PHOTO
Giovanni Bachelet è un professore universitario di fisica in pensione: ha più volte affermato che pensava questa stagione della propria vita come tempo da dedicare ai nipotini e alla mamma anziana. Ma nel suo DNA impegno civile, partecipazione e Costituzione sono elementi identitari, già in passato – peraltro – aveva dedicato parte del suo tempo a difendere la Costituzione dagli attacchi di Berlusconi accettando di essere il tesoriere del Comitato per il No di allora presieduto da Oscar Luigi Scalfaro. Oggi quel richiamo all’impegno si è rifatto impellente, ed è per questo che per qualche mese trascurerà mamma e nipotini per convincere – insieme e tanti e tante della società civile – più cittadini e cittadine possibile che votare No è nel nostro interesse.
Perché un uomo della società civile, un professore universitario in pensione, decide di scendere in campo e di mettersi in gioco così pesantemente, mettendoci la propria faccia per presiedere il Comitato per il No?
Perché sono convinto, e vorrei anche convincere molti, che questa non è una bega fra magistrati e governo, o per essere più precisi fra magistrati ed ex magistrati al governo, ma è una questione che ha a che fare con i diritti e con la libertà e la democrazia, beni preziosi per tutti i cittadini e le cittadine. Vorrei aiutare a comprendere qual è la posta in gioco, a capire il quesito sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista politico, in modo che si possa scegliere consapevolmente così da preservare l'equilibrio prezioso fra i poteri esecutivo, giudiziario e legislativo che ci hanno lasciato i padri e le madri costituenti.
E allora qual è la vera posta in gioco?
Lo spostamento dell'equilibrio fra questi poteri, in particolare fra potere giudiziario e potere politico. Che sia questa la posta in gioco, lo suggeriscono anzitutto le reazioni scomposte dei suoi fautori ai primi manifesti della campagna del No; poi naturalmente il confronto dei testi dell’attuale Costituzione con quella che uscirebbe dalla riforma, se passasse. Si sono arrabbiati parecchio perché quei manifesti svelavano il nocciolo del referendum: non la separazione delle carriere, che nei fatti già esiste, ma la volontà o meno di indebolire i magistrati di fronte al potere esecutivo. Per ottenerlo la legge Nordio smonta il Csm, non solo dividendo un organo di rango costituzionale in tre, ma nei nuovi organi abolendo la rappresentanza elettiva dei magistrati, sostituita con un sorteggio. Il messaggio che si manda è chiaro: i magistrati sono delinquenti, incapaci e indegni di eleggere la propria rappresentanza. Che il sorteggio eliminerebbe le correnti è poi una grande ingenuità. Elimina solo la trasparenza e la responsabilità del mandato, questa opacità rende più facili e meno controllabili, non più difficili, eventuali giochi di potere. Le correnti della magistratura, come i partiti politici nel Parlamento, esprimono la ricchezza del pluralismo di orientamenti e culture di chi li elegge e rapporti di forza democratici nella decisione da assumere; certo, quando si corrompono restano solo il potere e gli interessi di gruppo. Ma con l’elezione tutto resta alla luce del sole e questo, come si è visto anche in tempi recenti, consente agli attuali strumenti di autodisciplina del Csm – che la riforma vuole sottrarre ai due nuovi Csm – di individuare, condannare ed espellere i responsabili del degrado: Palamara è stato radiato.
I padri e le madri costituenti pensarono il Csm come istituzione autonoma di rango costituzionale, proprio a garanzia dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura. Spezzettarlo in tre che cosa significa?
Domanda molto interessante. La campagna per il Sì martella sul fatto che è rimasto immutato l'articolo 104, o meglio la premessa dell'articolo 104 della Costituzione, quella secondo cui l'ordine giudiziario è indipendente e autonomo da ogni altro potere. Meuccio Ruini, relatore alla Costituente di questa parte della Costituzione, spiegava però che è l'articolo successivo, il 105, quello che specifica tutte le caratteristiche del Csm, a garantire l’attuazione dell'articolo 104: diceva che i quattro poteri assegnati al Consiglio superiore della magistratura (promozioni, nomine, trasferimenti e disciplina) erano come quattro chiodi che fissavano l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, mettendola al riparo dall'ingerenza di ogni futuro ministro di grazia e giustizia. La legge Nordio invece stravolge l’articolo 105, in modo tale che alla fine nessuno dei tre nuovi organismi ha più tutti e quattro i “chiodi”. Checché dicano i sostenitori del Sì, dopo questa riforma autonomia e indipendenza della magistratura rimangono astrattamente sulla carta, ma subiscono concretamente un duro colpo.
