PHOTO
Dal 1° luglio 2026 scatterà l’adesione automatica alla previdenza complementare per i nuovi assunti del settore privato alla prima occupazione. Al momento dell’assunzione, lavoratori e lavoratrici saranno iscritti automaticamente al fondo pensione previsto dal contratto collettivo applicato in azienda.
Ogni lavoratore avrà 60 giorni di tempo per comunicare una scelta diversa. In altre parole, in quel periodo potrà decidere di:
- lasciare il Tfr in azienda secondo le regole dell’articolo 2120 del codice civile;
- scegliere un altro fondo pensione;
- modificare la quota di contribuzione, dove consentito.
Oppure, se non farà nulla, l’adesione al fondo pensione diventerà definitiva, con i vantaggi derivanti dall’adesione.
Cosa viene versato nel fondo pensione
Nel fondo pensione confluiranno:
- il Tfr maturando (circa il 6,91% della retribuzione annua lorda);
- il contributo del datore di lavoro previsto dal Ccnl;
- il contributo che versa il lavoratore, nella misura stabilita dal contratto collettivo.
Il contributo del lavoratore non è un elemento secondario: è parte integrante dell’equilibrio contrattuale e consente di attivare anche il contributo datoriale. È altrettanto importante ribadire un principio fondamentale: la previdenza complementare integra, ma non può sostituire la previdenza pubblica obbligatoria. Il primo pilastro resta il cardine del sistema e va rafforzato, non progressivamente indebolito.
Il punto critico: la portabilità del contributo datoriale
Il nodo più delicato della riforma riguarda la possibilità di trasferire anche il contributo datoriale, contrattato collettivamente, verso strumenti individuali assicurativi o bancari. Quel contributo non è un incentivo aziendale. È salario differito conquistato con la contrattazione collettiva nazionale. È parte del contratto di lavoro.
Consentirne la portabilità fuori dal sistema negoziale significa modificare la natura stessa della previdenza complementare italiana, spostando risorse dalla dimensione collettiva a quella commerciale.
I fondi negoziali sono strumenti senza scopo di lucro, gestiti pariteticamente, con costi tra i più bassi del mercato. I prodotti individuali hanno logiche diverse e costi spesso molto più elevati. Anche differenze minime di commissioni, su orizzonti di trent’anni, possono tradursi in migliaia di euro in meno di pensione futura.
Ma il tema non è solo economico. Frammentare le risorse significa indebolire un modello che investe con orizzonti lunghi nell’economia reale, nella transizione energetica, nelle infrastrutture. Significa ridurre la capacità del sistema di essere attore stabile di sviluppo.
Per la Cgil si tratta di una scelta sbagliata, che rischia seriamente di compromettere il sistema dei fondi negoziali, strettamente legato alla contrattazione collettiva.
Torelli, Cgil: si rischia l’indebolimento dei fondi negoziali
“Il contributo datoriale – dichiara Gianluca Torelli, responsabile previdenza complementare Cgil nazionale – non è una liberalità dell’impresa, ma salario contrattato collettivamente. Consentirne la portabilità fuori dai fondi negoziali significa sottrarre una parte della contrattazione alla sua funzione collettiva e trasformarla in margine per intermediari finanziari”.
Per Torelli “il governo ha perso un’occasione importante: erano stati predisposti emendamenti sia dalla maggioranza sia dall’opposizione per spostare in avanti l’entrata in vigore della portabilità prevista dal 1° luglio. Sarebbe stato un segnale di responsabilità e di attenzione verso un sistema che ha garantito negli anni rendimenti solidi, costi contenuti e gestione trasparente”.
Così invece, aggiunge, “si introduce un elemento di instabilità che rischia di indebolire l’intero impianto dei fondi negoziali, nati e cresciuti dentro la contrattazione collettiva”. “La Cgil continuerà a contrastare questa impostazione e a chiedere una revisione della norma, perché mettere in discussione il perimetro contrattuale significa mettere in discussione un pezzo di salario dei lavoratori e un modello previdenziale che ha funzionato”, sottolinea il sindacalista.
Un sistema sotto pressione: Pnrr e legge di bilancio 2026
La portabilità si inserisce in un quadro già complesso. Con l’articolo 29 del decreto Pnrr vengono richieste maggiori risorse ai fondi pensione per finanziare l’attività di vigilanza della Covip. Contestualmente, con l’ultima legge di bilancio 2026, sono state innalzate in modo significativo le sanzioni, fino a 500 mila euro. Si tratta di interventi che incidono sugli equilibri economici dei fondi e che aumentano le pressioni sul sistema proprio mentre si apre alla fuoriuscita del contributo contrattuale.
“Serve coerenza – conclude Torelli –. Se si chiedono più risorse ai fondi per la vigilanza e si irrigidisce il quadro sanzionatorio, non si può contemporaneamente introdurre una norma che rischia di ridurre la base collettiva del sistema. Il rischio è comprometterne l’equilibrio. Per questo continueremo un’azione forte affinché si garantisca stabilità, tutela dei lavoratori e rispetto della contrattazione collettiva”.























