Il recepimento delle nuove direttive europee in materia di parità di genere rappresenta un passaggio decisivo per l’ordinamento italiano. Ma, secondo Cisl, Uil e Cgil, la riforma in discussione rischia di indebolire proprio quei presìdi territoriali che negli anni hanno garantito tutela concreta contro le discriminazioni nei luoghi di lavoro.

A sollevare le perplessità sono la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, e le segretarie confederali di Cgil e Uil, Lara Ghiglione e Ivana Veronese, intervenute sullo schema di decreto legislativo con cui il governo si prepara ad attuare le direttive europee sugli organismi di parità e sul contrasto alle discriminazioni.

Tre direttive chiave sulla parità

La questione è destinata ad assumere un peso crescente nei prossimi mesi. Entro giugno 2026, infatti, gli Stati membri dell’Unione europea dovranno recepire tre importanti direttive dedicate alla parità di genere.

Due di queste – la direttiva 2024/1499 e la direttiva 2024/1500 – sono dedicate al rafforzamento degli organismi di parità presenti nei diversi Paesi. Le norme europee prevedono che questi organismi possano fornire assistenza indipendente alle vittime di discriminazione, svolgere indagini autonome, pubblicare relazioni e formulare raccomandazioni sulle politiche di contrasto alle discriminazioni. Gli Stati membri sono inoltre chiamati a garantire risorse, strutture e competenze adeguate affinché tali organismi possano operare con effettiva autonomia.

La terza direttiva, la 2023/970, riguarda invece la parità retributiva tra uomini e donne e introduce strumenti di trasparenza salariale che permetteranno di confrontare le retribuzioni percepite da lavoratrici e lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore. Anche in questo caso un ruolo centrale sarà affidato proprio agli organismi di parità, chiamati a vigilare sull’applicazione delle nuove norme.

Il nodo del nuovo organismo nazionale

Proprio per questo, spiegano le sindacaliste, il modo in cui l’Italia recepirà le direttive sarà decisivo. Se da un lato viene giudicato positivamente lo sforzo di adeguamento agli standard europei, dall’altro lo schema di decreto suscita “forti perplessità”.

“Accogliamo con favore l’impegno del Governo nell’adeguare l’ordinamento italiano agli standard europei, che richiedono indipendenza e spazio d’azione per questi organismi”, affermano Fumarola, Ghiglione e Veronese. “Ma siamo molto preoccupate per l’impianto della bozza di decreto, che disegna un nuovo organismo nazionale fortemente accentrato nelle sue funzioni”.

Secondo le tre dirigenti sindacali, il rischio concreto è che questa impostazione porti al superamento o all’indebolimento delle Consigliere di parità regionali e provinciali.

Il ruolo delle Consigliere di parità

Per Cisl, Uil e Cgil questi uffici rappresentano oggi un presidio fondamentale nei territori. “Le Consigliere di parità costituiscono l’unico presidio di prossimità per lavoratrici e lavoratori vittime di discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro”, spiegano. “Eliminare o depotenziare questi uffici significherebbe allontanare le tutele dalle persone, trasformando diritti concreti in diritti soltanto formali e difficilmente esigibili”.

Il punto critico riguarda in particolare il fatto che, nella bozza attuale, l’organismo nazionale potrebbe limitarsi a istituire articolazioni territoriali solo se lo riterrà opportuno.

“Non possiamo lasciare alla discrezionalità del nuovo organismo nazionale la semplice possibilità di dotarsi di articolazioni territoriali”, avvertono le sindacaliste. “La prossimità non può essere un’opzione facoltativa”.

Più risorse e presidi territoriali

Per questo motivo le tre dirigenti chiedono una modifica del decreto, introducendo l’obbligo di strutture territoriali permanenti e rafforzando l’esperienza maturata dalle Consigliere di parità.

“Questa riforma non deve diventare un’occasione di tagli o razionalizzazioni”, sottolineano Fumarola, Ghiglione e Veronese. “Deve invece rappresentare una straordinaria opportunità per rilanciare e potenziare il presidio territoriale, integrando l’esperienza delle Consigliere di parità in un sistema più forte e coordinato”.

Un rafforzamento che, aggiungono, deve essere accompagnato da risorse adeguate e personale dedicato: “Servono risorse certe e strutture operative per garantire una reale attività di vigilanza e tutela contro le discriminazioni e per assicurare assistenza legale nei territori”.

Il principio, concludono, è semplice: “Il contrasto alle discriminazioni è tanto più efficace quanto più è vicino ai luoghi dove il lavoro si svolge”.