Giuseppe fa il rider per Glovo nella provincia Palermo. Lavora solo la sera perché in quelle ore i moltiplicatori del compenso sono maggiori e si guadagna di più.

Quanto? “Dipende dalla consegna – racconta -, minimo 2,70 euro ma ci sono colleghi che qualche volta hanno preso anche meno 2 euro.  Adesso il nostro margine di guadagno è ancora più risicato. Se ai 2,70 togli le tasse, il costo della benzina che è aumentata e la manutenzione del veicolo, non ti rimane niente. Se fossi single non riuscirei a campare, ma dato che vivo con la mia fidanzata, ce la facciamo”.

Paghe da fame, nessun diritto e nessuna tutela, neppure quando si ammalano, finiscono all’ospedale o hanno un infortunio, controllati dagli algoritmi che governano le piattaforme, in balia dei capricci dei clienti e degli eventi atmosferici. Tutti aspetti del lavoro del rider che la procura di Milano sta indagando nell’inchiesta che ha portato nelle scorse settimane al controllo giudiziario di Glovo e tre giorni fa anche di Deliveroo, con l’accusa di sfruttamento e caporalato.

“Sto seguendo da vicino le indagini della procura di Milano e spero che le nostre condizioni migliorino” aggiunge Giuseppe. È proprio grazie alle inchieste giudiziarie e alle sentenze dei tribunali che si sono pronunciate a favore dei lavoratori, assistiti dalla Cgil e dalle sue categorie, che ci è riusciti passo dopo passo a contestare le situazioni di sfruttamento.

Progressi possibili perché in Italia la magistratura è autonoma e indipendente, capace di intervenire quando le regole vengono violate. Autonomia e indipendenza che sono messe in discussione dalla riforma della giustizia per la quale siamo chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo con un referendum: un motivo in più per votare no, per una magistratura che difende i lavoratori più fragili e contrasta lo sfruttamento.