"Non ti uccido, così partorirai un bambino pulito". Una frase che gela il sangue e che in Sudan molte donne vittime di stupro si sono sentite dire in quasi tre anni di guerra civile. A riportare questa atrocità è Intersos che denuncia la “pulizia etnica”, l’uso della violenza sessuale su donne e bambine come arma di guerra, incontrando le sudanesi sopravvissute a tanta violenza. Perché accade invece che muoiano, come riporta la testimonianza straziante resa nota da Amnesty international di una madre violentata insieme alla figlia, che ha poi visto morire dopo essere stata ricoverata in un ospedale di Tawila.  

Le uccisioni

Oltre agli stupri, in Sudan si assiste a veri e propri massacri della popolazione, ad assedi nelle città. Il numero delle persone uccise sembra aggirarsi attorno ai 150 mila. Sono vittime di oltre 1000 giorni di conflitto armato che vede contrapposti le Forze armate sudanesi e le Forze di supporto rapido che ha portato a una crisi umanitaria senza precedenti, “con due carestie dichiarate in meno di un anno e 21 milioni di persone che soffrono la fame”, come rende noto la ong “Azione contro la fame” presente con il suo personale in Sudan.

I numeri forniti dall’organizzazione umanitaria parlano di oltre 21 milioni di persone alla fame, “di queste almeno 375 mila sopravvivono in condizioni catastrofiche, affrontando fame estrema, malnutrizione acuta e un reale rischio di morte. Innumerevoli famiglie sono costrette a sopravvivere mangiando foglie e mangimi per animali”.

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Niente sanità, acqua potabile e protezione

Gli aiuti umanitari sono insufficienti a causa dei combattimenti in corso e dei continui sfollamenti delle popolazioni e a poco sembrano servire gli appelli che arrivano da ong e organizzazioni governative per raccogliere fondi, beni e assistenza da distribuire in Sudan, dove “tra il 70% e l’80% degli ospedali nelle aree colpite dal conflitto non è operativo” e più della metà della popolazione non ha accesso all’assistenza sanitaria di base, in un contesto segnato da continui attacchi contro ospedali”, scrive Azione contro la fame.

Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni unite ha lanciato l’allarme: “Senza finanziamenti immediati, le sue scorte alimentari saranno completamente esaurite entro la fine di marzo, con milioni di persone senza più aiuti vitali in quella che è diventata la più grande crisi alimentare del mondo”.

E ancora, i servizi di acqua potabile sono funzionanti solamente al 40%, questo significa che spesso i sudanesi sono costretti a bere acqua non sicura, a non potersi lavare e la conseguenza sono malattie infettive che la scarsità di strutture e medici impedisce di affrontare. “Alla fine del 2025 sono stati rilevati oltre 72.000 casi di colera con più di 2.000 decessi registrati nel Paese”.

Contro le forniture d’armi

Amnesty international punta poi i riflettori sulla fornitura ai due schieramenti armati, sul “sistema di impunità e del disinteresse della comunità internazionale che ha lasciato campo libero alle parti in conflitto”.

Amnesty international Italia

Per questo l’ong ha lanciato la raccolta di firme per un appello al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite affinché venga fermato l’invio di armi in Sudan. L’Unione europea ha imposto l’embargo per tutto lo Stato africano, mentre l’Onu solamente per il Darfur. Anche se non ufficialmente le armi arrivano dagli Emirati arabi, dalla Russia, dalla Cina, benché il Sudan sia tra i principali produttori di armi in Africa. Anche la Rete italiana pace disarmo, solamente tre mesi fa, ha chiesto al governo italiano “di sospendere immediatamente ogni esportazione militare verso gli Emirati arabi uniti: non è più possibile ignorare il ruolo che le autorità emiratine hanno nella sanguinosa guerra civile in corso da mesi in Sudan: la filiera delle corresponsabilità deve essere interrotta”.