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E che prima del 22 e 23 marzo non te la fai una passeggiata nella casa nel bosco? Telecamere accese, violini pronti, commentatori con voce grave. Un giorno Garlasco, il giorno dopo la capanna tra gli alberi. Le televisioni orchestrano la trama e la politica applaude. Il lupo della storia ha già un volto, il giudice cattivo, gli assistenti sociali con la maschera dell’orco.
Il dolore diventa scenografia, la tragedia carburante mediatico. Pietà del piccolo schermo quando serve alla sceneggiatura. Altrove il silenzio regna sovrano. Gaza resta lontana, Rogoredo svanisce, gli operai cadono dai ponteggi senza colonna sonora. Anche la benzina cresce con discrezione, senza droni pindarici.
Il meccanismo appare elementare. Paura prima del voto. Confusione prima della scelta. Una foresta di emozioni dove la ragione si perde tra rami e sospetti. Così prende forma il racconto utile alla stagione referendaria, con un popolo inquieto che invoca un capo forte capace di domare i mostri inventati.
Eppure i sondaggi raccontano una favola diversa. Il Sì perde smalto, il No guadagna passo. Da qui la drammatizzazione permanente, la comunicazione usata come accetta. Si sposta lo sguardo lontano dalla sostanza. Al centro resta un progetto robusto e ambizioso, piegare l’equilibrio costituzionale verso un comando più concentrato.
Meglio lasciare il governo a passeggiare tra gli alberi della propaganda. La discussione vera abita altrove, guerra, salari, bollette, diritti, tragedie sociali. E soprattutto il voto. Referendum senza quorum, ogni scheda pesa come un macigno. Nei boschi ululano le favole del comando, nelle urne si scrive la realtà.























