La legge costituzionale Meloni-Nordio di riforma della magistratura va respinta nel voto popolare, per considerazioni di metodo e di merito. Partiamo dal metodo: la proposta reca i nomi di Meloni e Nordio, è quindi espressione dell’indirizzo politico di governo. Scelta inopportuna in materia costituzionale, che Calamandrei avrebbe certamente censurato.

Ma era proprio quel che il governo voleva, come ha dimostrato l’approvazione senza alcun emendamento nelle quattro deliberazioni parlamentari richieste. Di più, il ministro Nordio ci ha informato di avere volutamente evitato qualsiasi interlocuzione con le opposizioni, al fine di non attardarsi in discussioni che avrebbero sprecato il tempo da dedicare ad altra riforma: il premierato.

Ancora sul metodo. Il governo tenta di tagliare il più possibile i tempi della campagna referendaria, con un’interpretazione inaccettabile delle norme vigenti (art. 138 Cost., legge 352/1970). La forzatura che potrebbe anche condurre a un rifiuto del presidente Mattarella di emanare il decreto di indizione del voto. Nel caso il presidente non rilevasse la “manifesta incostituzionalità” che giustificherebbe il suo diniego, il decreto presidenziale sarebbe impugnato davanti al giudice amministrativo da parte dei 15 “volenterosi” che hanno depositato in Cassazione la richiesta di raccogliere almeno 500 mila firme per il referendum, come garantisce l’articolo 138 della Costituzione.

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Passando ora al merito, la Meloni-Nordio non migliora in alcun modo la qualità e l’efficienza del servizio offerto ai cittadini, inadeguato per carenze ben note di risorse umane, organizzative, strumentali. Persino voci di maggioranza lo ammettono.

E se mai la separazione delle carriere – che si vorrebbe punto essenziale della riforma - fosse considerata utile a tal fine, sarebbe agevole constatare che è già di fatto largamente attuata nella legislazione vigente sul passaggio tra la funzione inquirente e la giudicante (circa lo 0,5 per cento all’anno), e che sarebbe comunque stato possibile intervenire ancora con legge ordinaria. In tale prospettiva la riforma costituzionale si certifica come inutile.

È allora chiaro che il vero obiettivo della riforma è lo sdoppiamento del Csm, l’introduzione di un sorteggio (puro per i togati, temperato per i laici), la creazione di un’Alta corte titolare esclusiva della funzione disciplinare, non presieduta dal presidente della Repubblica. È un disegno finalizzato a un complessivo indebolimento della magistratura, in specie verso il governo e la politica.

Lo certifica Nordio, quando dice che domani anche i governi di chi oggi è opposizione ne trarrebbero vantaggio. Lo certifica Meloni, quando afferma che per la sicurezza tutti devono remare nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura. Ancor peggio se si considera che alla Meloni-Nordio si aggiunge la riforma della Corte dei conti. E quindi si attacca l’invadenza di campo dei magistrati, dai migranti all’imam di Torino passando per il ponte di Messina. Lo stato democratico fondato su checks and balances e separazione dei poteri cede all’autocrazia, ancor più chiaramente ricordando che alla magistratura si affiancano in perversa sinergia il premierato e l’autonomia differenziata.

Fermiamo la destra, firmando oggi e votando No domani.

Massimo Villone è costituzionalista.

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