Dopo 2 anni e mezzo di confronto successivi all’entrata in vigore del nuovo Codice nazionale, il Tavolo appalti della Provincia autonoma di Trento ha raggiunto un’intesa che consente alla normativa trentina di confermarsi tra le più avanzate in Italia sul terreno delle tutele per lavoratrici e lavoratori impiegati negli appalti pubblici di servizi e lavori.

La delibera approvata dalla Giunta provinciale individua i contratti collettivi da indicare nei bandi di gara per oltre 200 attività, tra servizi e lavori. È la prima esperienza nel panorama nazionale in cui, per la quasi totalità delle attività esternalizzate, vengono esplicitati nei bandi i contratti maggiormente rappresentativi e coerenti con l’oggetto dell’appalto. L’obiettivo è chiaro: contrastare il dumping contrattuale e l’utilizzo di contratti “pirata” meno tutelanti.

Obbligo di equivalenza rafforzato

La disciplina trentina supera inoltre alcuni limiti del Codice nazionale, fissando in ogni caso l’obbligo di equivalenza tra contratti collettivi diversi, anche quando a livello statale siano ritenuti automaticamente applicabili contratti con trattamenti molto differenti. In Trentino, grazie alla delibera, l’indennità di appalto viene sempre considerata ai fini dell’equivalenza, garantendo la salvaguardia delle retribuzioni di miglior favore.

L’indennità di appalto amplia le voci economiche da prendere a riferimento per verificare l’equivalenza economica tra contratti diversi e introduce una prima disciplina anche dell’equivalenza normativa. Vengono così presi in considerazione i trattamenti più favorevoli in materia di maternità, malattia e infortunio, oltre alla regolazione del lavoro supplementare, straordinario, festivo e notturno e alle clausole sociali nei cambi di appalto, se migliorative rispetto a quanto già previsto dalla legge provinciale.

Un confronto complesso

Un risultato “non scontato”, per la Cgil. “Ci siamo arrivati con un lavoro che è durato un paio d'anni – commenta Maurizio Zabbeni, segretario organizzativo della Cgil Trentino -, perché siamo partiti da una legge che era già più avanzata. Poi il nuovo Codice ci ha superati dal punto di vista delle tutele per per i lavoratori impiegati negli appalti. Quindi bisognava riportare la nostra norma all'origine. E provare a essere di nuovo innovativi e migliorativi, e ce l'abbiamo fatta”.

Maurizio Zabbeni, segretario organizzativo della Cgil Trentino

"Siamo riusciti – continua – a creare una condizione normativa che prova a tutelare i lavoratori e le lavoratrici in maniera più puntuale rispetto al Codice. Sono oltre 200 le attività rispetto alle quali abbiamo identificato i contratti di riferimento. E poi affrontato e migliorato il tema dell'equivalenza tra i diversi contratti applicati. Abbiamo, di fatto, introdotto un meccanismo che dal punto di vista retributivo tutela sempre i lavoratori con le retribuzioni di miglior favore, applicando quella che chiamiamo indennità di appalto. 

Tra i nodi più delicati, c’è quello dei call center: per gli uffici provinciali si ipotizzava l’applicazione del contratto delle telecomunicazioni, mentre in Trentino è storicamente utilizzato il contratto metalmeccanico, ritenuto più favorevole. Su questo punto sono previste ulteriori analisi anche in sede Cnel. Il percorso, dunque, non è concluso, ma per i sindacati resta fermo un principio: l’autonomia deve servire a migliorare le condizioni di lavoro, non a ridurle.

Un modello per tutti 

È previsto anche un monitoraggio continuo dell’applicazione della disciplina, sia sul piano provinciale sia in relazione a eventuali sviluppi normativi nazionali, inclusi gli aggiornamenti degli archivi Cnel sui contratti di riferimento e il decreto interministeriale – annunciato ma non ancora emanato – sull’equivalenza normativa.

Da Corso d’Italia arriva anche il plauso del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che definisce l’accordo trentino “tra i più avanzati” rispetto al nuovo Codice degli appalti. Secondo Landini, l’intesa rafforza le tutele economiche e normative, collega in modo corretto attività e contratti collettivi e contrasta abusi e concorrenza sleale. Un modello, aggiunge, utile anche per affrontare a livello nazionale la frammentazione contrattuale e l’eccessiva proliferazione di contratti privi di reale rappresentatività.

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