Hai sostenuto che la riforma Nordio non riguarda solo i magistrati, ma tutti i cittadini e le cittadine. Ci spieghi perché?
Con quella riforma i magistrati non sono più un ordine giudiziario, sono ridotti a singoli magistrati esposti al ricatto dei potenti. Con una magistratura meno indipendente i cittadini non ci guadagnano di certo: ci possono guadagnare quelli che sono in grado di intimidire la magistratura, che sono in grado di orientare le sue decisioni minacciando provvedimenti disciplinari. È stata una magistratura autonoma e indipendente, così come prevista dalla Costituzione attuale, ad aver guidato le forze dell’ordine alla scoperta e alla sconfitta del terrorismo, della mafia, della corruzione e perfino di uno stato parallelo, la loggia P2, via via sventando i sistematici depistaggi di altri settori dello Stato, del governo, della politica nazionale e internazionale. È stata una magistratura autonoma e indipendente ad avere, negli ultimi 50 anni, denunciato l’incostituzionalità di diverse leggi cruciali per i singoli e per il Paese; così la Corte Costituzionale ha poi emesso sentenze che hanno costretto il Parlamento a scrivere nuove leggi che hanno ampliato l’uguaglianza sostanziale, rafforzato diritti sociali “incomprimibili”, riconosciuto nuovi diritti della persona (identità, autodeterminazione, relazioni affettive). Senza giudici indipendenti e testardi i diritti civili delle donne, della comunità Lgbtq+, del lavoro, della salute, i diritti dei migranti non sarebbero forse ancora al punto in cui si trovano oggi. Se un magistrato è sotto schiaffo dalla politica, è più difficile che lo faccia.
Grazie all’iniziativa di 15 cittadini si stanno raccogliendo le firme per il referendum. Intravedo in questa iniziativa due obiettivi: da un lato impedire al governo di strozzare il dibattito, senza permettere ai cittadini e alle cittadine di informarsi fissando la data del voto troppo presto. Dall’altro quella raccolta di firme è anche un’estensione della partecipazione.
Credo che il valore principale della raccolta di firme sia proprio quello di sollecitare e stimolare la partecipazione, di far tornare la voglia di capire e votare. La curva di partecipazione al momento elettorale è in caduta libera da anni, fino alle ultime regionali. Credo che su qualcosa di così importante come le regole e la giustizia si possa riuscire, anche grazie alla raccolta delle firme, a far ripartire un po' di voglia di comprendere, di partecipare e anche di votare. È stato così per altri referendum costituzionali, spero che succeda anche in questo caso.
Bachelet, perché ciascuno di noi seguendo il tuo esempio dovrebbe scendere in campo?
Perché nessuno dei partiti per cui hanno votato i cittadini ha avuto occasione di cambiare nemmeno una virgola del testo che il governo ha proposto quasi due anni fa. È l'unica possibilità che abbiamo di partecipare, di dire sì o no. Non credo che sia una battaglia pro o contro il governo, credo piuttosto che, siccome in Parlamento è stata vietata qualsiasi discussione e variazione del testo originario, tutti gli elettori e le elettrici avranno l'occasione di fare ciò che i loro partiti non hanno potuto fare in Parlamento, dire sì o no a un testo partorito unicamente dal governo e mai modificato in quattro passaggi parlamentari. Io spero che dicano di no, ma comunque è un'occasione per riprendere in mano e amare di più la nostra Costituzione che prevede, nel caso estremo in cui una modifica così importante non sia passata a larga maggioranza, il referendum confermativo saggiamente istituito dai padri e dalle madri costituenti.






















