Nel corso del confronto odierno, grazie al ruolo svolto dal ministero, “è stata condivisa la necessità di ristabilire corrette relazioni industriali al gruppo Natuzzi e un metodo di confronto preventivo sulle scelte strategiche aziendali, da svolgersi direttamente presso il ministero, nelle giornate del 10 e 11 marzo, con l'impegno da parte dell'azienda di sospendere ogni decisione”. Lo hanno dichiarato i sindacati di categoria FenealUil, Filca Cisl, Fillea Cgil al termine del vertice al Mimit. Contestualmente all'incontro si è svolto un presidio di circa 400 lavoratori Natuzzi giunti a Roma da Puglia e Basilcata.

“L’azienda - spiegano i sindacati - dovrà illustrare le decisioni che intendono prendere sull’assetto industriale e occupazionale, riconoscendo la centralità del confronto con il sindacato. Noi - sottolineano Feneal, Filca, Fillea - ribadiamo la necessità di sospendere ogni decisione fino al termine del confronto”.

Le sigle quindi proseguono: “Riteniamo inoltre prioritario affrontare congiuntamente il percorso di internalizzazione delle produzioni e il rientro dei volumi produttivi in Italia; ogni ipotesi riguardante chiusure o riorganizzazioni di stabilimenti; eventuali politiche di incentivazione all’esodo, che dovranno avvenire esclusivamente su base volontaria e dentro un quadro condiviso; la definizione di un piano industriale credibile, sostenibile e trasparente nei dati economici e produttivi. Riteniamo comunque positivo l’avvio di questo percorso al Mimit, che recepisce le richieste avanzate nei mesi scorsi. Nessuna decisione sul futuro delle lavoratrici e dei lavoratori - concludono - può essere assunta senza confronto e condivisione”.

La protesta davanti al ministero

Oltre 500 lavoratori della Natuzzi, provenienti da Puglia e Basilicata, si sono riuniti a Roma in occasione del vertice convocato per il primo pomeriggio di oggi, 2 marzo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Il presidio ha anticipato di poco l'incontro per discutere il piano che il gruppo ha presentato nelle scorse settimane. In prima battuta si parlava della possibile chiusura di tre stabilimenti tra Altamura e Santeramo e di quasi 500 esuberi. Dopo una serie di incontri in Regione, le parti si erano riavvicinate, poi è arrivata la rottura, il 23 febbraio scorso, dopo il tavolo in Confindustria a Bari.

"La Cgil è con i lavoratori per chiedere chiarezza e risposte sul futuro industriale del gruppo e delle migliaia di persone che con il loro lavoro lo hanno reso un grande marchio a livello internazionale". È quanto ha dichiarato il segretario confederale della Cgil Gino Giove.

Per Giove, "occorre soprattutto trovare soluzioni che rispondano alle istanze delle lavoratrici e dei lavoratori della filiera, dalla produzione al commercio, occorre tornare indietro rispetto alle delocalizzazioni degli scorsi anni e investire in un modello produttivo in grado di tutelare l’occupazione in Puglia, in Basilicata e in tutto il paese".

"Serve un piano industriale che rilanci la produzione dell'azienda, impresa strategica ed eccellenza del Made in Italy - ha dichiarato la segretaria nazionale della Fillea Cgil Tatiana Fazi -. Non devono chiudere gli stabilimenti, i 1800 lavoratori devono uscire dalla cassa integrazione e bisogna internalizzare la produzione dalla Romania all'Italia per investire realmente sul futuro del Paese e del Mezzogiorno”.