È da molto tempo che ci battiamo perché in Europa venga attuata una politica di convergenza dei salari. Un’urgenza che parte dal bisogno di rispondere a delocalizzazioni e dumping derivanti da retribuzioni profondamente diseguali all’interno della stessa Unione. Si tratta, in effetti, di un tema fondamentale per avanzare un programma di Europa sociale, anche se bisogna muoversi nell’ambito dei limiti definiti dai trattati europei. L’Europa non può intervenire direttamente sulle retribuzioni e i modelli contrattuali, ma può definire i riferimenti affinché i salari minimi siano frutto di accordo tra le parti e per diffondere la contrattazione collettiva settoriale.

Il primo passo dovrebbe consistere nell’eliminare gli ostacoli alla contrattazione collettiva: parliamo, infatti, di Paesi molto differenti tra loro dove, in alcuni casi, l’accesso alla contrattazione è fortemente limitato, in altri persino represso. C’è poi il tema delle grandi corporation che, tendenzialmente ostili alla contrattazione collettiva, ci sfidano a compiere uno scatto avanti. È, in buona sostanza, la stessa sfida alla quale risponderanno nei prossimi giorni con uno sciopero nazionale e unitario i lavoratori dell’intera filiera Amazon. Una prima volta in Italia, ma anche in Europa, che assume un valore che va ben aldilà della singola vertenza e nazione.

Questo nostro approccio si misura con il fatto che mentre da noi sono in vigore contratti nazionali strutturati che valgono quanto meno per i lavoratori dipendenti, il modello italiano non è universale e non trova applicazione in altri Paesi dell’Unione. Per questo motivo ragionare di una direttiva europea, ci impone di articolare il pensiero proprio tenendo conto di tutte le differenze e mantenendo come obiettivo fondamentale e comune l’innalzamento dei salari. La direttiva diventa, perciò, lo strumento utile a favorire questo processo.

In altre parole, non stiamo lavorando per introdurre per via europea il salario minimo nel nostro Paese, ma per dare all’Europa regole su salari minimi e contrattazione collettiva affinché sia possibile aumentare i salari tenendo ben presente che la questione salariale è solo una parte del tutto e che è la contrattazione collettiva ad avere un più ampio raggio d’azione intervenendo non solo sui compensi ma anche su orari, diritti e condizioni di lavoro.

Purtroppo, dobbiamo rilevare che su questo l’ostilità delle associazioni che rappresentano le imprese è pressoché totale e per una ragione ovvia: finora gli imprenditori hanno utilizzato i differenziali salariali per esercitare una concorrenza sleale, basti pensare proprio alle delocalizzazioni, ai distacchi, a quello che è avvenuto nei servizi.

Non è un caso che abbiamo molto insistito su uno dei punti essenziali della discussione ovvero sulla necessità che la direttiva si riferisca anche agli appalti europei per introdurre il principio secondo il quale non siano permesse gare d’appalto pubbliche laddove non ci sia rispetto della contrattazione. Si tratta, a mio giudizio, di un modo per aiutare i lavoratori di quei Paesi dove la contrattazione collettiva non è prevista o non è esercitata o permessa. Un tale passaggio assume dunque un significato politico generale ed è forse anche per questa ragione che è quello sul quale il fronte sindacale è stato più unito e compatto.

Voglio però soffermarmi ancora sul nodo salario minimo vs. contrattazione collettiva nazionale. Non ci sarà obbligo nello scegliere l’uno o l’altro strumento ma ogni Paese dovrà avere un sistema concordato per regolare i salari. Lo sottolineo perché questa direttiva è tutt’altro che scontata: ci sono, infatti, Paesi che hanno sollevato un muro legale sostenendo che in base al trattato europeo la materia non sia di competenza comunitaria. In realtà c’è un equilibrio complesso che rispetta l’articolo 153 del Trattato ed è per questo importante sottolineare che la direttiva, la prima che dirà esplicitamente da che parte sta l’Europa su queste materie, non richiede voto unanime.

Ci sono poi, da un lato, Paesi timorosi che un ampliamento della capacità europea di intervento in materia sociale possa indebolire il proprio modello, come nell’area scandinava, e dall’altro ci sono quelli che al contrario respingono ogni ipotesi di modello sociale, come la Polonia o l’Ungheria. In ogni caso non basta difendere se stessi, è necessario far avanzare tutta l’Europa perché dinamiche e interdipendenze ci sono e non è difendendo la propria isola felice che la si manterrà tale.

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Un passo avanti per una Ue sociale

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Un altro contributo che, come sindacato italiano, abbiamo dato al dibattito, e che è stato successivamente assunto anche dalla Confederazione europea dei sindacati, è che la direttiva abbia un impianto che comprenda tutte le lavoratrici e i lavoratori indipendentemente dalla tipologia di lavoro o contratto che hanno, quindi lavoro atipico, digitale, falso autonomo, in coerenza con quanto proposto nella Carta dei diritti universali del lavoro. Un approccio universale per l’appunto perché queste forme di lavoro tendono a sottrarre in tutti i Paesi gruppi di lavoratori alla sfera della rappresentanza collettiva.

In Italia abbiamo avuto un dialogo proficuo con la Commissione del Senato che ha dato parere positivo e siamo tenuti adesso a portare avanti un percorso analogo alla Camera dei deputati. Contemporaneamente abbiamo più volte sollecitato un dialogo con i nostri europarlamentari affinché sostengano quel rafforzamento di cui scrivevo poco sopra: le indicazioni sugli appalti, sulla contrattazione collettiva, sulla soglia minima -sotto la quale non è possibile scendere- dei salari minimi, su tutte le tipologie di lavoro. Ovviamente sarà poi essenziale la posizione che verrà assunta dal governo in sede di Consiglio europeo, fermo restando che l’esecutivo dovrebbe però confermare il parere del Parlamento.

Voglio chiudere con una breve digressione che si colloca fuori dal panorama europeo. Mentre noi stiamo discutendo di questa direttiva, negli Stati Uniti i sindacati si stanno battendo per l’innalzamento del salario minimo. Per quanto quello americano sia un modello difficilmente comparabile a quelli europei non c’è dubbio che quella lotta ha i nostri stessi obiettivi ovvero rompere un modello neoliberista che si è affermato in questi anni e che ha agito sulla compressione dei diritti e dei salari dei lavoratori, arrivando persino a costruire servizi basati proprio sul loro sfruttamento intensivo. Non è casuale che negli States la mobilitazione stia investendo tutto il mondo dei servizi e della ristorazione. E forse, lo si sarà notato poco, ma già da tempo ormai sono in corso in grandi gruppi e persino in interi settori, sperimentazioni di azioni congiunte e sindacalismo globale che investono esattamente due estremi che ci vedono ovunque in prima linea: il lavoro povero o nuovi settori come quelli della gig economy che si ritenevano liberi dal sindacato. In qualche modo, ci si è resi conto che spazi nazionali sono insufficienti a dare compiutezza a condizioni contrattuali e di diritto che siano universali per i lavoratori e, così facendo, si va affermano un nuovo bisogno che a modo suo recupera le origini del movimento operaio internazionalista.