Uno dei pilastri del capitalismo è che l’accumulazione del capitale si fonda su un enorme quota di lavoro gratuito, lavoro indispensabile alla sopravvivenza e quasi sempre invisibile. Si fonda quindi sullo sfruttamento di chi quel lavoro lo fa, le donne: il lavoro di cura.
Questo il tema che sottende alle oltre 400 pagine del libro “Soldi, sesso e potere” dell’economista e femminista Azzurra Rinaldi, edito da Rizzoli.
C’è anche un altro tema che attraversa il volume: il potere. Nella suddivisione del lavoro di cura, secondo Istat ogni giorno le donne spendono 4 ore e 44 minuti in lavoro di cura, gli uomini meno della metà. Si affaccia il tema del potere: gli uomini hanno ruoli pubblici e i dati internazionali dicono che oltre il 70% della ricchezza mondiale è in mani maschili, le donne per secoli sono state relegate in casa e continuano a fare “fatica” ad affermarsi fuori dalle mura domestiche, perché su loro continua a gravare il peso della cura della casa, dei figli, degli anziani, delle persone malate.
“Il tema – afferma Rinaldi – è quello della condivisione che è un nodo di cui ancora non si parla anche nelle politiche pubbliche, nei disegni di welfare, nei bilanci dello Stato. È assurdo, se si fa una lettura critica, però, si comprende bene quanto sia conveniente che siano le donne gratuitamente a svolgere questo lavoro”. L’economista così introduce con forza la questione dell’assenza di servizi e di welfare, che non solo potrebbero e dovrebbero liberare tempo delle donne, ma che contemporaneamente concorrerebbero a creare occupazione femminile.
Ancora uno dei capitoli che traspare con forza dalle parole di Rinaldi è quello dello “spreco”. Tenere le donne a casa per l’essenza di servizi di cura è appunto uno spreco: “Se fossero libere di lavorare come gli uomini aumenterebbe la ricchezza del nostro Paese”.
Un esempio di politiche pubbliche contro le donne? Aver limitato a dieci giorni i congedi paternità e aver bocciato la proposta di congedi parentali uguali per uomini e donne. Mentre in Spagna, Paese assai simile al nostro, i congedi paritari sono stati introdotti insieme a molti altri strumenti di condivisione: “Certo principi e strumenti che contraddicono quelli del capitalismo”, ma non solo la Spagna non è andate a carte quarantotto, ma cresce molto più dell’Italia.
Si tratta di scelte politiche, di priorità. Rinaldi è netta: “Se ci sono i soldi per i centri di detenzione – illegali – in Albania e non ci sono i soldi per i congedi paritari, ebbene questa è una scelta politica. Ed è una scelta che viene fatta sulla pelle delle persone più fragili, i migranti e ancora una volta le donne”.
Se così stanno le cose allora, per cambiare davvero occorre fare la rivoluzione delle tre erre: riconoscere, redistribuire, retribuire. Ma per cambiare il mondo, per fare la rivoluzione occorre esserci. Oggi le donne dove si decide, l’economia, la cultura, la finanza e le politiche pubbliche, non ci sono. “Oppure -aggiunge l’autrice – le poche che riescono ad arrivare sono organiche al potere. Chi ha sempre detenuto il potere se lo tiene ben stretto, se proprio deve aprirsi si apre a donne che si presentano come uomini. Ma il sistema si cambia solo da dentro: dobbiamo entrare in quei luoghi ma dobbiamo farlo con una leadership femminista”.
Conclusione migliore della conversazione con Rinaldi non può che essere un’affermazione contenuta nel libro: “Il benessere collettivo non può prescindere dall’eguaglianza sostanziale tra donne e uomini. Finché il potere resterà modellato su corpi, vite e tempi maschili, la presenza femminile nelle posizioni di comando sarà una conquista fragile e revocabile”.






















