Valentina Fiore è responsabile beni confiscati di Legacoop nazionale. Sarà il 7 marzo, a 30 anni dall’approvazione della legge sui beni confiscati, a celebrarne il compleanno nella Masseria Ferrajoli ad Afragola insieme, tra gli altri, a don Ciotti e Maurizio Landini. Le chiediamo perché legalità e beni confiscati sono al centro delle attività di Legacoop.

Perché un'organizzazione come la Lega delle Cooperative si occupa di legalità?
Quello della legalità per Legacoop è un tema identitario. Il rispetto delle regole è alla base della democrazia, quindi alla base anche di imprese che sono democratiche nella loro governance. Da questa convinzione che nacque, qualche anno fa, la campagna che Legacoop insieme alle altre centrali cooperative promosse contro le false cooperative. Siamo consci che purtroppo sotto il nome di cooperative tante volte si nascondono interessi non leciti e queste sono le esperienze che più di tutte ci danneggiano. Da sempre, quindi, siamo interessati a capire come possiamo dare un contributo sul tema della costruzione di un sistema economico basato sul rispetto delle persone e delle regole.

Quanto l'illegalità penalizza le aziende sane e l'economia del paese?
Totalmente. È qualcosa cosa di invisibile, spesso non misurabile, ma i cui effetti negativi si vedono in maniera chiara. Questo è il motivo per cui Legacoop è impegnata su diversi fronti per non subire la concorrenza sleale di altre imprese, spesso purtroppo altre cooperative che non rispettano le regole e si nascondono dietro il vestito della cooperazione per fare in realtà sfruttamento. È nostro interesse fare in modo che le nostre imprese possano operare in ambito di concorrenza corretta. Poi siamo sul mercato come tutte le altre imprese, viviamo di mercato, però la correttezza è alla base dell’economia, costruisce valore per la società.

Quando parliamo di legalità, parliamo anche di lavoro regolare e dignitoso?
Assolutamente, è un prerequisito. Il tema è proprio quello del lavoro dignitoso, non è solo questione del rispetto delle regole, dei contributi, ma lavoro dignitoso oltre che regolare perché deve consentire l’autodeterminazione della persona. A me piace pensare che il lavoro in cooperativa consenta un percorso di arricchimento personale importante, perché far parte della governance democratica dell'impresa cooperativa aiuta a far crescere anche come cittadini e cittadine nelle dinamiche democratiche.

Spesso però non è così, se penso alle ultime inchieste del tribunale di Milano sulle false cooperative della logistica per le catene degli ipermercati, o a quelle della settimana scorsa sul caporalato nelle consegne a domicilio… Il lavoro regolare sembra sconosciuto.
Purtroppo ci scontriamo con una realtà che fa sì che è questo che dovrebbe essere il punto di partenza, il lavoro dignitoso, in realtà molte volte non è neanche il punto di arrivo. Ritorno sul tema delle false cooperative perché l'impegno di Legcoop, insieme alle altre centrali cooperativistiche, contro le false cooperative nasce dal riconoscimento del fatto che questi soggetti danneggiano le cooperative sane. Le false cooperative sono i nostri peggiori nemici. Così come combattiamo la tendenza del pubblico ad appaltare una serie di servizi e di attività, perché in maniera più o meno velata riconosce di non poterli gestire a costi sostenibili. Appalta alle cooperative scaricando su di loro il problema. Noi abbiamo firmato il rinnovo del contratto collettivo delle cooperative sociali quando ancora le tariffe non erano aumentate. Abbiamo fatto un patto con i lavoratori e con il sindacato, ora ci aspettiamo altrettanto senso di responsabilità da parte dei committenti pubblici. Non ci nascondiamo i problemi, ma il lavoro di Legacoop è anche quello di accompagnare percorsi nella trasformazione in positivo.

