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L’Iress Lazio, la Cgil di Roma e del Lazio e la Fondazione Giuseppe Di Vittorio insieme per la terza edizione del Premio Letterario “Giuseppe Di Vittorio”, dedicato alla letteratura che racconta il mondo del lavoro, nato per sostenere e valorizzare anche in Italia quella che viene definita letteratura working class, nome di una delle collane delle Edizioni Alegre, che anche quest’anno pubblicheranno il romanzo inedito che risulterà vincitore. Rinnovando un’esperienza letteraria italiana profonda, da Elio Vittorini all’Italo Calvino del Menabò, a Paolo Volponi, Ottiero Ottieri, naturalmente Luciano Bianciardi, o Lucio Mastronardi, per ricordare le firme più note, il premio vuole cogliere le trasformazioni e le nuove declinazioni che il mondo del lavoro assume nella nostra contemporaneità. Ne abbiamo parlato con Filippo La Porta, saggista, giornalista e critico letterario tra i più apprezzati, presidente della Giuria scientifica del Premio Di Vittorio.
Come state organizzando questa nuova edizione?
Siamo al terzo anno, e riflettevo sul fatto che il nostro potrebbe essere considerato un premio vintage, una sorta di fenomeno anacronistico, dato che in molti affermano che il lavoro stia quasi scomparendo. In realtà non è così, e questo premio lo dimostra.
Il lavoro non è sparito, ma è cambiato…
Decisamente. Da una parte c’è il lavoro industriale delocalizzato, spostato con la globalizzazione da un luogo all’altro. Poi continua a esistere il lavoro cognitivo, a vari livelli, nel terziario e non solo, un’area sterminata di varie occupazioni. Anche in Italia abbiamo un lavoro cognitivo variegato, che dagli informatici arriva al ragazzo sottooccupato di un call center, allenato a parlar bene per convincerti dei suoi argomenti. Ma accanto a questo c’è il lavoro schiavizzato, quello dei migranti, in alcun modo protetto. Penso alla Puglia, dove ancora oggi i padroni delle ferriere legano esseri umani con le catene. Sono poli estremi, e seppure è vero che il lavoro non definisca più come un tempo le esistenze, divenendo quasi liberatorio, di fatto continua a occupare il tempo di vita che abbiamo.
Quali sono gli obiettivi di questo premio?
Il premio vuole invitare lavoratrici e lavoratori a prendere la parola, un po’ provando a ispirarsi a quella collana dell’editore Feltrinelli alla quale negli anni ’70 Nanni Balestrini diede il nome di “Franchi Narratori”, dando spazio ad autori come Gavino Ledda con “Padre Padrone”, o Sante Notarnicola con “L’evasione impossibile”. Ecco, la nostra filosofia è simile ai “Franchi Narratori”: raccontarsi e raccontare il mondo del lavoro, nelle sfumature e le articolazioni di oggi.
In che modo avete individuato, con gli altri componenti della giuria, i vostri criteri di valutazione?
Da critico letterario dico che continua a interessarci soprattutto come viene raccontata una cosa, più della cosa in sé. Il premio letterario, suddiviso in due categorie (romanzi editi e racconti inediti) non raccoglie inchieste o reportage ma una narrativa di finzione, che guarda allo stile e al linguaggio, al modo in cui viene raccontata la propria esperienza. Non ci basta il documento di vita. Se poi posso aggiungere, credo che questo premio abbia ancora un’altra valenza.
Prego.
Ci ricorda che la letteratura è uno strumento di conoscenza, e non di consumo tra gli altri, o un ornamento. Credo che uno dei meriti del Premio Di Vittorio sia per l’appunto rafforzare questo aspetto della letteratura, e finora ne è venuta fuori una grande varietà di temi e sottotemi riguardanti il mondo del lavoro e degli stili di scrittura, dal racconto più realistico-naturalistico a quello che incorpora addirittura elementi di fantascienza. Si passa dalla narrazione più vicina, quasi di cronaca, a una fiction visionaria.
Come lavora la giuria?
Innanzi tutto vorrei ricordarne i componenti, oltre al Presidente Iress Eugenio Ghignoni: Lidia Ravera, Angela Scarparo, Alessandro Pera, Simona Baldanzi, personalità di assoluto rilievo in ambito letterario. Le nostre riunioni sono appassionate; e facendo parte di altre due giurie, dove spesso vengono dati i premi con uno scambio telefonico, mettendosi d’accordo, posso dire che qui c’è una vera e lunga discussione tra i giurati, per selezionare i testi poi da proporre alla giuria popolare. Mi vengono in mente i tre criteri letterari fissati da Ernst Bloch, che possiamo sintetizzare così: il potere cognitivo, lo splendore estetico, che è poi qualità della scrittura, e la sua originalità. Ecco, cerchiamo di farci guidare da questi parametri. Poi, a fine settembre, vedremo chi saranno i vincitori di questa terza edizione.























