Nella campagna referendaria sulla giustizia è illusorio – e francamente strumentale – chiedere, come s’insiste a fare, di confinare il confronto alla “tecnica”. Non siamo di fronte a una manutenzione ordinaria dell’organizzazione giudiziaria, ma a un passaggio politico che investe l’equilibrio tra i poteri dello Stato. È impossibile separare il merito della riforma dal contesto in cui essa si colloca: una stagione segnata da premierato elettivo, autonomia differenziata, forzature sulla legislazione elettorale, compressioni estreme della funzione parlamentare, tensioni crescenti verso tutti i contrappesi costituzionali e torbide manovre per creare un clima da “strategia della tensione”.

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La campagna del “Sì” presenta la riforma come inevitabile, quasi neutra, e puntava a trasformare il referendum in una ratifica plebiscitaria. Ma i nodi veri sono altri e la consapevolezza sempre più vasta spinge forte per il “No”. La separazione delle carriere – con la distinzione già di fatto irrigidita da interventi ordinari – diventa il cavallo di Troia per incidere sull’unità della magistratura e sulla sua autonomia. Lo sdoppiamento del Csm, il depotenziamento delle sue funzioni, il ricorso al sorteggio per gli organi di garanzia e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare dai contorni rinviati alla legislazione ordinaria disegnano un assetto volutamente squilibrato che espone la giurisdizione a una pressione politica più forte e può dare la possibilità di una pratica disciplinare intimidatoria.

L’occultamento di effetti rilevanti e la loro attuazione differita configurano quella che a ragione si può definire una “riforma-truffa”: un intervento sulla Costituzione presentato come compimento del “giusto processo” e riequilibrio e che invece altera radicalmente la logica dell’articolo 104, aprendo la strada a una subordinazione indiretta del pubblico ministero.

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Non è un caso che autorevoli esponenti di governo, il ministro Nordio in primis e per ultima la sua capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, abbiano parlato esplicitamente di “controllo” sulla magistratura, di ricondurre la polizia giudiziaria sotto l’autorità dell’esecutivo o, anche peggio, di “togliere di mezzo la magistratura”. Quando si afferma che le modifiche costituzionali non risolvono la crisi della giustizia, come lo stesso ministro Nordio ha riconosciuto, si ammette implicitamente che l’obiettivo non è l’efficienza del sistema, rivendicata da tanti sindaci nell’appello per il “No” promosso da Roberto Gualtieri, ma il suo assetto di potere. E allora la posta in gioco diventa chiara: la capacità della giurisdizione di esercitare un controllo di legalità anche sui poteri forti.

In un contesto internazionale segnato da spinte autocratiche e da una crescente personalizzazione del potere, indebolire i checks and balances significa inclinare il piano verso un’autocrazia elettorale. È quello che Trump sta facendo e che chiede di fare a Meloni, sua alleata di ferro contro l’Onu, contro l’Unione europea e contro lo stato di diritto. Non si tratta di difendere corporazioni o di negare i problemi reali della giustizia, ma di impedire che, sotto la bandiera di una riforma “di principio”, si produca uno squilibrio destinato a colpire la democrazia e quindi soprattutto i cittadini comuni, rendendoli più esposti di fronte a chi dispone di risorse, relazioni e influenza.

Per questo il “No” non è una scelta conservativa, ma una scelta di garanzia. Vuol dire respingere una torsione costituzionale e, insieme, impegnarsi a costruire con leggi ordinarie una riforma vera: investimenti, personale, organizzazione, tempi del processo. Il 22 e 23 marzo non si vota per una categoria, ma per l’equilibrio tra i poteri che i Costituenti ci hanno consegnato. Difenderlo, con il massimo impegno per il “No”, è un dovere democratico, non una bandiera di parte.

Marco Filippeschi, direttore esecutivo di ALI Autonomie locali italiane

Informazioni e materiali per la campagna referendaria sul sito del Comitato Società Civile per il No

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