Veniamo ai beni confiscati. Perché LegaCoop se ne occupa?
L'impresa a vantaggio della collettività con un approccio di mutuo aiuto e di solidarietà tra i soci e con la comunità è assolutamente coerente con il dare un contributo a recuperare i beni confiscati, sia perché non vengano abbandonati, quasi a rappresentare un fallimento dello Stato, sia perché divengano un motore di economia. Oggi il Codice antimafia prevede che sia le cooperative sociali, sia le cooperative non sociali possano gestire i beni confiscati: è un importante riconoscimento che fa il legislatore in piena coerenza con la Costituzione che riconosce il ruolo sociale della cooperazione. È la Costituzione che riconosce che la mancanza di speculazione privata e lo scopo mutualistico delle cooperative è un interesse collettivo, così come interesse collettivo che i beni confiscati vengono portati a nuova vita e che possano, oltre che essere utilizzati dai soggetti del terzo settore e delle associazioni, diventare anche un motore di economia sociale. Ciò vuol dire lavoro, vuol dire indotto, vuol dire opportunità per i territori in cui questi si trovano. E quindi è l'identità della cooperazione con il suo riconoscimento costituzionale che ci fa incontrare i beni confiscati, è un modo concreto per rendere viva l'identità cooperativa. 

Dottoressa, ci sono i beni confiscati, ma ci sono anche le aziende confiscate, che forse sono il patrimonio “più difficile” da difendere.
Sono sicuramente le più difficili e penso che sia sempre importante affrontare il tema con onestà intellettuale e razionalità. Tra le aziende confiscate ci sono situazioni in cui in realtà l'azienda non esiste: non esiste un'impresa in quanto tale perché prima della confisca è vissuta in un contesto in qualche modo drogato, legato alla creazione del consenso. Per fortuna esistono aziende che stanno in piedi e possono stare in piedi. Il percorso è difficile perché ci sono ancora degli strumenti normativi da attivare, dei tempi che non aiutano, le competenze degli amministratori giudiziari non sono sempre sufficienti. Ci sono degli strumenti normativi però – e lo sottolineo con convinzione – che hanno consentito la nascita di esperienze positive. Penso appunto alle cooperative dei lavoratori che rilevano all'azienda. Sono ancora poche, ma sono la testimonianza che si può fare e la cosa bella è che stanno aumentando. Stiamo parlando di quel percorso che porta i lavoratori e le lavoratrici di un'azienda confiscata a costituirsi in cooperativa, aiutati dalla Lega delle cooperative, dal sindacato, dal prefetto. E costituendosi in cooperativa hanno accesso a una serie di agevolazioni legislative per cui possono avere l'assegnazione dell'azienda confiscata. Ci sono anche degli aspetti normativi che potrebbero ancora di più facilitare questi percorsi, noi li chiamiamo i worker by out, appunto la cooperativa dei lavoratori; esperienze che storicamente sono più diffuse quando si tratta di aziende in crisi, ma  cominciano a diventare un certo numero anche quelle delle aziende confiscate

Il 7 marzo si festeggiano i trent’anni della legge sui beni confiscati. Lei, insieme alla professoressa Pellegrini, è tra le esperte che il Cnel ha scelto per l'aggiornamento della legge. Quali sono gli interventi di ammodernamento, non di stravolgimento, che a suo giudizio è utile fare?
Intanto nella proposta di legge che è nata dal nostro lavoro si è cercato di chiarire in maniera diciamo più cristallina di quanto già non fosse il principio di priorità. Cioè che i beni confiscati prioritariamente siano utilizzati per fini istituzionali e sociali. Poi si è cercato di risolvere alcuni ostacoli al riuso temporaneo in fase pre-confisca definitiva. Poi si è lavorato sul tema della trasparenza. Trasparenza nella fase, per esempio, dell'affitto in fase di sequestro delle aziende dei beni, trasparenza nelle banche dati, degli incarichi degli amministratori giudiziari, delle aziende, dei beni immobili. Però ci sono ancora degli aspetti sicuramente migliorabili. Dalla figura dell'amministratore giudiziario, abbiamo chiesto vi siano professionalità in gestione di impresa. Insomma, mi sembra che la cosa più significativa che facciamo insieme al sindacato è dare maggiore valore alle esperienze delle cooperative, dei workers buy out d'azienda confiscata. È sempre un salvataggio di posti di lavoro, è sempre un salvataggio dell'indotto. Sono tutti aspetti che mirano a rafforzare il senso e il significato del riuso sociale. È risarcire il territorio di qualcosa che ha fatto male al territorio: quei beni che sono stati strumento spesso di potere criminale, di consenso malato, diventano motore di risarcimento dandoli a soggetti che non hanno fini di lucro, ma operano per interessi collettivi.