L’Iran è un Paese di circa 90 milioni di abitanti, segnato da una storia in cui potere politico, interessi economici e repressione si intrecciano da decenni. Dopo la rivoluzione del 1979, la fine della monarchia dello Scià ha aperto la strada a una Repubblica islamica guidata dagli ayatollah.

Formalmente esistono elezioni, un presidente e un parlamento. Nella realtà, come ricorda il lavoro di divulgazione diffuso sui social da Chaty La Torre e Pegah Moshir Pour, “in pratica è tutto finto”. Il potere vero è concentrato nelle mani della Guida suprema, oggi Ali Khamenei, e degli apparati che la sostengono.

Il potere degli apparati

I pilastri del sistema sono i Guardiani della Rivoluzione islamica e la polizia segreta, il Mois. I primi controllano interi settori dell’economia, dal petrolio al gas, dalle costruzioni alle telecomunicazioni, oltre alla repressione interna e alle operazioni militari all’estero. “Più reprimono, più guadagnano. La violenza è il loro business”.

Il Mois sorveglia, spia, arresta e fa sparire oppositori e attivisti, anche fuori dai confini nazionali. In questo quadro non esiste uno stato di diritto. I processi avvengono senza garanzie, le confessioni vengono estorte con la tortura, la pena di morte è usata come strumento di intimidazione permanente.

Leggi anche

Controllo totale sulla vita quotidiana

Il controllo passa anche dalla tecnologia. Riconoscimento facciale per strada, monitoraggio di social e messaggi, blackout di internet quando serve oscurare ciò che accade. A vigilare sulla vita quotidiana ci sono le milizie Basij e la polizia morale. Regolano il modo di vestire e di comportarsi, soprattutto delle donne.

Hijab “non messo bene”, arresto. Musica occidentale, arresto. Un incontro tra uomini e donne non sposati, arresto. Anche l’omosessualità è punita con la pena capitale. L’Iran è tra i Paesi che eseguono più condanne a morte al mondo, per eliminare oppositori e terrorizzare chi potrebbe protestare.

Petrolio, interessi e complicità

Al centro di tutto c’è il petrolio. L’Iran possiede enormi riserve di petrolio e gas. Secondo il racconto del carosello, molti Paesi occidentali ignorano la dittatura perché interessati all’energia. “E il petrolio finanzia la dittatura”. Una responsabilità che chiama in causa anche i consumi globali. Non è una novità nella storia iraniana.

Nel 1953 il Paese aveva un primo ministro democratico, Mohammad Mossadeq, che voleva nazionalizzare il petrolio per restituirlo al popolo. Stati Uniti e Regno Unito organizzarono un colpo di Stato per fermarlo. Il risultato, si legge, è “la dittatura a cui si è arrivati oggi”.

Leggi anche

Perché il regime resiste

Il sistema regge per due motivi principali. La repressione brutale interna, fatta di esercito, polizia, torture ed esecuzioni. E la complicità internazionale. Molti governi lo considerano un “male gestibile” e preferiscono accordi economici all’incertezza di un vero processo democratico. Una stabilità apparente che ha un costo altissimo per la popolazione.

La rivolta e le sue ragioni

Intanto, nel Paese, la situazione è esplosa. Proteste in oltre 190 città, più di duemila morti, decine di migliaia di arresti, internet bloccato, minacce di pena di morte per i manifestanti. È la più grande rivolta degli ultimi anni. Le ragioni sono anche sociali ed economiche. Inflazione al 42 per cento, stipendi che non bastano più, professionisti come ingegneri, medici e insegnanti che non possono permettersi una casa. Le persone chiedono “una vita normale” e la fine del regime. Mentre questo accade, “mentre leggi, in Iran il regime sta massacrando il suo popolo”.

Cosa può fare chi guarda da fuori

Il carosello su Instagram di Chaty La Torre e Pegah Moshir Poursi si chiude con un appello diretto. “Informarsi e informare, condividere, parlare, rompere il blackout dell’informazione”. Scrivere ai politici perché i diritti umani in Iran diventino una priorità. Chiedere ai giornali perché migliaia di morti vengano ignorati.

Domandare alle ambasciate conto delle violazioni. “Amplifica le voci che il regime sta cercando di soffocare”. Una chiamata in causa che riguarda anche chi osserva da lontano e sceglie se restare in silenzio oppure no.

Leggi anche