L’attacco unilaterale all’Iran, da parte di Stati Uniti e Israele, porta molte conseguenze terribili: la prima è sulla popolazione iraniana, colpita dai bombardamenti. Ma c’è un altro aspetto preoccupante innescato dall’ennesimo atto violento di Trump: il rischio economico. Dal crollo delle Borse all’aumento del prezzo di gas e petrolio, subito in crescita, tanti sono gli scenari che si aprono. E nessuno è positivo. Abbiamo fatto il punto con Roberto Lampa, docente di Storia economica all’Università di Macerata. 

Professor Lampa, dopo l’attacco all’Iran le Borse hanno aperto in picchiata. Cosa sta succedendo?
La situazione è semplice e grave. Era ampiamente prevedibile anche prima dei mercati: la chiusura dei mercati asiatici e l’apertura di Milano confermano tutti i problemi di questo momento. Il principale è l’energia. Il colpo più duro sarà per il settore che consuma più energia, ovvero il manufatturiero: in tal senso lo sprofondo dei mercati asiatici è significativo perché è lì che si produce. Ora si rischia uno shock energetico come nel 1973, che colpisce soprattutto la produzione industriale.

Chi paga il prezzo maggiore?
Sono guai seri per i Paesi che producono, per le aree del pianeta come l’Europa che producono lontano dai loro territori nazionali. Questi vengono colpiti due volte, sia nella produzione che nel trasporto. In presenza di uno shock tale, pensate a quanto può arrivare il costo di un container e della logistica. E chi non ha fonti energetiche proprie rischia grosso.

Tornando all’industria, quindi ai lavoratori e alle lavoratrici, che scenario si delinea?
Come ho detto, è facile prevedere conseguenze serie per tutta la manifattura. Poi c’è un settore che è già stato martoriato, l’automotive: produrre implica energia e le macchine vanno a benzina, quindi quando il prezzo della benzina schizza in alto le auto non si vendono. La recessione italiana del 1975 aveva origine proprio da questi fattori: fu decisiva la caduta degli utili sulle automobili, che rischia di riproporsi se la benzina supera i due euro al litro.

C’è poi il punto interrogativo sulla durata del conflitto…
Questa è la grande incognita, anche dal punto di vista economico. In Iran non è ancora successo niente, nel senso che sono stati eliminati i leader ma non c’è un Paese allo sbando o nel caos, bensì uno Stato che persegue i suoi piani di guerra. Teniamo conto che nessuno sa quante scorte abbia l’Iran, perché da a decenni è un regime chiuso, quindi non possiamo sapere quanto dureranno. Augurandoci che non ci sia un’invasione delle truppe di terra, questa guerra anomala si gioca su chi rimane con le scorte basse per primo.

La situazione dunque è di grande incertezza e rischia di peggiorare.
Esatto. D’altronde non conosciamo neanche le scorte dei Paesi del Golfo Percorso. E sulle Borse non si è ancora raggiunto il risultato più negativo: il primo missile nitido che cade su Dubai scatenerebbe il panico su tutti i mercati mondiali… La volatilità delle Borse va intersecata con la durata e la sostanza del conflitto.

Come commenta la chiusura dello Stretto di Hormuz?
C’è un aspetto che mi sembra molto preoccupante: leggiamo che la marina americana sbloccherà in breve tempo la questione, ma c’è un problema più complesso che tira in ballo gli analisti militari. Gli iraniani sono riforniti di tutto punto e pare che abbiano in mano una nuova tecnologia cinese per colpire le navi americane. Gli Stati Uniti non vorranno certo perdere le loro imbarcazioni. In breve, al contrario della vulgata comune, c’è rischio che la chiusura di Hormuz prosegua nel tempo.

Rientrando per un momento a casa nostra, perché l’Italia è messa male?
Perché vengono colpiti i Paesi esportatori che contano sulla domanda. Ogni volta che c’è una crisi del genere gli Stati che esportano di più vanno in maggiore difficoltà. I rischi energetici per noi sono molto elevati. Siamo colpiti sia nelle bollette che nel trasporto, mentre cala la domanda dei nostri beni all’estero. In un contesto stagnante, inoltre, bisogna fare attenzione alla pressione sui prezzi: si rischia il ritorno di fiammate inflazionistiche. I redditi non si muovono ma i prezzi possono schizzare in alto. Questo sarebbe grave, soprattutto perché colpirebbe i lavoratori di alcuni settori chiave. Prendiamo il metalmeccanico: il pericolo è vanificare gli aumenti salariali che erano riusciti a recuperare l’inflazione. Tutto ciò impone serietà al governo, con una presa di posizione forte del nostro Paese contro l’escalation.

Non mi pare che stia andando così…
No. Continuiamo a parlare della vicenda ridicola e inquietante di Crosetto a Dubai: guarda caso, un lobbista del settore militare si trova al posto giusto al momento giusto… Forse è il caso di comprendere fin da subito che noi italiani stiamo rischiando grosso.