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Per cogliere ricchezza e varietà della scrittura di Vittorio Giacopini basterebbe ricordare il lavoro di curatela insieme a Goffredo Fofi (che manca ogni giorno di più) di Prima e dopo il ’68. Antologia dei quaderni piacentini, pubblicata da minimum fax nel 2008, e accostarla a Re in fuga, romanzo vincitore del Premio Comisso in quello stesso anno. Oppure tornare a Roma, che dopo dieci anni mantiene tutta la sua originalità linguistica, sino al più recente L’orizzonte degli eventi (Mondadori 2024), a cui ora si aggiunge l’ultimo Ogni altro tempo è pace (Nutrimenti, pp. 384, euro 18). Qui l’autore torna con descrizione minuta alla Guerra dei Trent’anni, un balzo di quattro secoli alternato a questo nostro presente, che non è più futuro. Da una palazzina di Togliattenstrasse, sorta di roccaforte simbolica tra le macerie dei tempi che viviamo, si snoda una narrazione tra le guerre che furono e quelle che sono. Nel mezzo resta la vita umana, con i suoi dolori, le sue speranze.
Da dove arriva l’idea di un confronto tra epoche e guerre, quella dei Trent’anni e quelle che viviamo oggi, che sono anche ibride, appartenenti alla battaglia quotidiana avviluppata nel caos contemporaneo?
Perché dopo la pandemia ci eravamo tutti illusi di trovarci di fronte a una situazione nuova, a una crisi postmoderna affrontata con gli strumenti del digitale, una sorta di collaudo degli strumenti a distanza. Poi però ci siamo accorti che il problema c’era ancora, e con lui un modo arcaico di affrontare i conflitti, quasi un mix tra post moderno e arcaico, e allora per raccontare il presente ho cercato di lavorare su due piani. La guerra dei Trent’anni è quella che ci ha portati all’ordine moderno degli Stati-Nazione, guerra durante la quale anche qui c’è stato un mix, tra emergenze sanitarie e massacro sul campo, interrotta più volte per l’epidemia, la peste nera. Da questo ho tratto spunto, anche perché se guardi il tempo in modo lineare, schiacciato, non cogli nulla. In alcuni suoi passaggi questo libro può sembra fantascienza, ma non lo è, anzi è un tentativo di raccontare la realtà.
Il titolo del libro proviene direttamente dal Leviatano di Thomas Hobbes, e numerosi sono i riferimenti tra storia, filosofia e letteratura: Cartesio. l’Amleto il Don Chisciotte. Come si prepara un libro così?
Hobbes a suo modo ci introduce alla modernità, induce a certi ragionamenti. Ma i miei studi soprattutto si sono rivolti a comprendere la concretezza della Guerra dei Trent’anni, come si vivesse quotidianamente durante quel periodo. Tra le cose che sono andato a leggere c’è un libro sulle macchie solari dell’epoca, per capire meglio quella sorta di climate change al contrario verificatasi in quegli anni, una piccola glaciazione. E tra le tante teorie sul calo delle temperature gli astronomi di allora teorizzarono quella dell’addensarsi di macchie sulla superficie solare. Per fare un romanzo ambientato anche in epoca lontana, secondo me studiarlo significa in particolare capirne la concretezza.
Quale è stato invece il lavoro linguistico, utile a costruire una struttura narrativa ormai quasi atipica?
A dire il vero non lo so, ma una cosa mi è chiara: scrivere letteratura (occupandomi di giornalismo so scrivere anche “nell’altro modo”) non è una ricerca di originalità ma di una qualche forza che porta alla riconoscibilità. Spesso si scrive sapendo che certe cose passano più facilmente, ma bisognerebbe privilegiare altri criteri. La lingua dei romanzi italiani a volte risente del tragico problema delle scuole di scrittura, una ricetta per il disastro. Quando cambia il modo dello scrittore di rapportarsi a quello che fa allora cambia anche la lingua, e in questo libro il criterio è lo stesso della copertina, un lavoro artigianale, che cerca di essere attento.
Tra i tanti passaggi significativi che possono trovarsi in queste pagine si può leggere: “Instupiditi da una Storia che gira a vuoto e si annoda e riannoda a rocchetto, stiamo in attesa di un risveglio impossibile”. Davvero non ci sono più possibilità di cambiamento, speranze di un’altra realtà?
Credo ci sia più speranza che possibilità... E se si continua a scrivere e agire, è perché c’è qualcosa che ti spinge verso una speranza intesa come la intendeva di Ernst Bloch, un motore che ti muove a fare le cose, un concetto che può anche essere girato in forma di pessimismo assoluto. In questo libro non c’è un pensiero apocalittico, ma nel figurare il presente non puoi fare sconti. La politica come trasformazione, figuriamoci nella sua chiave rivoluzionaria e socialista, è ormai molto lontana. Ma dire, fare a gire significa che comunque non accetti questa situazione. Dire che fa schifo tutto vuol dire accettare tutto quello che c’è così com’è. Nel libro ho cercato di dare vita a figure che a loro modo rappresentino la possibilità di un cambiamento.























