Meno di un grammo d'oro. A questo equivale un mese del salario minimo di un lavoratore in Iran. Ma i lavoratori, in Iran, non riescono più a sopravvivere. Nel corso del 2025 il rial ha perso circa il 50% del suo valore rispetto al dollaro e, secondo i dati ufficiali, l’inflazione ha raggiunto il 52,6% a dicembre. Una crisi senza precedenti, di fronte alla quale il Consiglio supremo del lavoro, che di anno in anno aggiorna il salario minimo adeguandolo al costo della vita, ha in buona sostanza fatto finta di nulla.

È così che scoppiano le proteste. Ed è così che, persino in un regime di ferro come quello degli ayatollah, le proteste diventano rivolte. Hanno cominciato negli ultimi giorni dell’anno. E non si sono più fermati. Lavoratori, commercianti, studenti universitari di numerosi centri urbani hanno dato vita a mobilitazioni coordinate, bloccando i centri principali e scendendo in piazza e nei campus.

Un innesco brutalmente concreto

“Il punto di innesco - spiega a Collettiva Siyâvash Shahabi, giornalista e attivista iraniano in esilio ad Atene - è stato brutalmente concreto: il continuo crollo del rial, i prezzi alle stelle e l'esperienza quotidiana di un'economia che sembra stringersi intorno alla gola della gente. Il primo grande lampo si è verificato nel bazar di Teheran, ma slogan e obiettivi si sono rapidamente ampliati, passando dalle richieste di base all'opposizione diretta al governo clericale”.

Una rivolta a mosaico

“Dal punto di vista geografico - prosegue Shahabi - non si tratta di una tempesta che ha interessato una sola città. Lo schema è una rivolta a mosaico che si estende su gran parte dell'Iran, con manifestazioni segnalate in 27 province. A Teheran, il bazar e le strade collegate alle università sono tornati ad essere acceleratori politici: la partecipazione degli studenti è stata documentata in numerosi campus importanti, con Teheran e anche i resoconti delle università di Isfahan che hanno agito come moltiplicatori di pressione”.

“Allo stesso tempo - aggiunge Shahabi - le province occidentali con una grande popolazione curda sono state protagoniste di appelli allo sciopero e di mobilitazioni, soprattutto dopo repressioni letali, creando un ponte tra le proteste di piazza e gli scioperi (il vero incubo del regime, perché colpisce la circolazione e le entrate)”.

Un Paese sotto pressione

Da anni l’Iran vive sotto una pressione economica costante, dovuta in larga parte alle sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa in relazione al programma nucleare. A questo quadro già critico si sono aggiunte le tensioni geopolitiche nella regione, culminate nel conflitto con Israele che ha ulteriormente eroso le già fragili risorse finanziarie del Paese. Il crollo della moneta nazionale ha avuto effetti devastanti: le attività che dipendono dalle importazioni sono state messe in ginocchio, i commercianti esasperati e i nuclei familiari costretti a fare i conti con bilanci sempre più insostenibili.

La legge sul lavoro… ignorata dal Consiglio supremo

Come ricorda Iranfocus, attualmente lo stipendio base per i lavoratori coperti dalla legge sul Lavoro si aggira intorno ai 110 milioni di rial (circa 85 dollari) al mese. Questa cifra, inclusi i sussidi, raggiunge i 150 milioni di rial (circa 115 dollari) al mese. La legge sul Lavoro prevede che il salario minimo per i lavoratori sia fissato in base al tasso di inflazione e al costo della vita di una famiglia operaia. Ma nel corso degli anni i membri del Consiglio supremo del lavoro hanno ignorato la legge, fissando il salario dell'anno successivo a un livello persino inferiore al costo della vita dello stesso anno. Attivisti e organizzazioni sindacali indipendenti hanno descritto questo approccio come una politica di “soppressione dei salari”.

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Le risposte ambigue del potere

In passato le ondate di protesta in Iran sono state represse con estrema violenza. La ferocia dello Stato autoritario. Anche questa volta le forze di sicurezza hanno tentato di soffocare le manifestazioni, ma parallelamente alcuni esponenti del potere hanno lasciato intendere una disponibilità al dialogo. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso l’esistenza di proteste “legittime”. La guida suprema Ali Khamenei ha riconosciuto come “fondate” le lamentele sulla situazione economica. Secondo il Guardian, le autorità proveranno a fare concessioni economiche nel tentativo di placare la rabbia dei manifestanti.

Sempre lo stesso copione

“La risposta dello Stato segue un copione familiare - ci spiega ancora Siyâvash Shahabi -. Arresti di massa, accuse di utilizzo di armi da fuoco e intimidazioni volte a recidere il legame tra i manifestanti feriti e la solidarietà dell’opinione pubblica. Numerosi osservatori dei diritti umani descrivono attacchi agli ospedali e la detenzione di manifestanti feriti, oltre a un bilancio delle vittime che include minori e migliaia di arresti (i numeri variano a seconda della fonte, ma la direzione è chiara: escalation)”.

Per Shahabi, “dal punto di vista politico, il regime sta tentando una mossa a due mani: soluzioni economiche limitate (rimpasti, promesse, sussidi) abbinate a una vera e propria repressione. La traiettoria ora dipende dalla capacità delle proteste di continuare a diffondersi in scioperi coordinati e in organizzazioni a livello di quartiere più velocemente di quanto lo Stato riesca a frammentarle attraverso la paura”.