsi dal torpore assegnato e di toccare la Costituzione con mano, difendendola. Dicevano fosse impossibile, dicevano che la partecipazione fosse un ricordo sbiadito. Invece il Paese risponde quando viene chiamato davvero, senza filtri e senza padrini.
Mentre le firme crescevano, il governo accelerava. Urne fissate il 22 e 23 marzo con zelo sospetto, prima ancora di conoscere l’esito della raccolta online. Una fretta che tradisce nervosismo. Il tempo diventa un avversario, l’informazione un intralcio, il dibattito un rischio calcolato da ridurre al minimo.
Poi arriva il Tar del Lazio e fissa l’udienza al 27 gennaio. Un dettaglio tecnico che suona come una lezione di democrazia. Le firme, a quel punto, smettono di essere solo numeri. Diventano argine, rumore, disturbo. Sommersa la strategia della distrazione, messa in crisi la speranza di una vittoria per stanchezza.
Il Comitato per il No parla con chiarezza. Più sottoscrizioni significano più forza politica e più spazio pubblico. Perché la Riforma Nordio ridisegna gli equilibri, indebolisce l’autonomia della magistratura, assottiglia i controlli di legalità. Un sistema più gentile con chi comanda e più ruvido con chi subisce.
Il ministro della Giustizia lo annuncia quasi con serenità. Dopo toccherà alla lotta alla corruzione. Un passo alla volta verso una giustizia selettiva, mentre sullo sfondo avanza il premierato. Chi ha a cuore la Costituzione ha una scelta limpida. Firmare ancora, informarsi, votare. E fermare questo disegno prima che diventi abitudine.






















